Jackie di Pablo Larraín - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 08/2017

Jackie


Regia di Pablo Larraín

Un film sui morti, come ne fa spesso Pablo Larraín. Un film sull’ostinata edificazione di un mito, nato in fretta in un’aria di nuove frontiere e bruscamente interrotto dall’assassinio di JFK dopo nemmeno tre anni di presidenza. Un mito che, in realtà, ha retto all’urto dei decenni e delle contraddizioni proprio a causa di quella morte traumatica e pubblica (risparmiando al presidente, per esempio, lo stillicidio sanguinoso del Vietnam), e che si è definitivamente consolidato cinque anni dopo con l’altra morte, quella del fratello più giovane Bobby. Il mito di Camelot, della bella gente giovane che è arrivata nella sala del trono con il suo gusto, la sua cultura e i suoi ideali, ma che non ha avuto il tempo di concludere niente. È questo, soprattutto, che tormenta Bobby (un Peter Sarsgaard dal volto nervoso, già segnato dal destino che lo aspetta). «È tutto qui?» si chiede ogni sera prima di dormire il prete, lucidissimo e “laico”, con cui parla Jackie. Poi, la mattina, quando ti alzi, la prospettiva cambia e capisci che non devi farti domande. Ma Jackie sa che non è tutto lì, che i segni possono essere lasciati, o addirittura “costruiti” (il cavallo con la gualdrappa scura dietro al feretro di JFK, che non andava a cavallo ma in automobile): costretta, in quanto donna, a cesellare la propria immagine giorno per giorno, sposata con il primo presidente che fece tesoro del suo fascino comunicativo (fu in tv che Kennedy, con il ciuffo, il sorriso e gli occhi chiari, sbaragliò il ringhioso, cupo Nixon), ossessionata dalle radici, dall’eredità americana, Jackie, nei tre giorni che passano tra l’attentato di Dallas e il funerale, lavora testarda sulla consacrazione del mito. Nessuno ricorda più James Garfield e William McKinley (entrambi presidenti assassinati), ma tutti sanno chi era Abramo Lincoln. Che comunque, dice l’autista, ha vinto la Guerra di secessione e ha abolito la schiavitù. Ma per Kennedy non ce n’è stato il tempo. Restano allora le macchie di sangue ostinatamente esibite sul tailleur rosa, i figli Caroline e JohnJohn con i cappottini azzurri, la vedova velata che marcia dietro alla bara, il funerale con 103 capi di stato e tutta la gente ai lati del viale, la sepoltura non nella tomba di famiglia ma ad Arlington, cimitero dei caduti in guerra. Il rito pubblico della morte che la consegna per sempre alla Storia. Gran film, Jackie, spiazzante e labirintico come il personaggio che rappresenta: la macchina da presa pare voler entrare nella sua testa, per riascoltare quello sparo e rivedere certi giorni. Ma Larraín sa che delle vite si possono solo cogliere bagliori e tracce. Rinchiude allora Jackie in un nulla temporale schiacciante (solo quei tre giorni, con i flash del passato che s’intrecciano all’intervista concessa al giornalista, in un andirivieni che non molla mai la presa sull’intensa Natalie Portman) e tra pareti che non sono quelle protettive di casa. Jackie non ha casa, non ha nulla, ha solo quel giorno a Dallas, il paese dei pazzi, e quella morte. Come noi.

I 400 colpi

AA
8
PA
8
CB
7
PMB
7
MC
4
AC
8
SE
4
IF
7
AF
7
RM
8
MM
8
EM
8
FM
7
RMO
8
GAN
7
LP
8
GS
7
RS
6
FT
9
media
7.2
Jackie (2016)
Titolo originale: Jackie
Regia: Pablo Larraín
Genere: Biografico - Produzione: Usa/Cile - Durata: 100'
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, Caspar Phillipson, John Carroll Lynch, Beth Grant
Distribuzione: Lucky Red
Sceneggiatura: Noah Oppenheim

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