Le locandine di Film TV

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Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi

Il giovedì

Regia di: Dino Risi


Anno: 1963
Genere: Commedia
Produzione: Italia
Durata: 100 minuti

Cast: Walter Chiari, Michèle Mercier, Silvio Bagolini, Edy Biagetti

Il capolavoro


Mauro Gervasini su Il giovedì

Al Sudestival, il festival lungo un inverno che si tiene tutti i fine settimana dal 10 gennaio al 13 marzo 2020 a Monopoli (Ba), anche l'omaggio a Dino Risi nell'ambito di un "laboratorio" sulla commedia all'italiana con gli studenti, organizzato in collaborazione con Film Tv, media partner della manifestazione. Come film più rappresentativo, Mauro Gervasini ha scelto Il giovedì, che era anche il preferito dal regista milanese. Riproponiamo la locandina con il commento.

Nel 2002, alla Mostra di Venezia per ritirare il Leone d’oro alla carriera, Dino Risi sconcertò il pubblico e i giornalisti dichiarando di non considerare affatto Il sorpasso o I mostri o Una vita difficile i suoi film migliori, bensì Il giovedì con Walter Chiari. «Ci si affeziona ai figli nati male, e Il giovedì in sala andò malissimo», disse. All’epoca fu una clamorosa eccezione per il regista milanese, già medico, che sembrava trasformare in oro tutto quello che toccava (un miliardo e 200 milioni di lire l’incasso di Il sorpasso, poco meno di un miliardo I mostri; Il giovedì non raggiungerà i 300 milioni). Certo aveva dalla sua sceneggiatori clamorosi. Per Il sorpasso Ruggero Maccari ed Ettore Scola, per Una vita difficile Rodolfo Sonego. Tuttavia proprio Il giovedì, che Risi scrisse con Castellano e Pipolo, non esattamente all’altezza degli altri citati o di Age e Scarpelli (che firmeranno l’altro suo capolavoro, In nome del popolo italiano), dimostra l’esistenza di un’impronta risiana inconfondibile, mai riducibile al testo e ai suoi autori. Ritmo e sguardo invece. Un touch, per dirla con Lubitsch, che ha due obiettivi principali: la fluidità del racconto e l’essenzialità della messa in scena. «Quando si sente troppo la macchina da presa è perché il regista non ha molto da dire» ripete Risi. Lo aiuta la fotografia di Alfio Contini, al suo fianco per la quarta volta, leggermente meno satura (soprattutto negli scuri) di quella, altrettanto importante, di Leonida Barboni (direttore della fotografia di Una vita difficile e prima, per Mario Monicelli, di La grande guerra). Il giovedì, che ha una sceneggiatura meno brillante e sapiente di Il sorpasso, ha però una regia e un montaggio altrettanto controllati, che enfatizzano tutti gli elementi iconici cari a Risi, dai feticci del Boom (l’auto americana, il televisore) ai luoghi (la spiaggia, la sala cinematografica dove danno L’uomo che uccise Liberty Valance). E c’è forse maggiore consapevolezza del loro “destino”: l’auto americana è presa a nolo e fa solo scena (al contrario dell’Aurelia B24 guidata da Gassman), il televisore, a casa della mamma di Walter, non funziona, e dalla spiaggia si scappa perché arriva il temporale. La differenza sostanziale è nel personaggio interpretato (magistralmente) da Walter Chiari, che sembra Bruno Cortona, e anzi è cialtrone come lui, ma il cui itinerario non finisce nel nulla, tutt’altro. Divorziato da tempo, rivede dopo anni il figlioletto Robertino con il quale instaura una complicità vera. E a fine giornata si ricongiunge con Elsa (Michèle Mercier), la fidanzata che lo accusava di essere superficiale e immaturo. Certo, le donne. Ci sono eccezioni nel cinema di Risi (si pensi a Lea Massari in Una vita difficile oppure a Catherine Deneuve in Anima persa, ma qui siamo lontani dalla commedia) oltre le quali, però, va detto, emerge il suo unico difetto costante, una certa misoginia. Qui evidente nell’immagine della mamma che costringe Robertino a una rigida educazione “tedesca” (letteralmente), alla quale si contrappongono l’inconcludenza e l’immaturità del babbo, ma anche una sua “gioiosa” libertà, risolutiva per recuperare il rapporto con il figlio. Le donne di Il giovedì l’uomo o non lo capiscono perché troppo emancipate (Elsa) oppure lo giustificano perché gli sono “mamme” (la mamma, la zia), oppure ancora lo desiderano perché giovani e pudicamente attratte (come la vicina Milena Wukotic, nei titoli ancora con la W). Eppure, di tanti personaggi maschili apparentemente “alpha” dell’universo risiano, quello di Walter Chiari è l’unico che si divincola dalla maschera di “mostro”. Il più amato, evidentemente. E sapete come si chiama nel film? Dino.

