Le locandine di Film TV

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Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Un americano a Roma

Regia di: Steno


Anno: 1954
Genere: Commedia
Produzione: Italia
Durata: 94 minuti

Cast: Alberto Sordi, Maria Pia Casilio, Galeazzo Benti, Anita Durante

Maccaroni


Emanuela Martini su Un americano a Roma

Tutto era cominciato un anno prima, nel 1953 quando, istigato dai suoi compagni («America’, facce Tarzan!»), Mericoni Ferdinando, giovane borgataro romano, si era buttato nudo in una “marana“ (i piccoli corsi d’acqua di Roma) e nudo era rimasto, dopo che i suoi amici erano scappati e un poliziotto gli aveva nascosto i vestiti. Portato davanti al giudice per oltraggio al pudore, aveva beccato tre mesi di carcere. Ma la sua storia era solo all’inizio. L’episodio dell’americano di Un giorno in pretura ebbe un tale successo che Steno, Sordi e gli sceneggiatori (Alessandro Continenza e Lucio Fulci, con l’aggiunta di Ettore Scola) decisero di fare al volo un film sulle disavventure di questo incompreso emulo di Marlon Brando e Gene Kelly: Nando Mericoni, t-shirt bianca, berretto da baseball, bracciali di cuoio borchiati e jeans, o Santi Bailor, frac, bastone e garofano all’occhiello, che fa il tip tap con un gruppetto di “girls“ scalcinate in un teatrino di avanspettacolo. Gigione, incontrollabile, infantile, vanitoso, esaltato ma vigliacco, mal sopportato dal padre esasperato, dileggiato dal pubblico (ma l’ultima parola spetta a Santi Bailor, che con il suo vocione apostrofa lo spettatore che gli fa una pernacchia: «Ormai hai 21 anni: è ora che tu sappia di chi sei figlio!»), sempre in mezzo ai guai a causa della sua incontenibile e irrealizzabile “voglia d’America“. Siamo all’inizio degli anni 50 e il film nasce anche come presa in giro del provincialismo con cui l’Italia del Dopoguerra si butta all’inseguimento delle mode e dei miti d’oltreoceano:
ci sono anche un presentatore televisivo che si chiama Fred Buonanotte (da Mike Bongiorno), un’attrice svedese che ha sposato il regista italiano Verdolini (Ingrid Bergman e Roberto Rossellini), gli stranieri arroganti che hanno invaso via Margutta, i film americani di cui il protagonista si nutre (dai western di Hopalong Cassidy a La quattordicesima ora di Henry Hathaway, al quale s’ispira per salire in cima al Colosseo, e L’asso nella manica di Billy Wilder, che cita quando chiama un giornale perché un turista è caduto nel «burone da’ Maranella»), e soprattutto c’è la lingua geniale e delirante che Nando inventa, un inglese maccheronico fatto di «wanagana, mami, papi, orrait orrait», snocciolato a ritmo vertiginoso in mezzo al romanesco. In realtà, Un americano a Roma è il trionfo di Alberto Sordi, cantante (basso), doppiatore, comparsa, bravo attore di rivista e indimenticabile entertainer radiofonico, e finalmente attore cinematografico, ma a lungo malvisto, «veleno al botteghino», tanto che Federico Fellini aveva dovuto combattere per averlo in Lo sceicco bianco e I vitelloni. Con Nando, Sordi dilaga, strafà, non molla mai, capace di girare una scena leggendaria in una sola ripresa (quella di «Che fai maccarone, me guardi?»), di travolgerci con il suo chiacchiericcio continuo, di farci ridere di noi stessi. È molesto, disarmante, invasivo, patetico. È un “vitellone“ proletario e romano, invece che piccolo-borghese e romagnolo. È il mattatore di un’Italia incasinata e popolare che sta cambiando connotati. In controluce, ci sono già bagliori di personaggi futuri, l’opportunista, il vigliacco, il mitomane, quello che si umilia, quello che prevarica, e i tocchi della cattiveria che farà di Sordi il “mostro“ definitivo della nostra commedia. Ma, tra le sue creature, Nando ha un candore, una vita tutta sua, più bonacciona e inoffensiva, forse perché è solo un ragazzone immaturo, che non può far del male nemmeno al «gatto mammone».

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