La controlocandina di Rinaldo Censi

Arrivano all’albergo dove l’ex moglie li attende in clamoroso ritardo. Ne sono successe di tutti i colori, lui tiene a precisare. Sono rimasti prima senza benzina, poi senza auto. L’hanno lasciata in una zona periferica di Roma, tra palazzi in costruzione. Sono stati al mare. Lui - con il costume da bagno troppo stretto - ha litigato con la nuova compagna. Il figlio Robertino - con il costume troppo largo - se n’è stato in disparte: la faccia appiccicata a una maschera da sub trovata nella sabbia. E saranno state davvero così le stazioni balneari del litorale? Tra i grugniti in romanesco dei bagnini e lo shake da ballare sotto il portico del bar ristorante? In ogni caso, a tavola, lui se ne sbatte del foglietto con la lista delle pietanze vietate. Eppure la governante tedesca si era tanto premurata. Così finiscono il pranzo con un gelato al cioccolato. Arrivano poi dalla nonna. Robertino con mal di pancia e sfogo allergico. Lui con l’aria del fenomeno. Senza lavoro, senza soldi, promette alla vecchia elettrodomestici in quantità. Finisce che raggiungono l’albergo in taxi (con i soldi della nonna). È un giovedì di fine estate. Lui è Dino, un magnifico Walter Chiari. Un fuoco d’artificio. Dino è anche Dino Risi: il regista di questo piccolo film, per certi versi autobiografico. Così siamo alla fine. Robertino rifila al padre le “castagnole” ricevute dagli amici, perché la madre non le tollererebbe in casa. Entrano nella hall. Lui si scusa. Saluta il figlio che si allontana. Robertino fa marcia indietro e abbraccia il padre. Lo bacia. Pur nel caos, non si è mai sentito così felice. Un vento improvviso ha messo a soqquadro i principi di un’educazione troppo rigida. Così, in una magnifica sequenza che anticipa il finale e che tutto riassume, Dino entra nel bar. Osserva una coppia di innamorati. Si volta, mentre un leggero tendaggio chiude l’atrio che lo separa dalla sala da pranzo, dove il figlio mangia con la madre. Si rigira. Telefona alla compagna per riconciliarsi (lei si finge sorpresa; gli chiede di comprare latte e yogurt). In questa serie di campi-controcampi, di cui lui è il perno, ci sono tutte le ipotesi di una vita possibile: la famiglia e/o la vita di coppia, per scongiurare la solitudine. Dino si guarda allo specchio. Fischietta al figlio. Esce. Riemerge dalla latteria. Sale la scalinata a falcate, in campo lungo. Fa esplodere le “castagnole” sulla pietra. Sergio Endrigo intona Se le cose stanno così.

La città dell’omertà

Processo alla città di Luigi Zampa

La mattina del 6 giugno del 1906, su una spiaggia di Torre del Greco, fu rinvenuto il cadavere di Gennaro Cuocolo, pugnalato a morte, come la moglie Maria, uccisa lo stesso giorno nella loro casa di Napoli. Erano legati alla camorra e l’indagine...

Emanuela Martini

La suora del bajon

Anna di Alberto Lattuada

Se non avessero provveduto prima, a inventare la dissolvenza al nero ci avrebbe pensato Alberto Lattuada. Nel momento cruciale di Anna, il suo film più fortunato, non ne poteva proprio fare a meno. Ricordate la scena? Primo piano di...

Gianni Amelio

Apocalisse sempre

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Il film sul film o making of o special andrebbe abolito per legge. Me ne sono reso colpevole anch'io una volta (su Bertolucci e Novecento) perciò so di che cosa parlo. li cosiddetto backstage non...

Gianni Amelio

Carosello fatale

Carosello napoletano di Ettore Giannini

Si dice che nel mio mestiere ogni volta che cadi a terra ti devi rialzare subito, da solo, come una palla di gomma che rimbalza. Altrimenti rischi di restarci, a terra. Dopo uno smacco è duro ritrovare la voglia o la possibilità di rimettersi al...

Gianni Amelio

I ragazzi della Fox

La vera storia di Jess il bandito di Nicholas Ray

L'indulgenza non è un peccato, anzi cristianamente è un dono e, in campo critico, una debolezza per lo più inevitabile. lo questa indulgenza ce l'ho per certi film minori degli anni '50 e '60 e per qualche attore magari di secondo piano che non...

Gianni Amelio

Archivio Locandine

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