Le locandine di Film TV

Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

L'udienza

Regia di: Marco Ferreri


Anno: 1971
Genere: Grottesco
Produzione: Italia
Durata: 112 minuti

Cast: Enzo Jannacci, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Vittorio Gassman

Quelli che il papa


Bruno Fornara su L'udienza

Molti i motivi per rivedere L’udienza di Marco Ferreri, film di 41 anni fa (1972), sempre attuale per la sua andatura zoppicante, come se non ci fosse più niente da fare, come se tutto fosse ancora da fare. Un buon motivo è che Ferreri è quasi dimenticato: e faremmo invece bene a ripassarlo, lui che ha visto e previsto quest’italia, minuscola e rachitica. E poi il nuovo papa sembra essere uno, speriamo, che ad Amedeo aprirebbe la sua “casa privata”, come son dette le dimore pontificie nel film, e lo inviterebbe a cena con poveracci, timidi, persone impacciate, inquiete, pericolose. E ancora perché Enzo Jannacci è volato via da poco con le scarpe da tennis e potrebbe essere andato dritto a parlare col padreterno. L’udienza è disegnato su misura per lui, per come si muove imbambolato, per come corricchia a passettini frettolosi, come non sa mettere a fuoco persone e situazioni, come è mansueto, eppure tenace. Jannacci è sempre stato un Amedeo. «In preda a un profondo travaglio spirituale», così dice, ufficiale in congedo con tesserino regolamentare, Amedeo vuole parlare di persona al papa. Ha da dirgli cose importanti: non sapremo mai quali siano né se sono importanti. Appena prima della fine, sua e del film, sotto il colonnato di piazza San Pietro, si mette a ridere: quello che voleva dire di persona al papa è probabile fosse una importante cosa da niente. Comunque, non si lascia scoraggiare da niente e nessuno. Non dal commissario Diaz, un Ugo Tognazzi preoccupato di tenerlo lontano dalla finestra della stanza dove lo interrogano e perquisiscono: «Abbiamo già avuto spiacevoli precedenti». Sì, Pinelli... Non dalle guardie svizzere: «Metti giù quell’alabarda, tedesco. Il Medioevo è finito». Non da Donati, esimio principe della Chiesa, un Vittorio Gassman sporcaccione, ammiratore di Amália Rodrigues: «Senti questo fado, voce profonda del Portogallo, della cristianità... che pathos... lo stesso pathos l’abbiamo sentito un giorno dal papa a Fatima... i pellegrini... le voci nella notte... i veli... spettacolo di amore e di morte». Amedeo non conosce il fado, solo il foxtrot, e sembra di sentire Jannacci che canta Per un basìn. Non lo intimidisce l’alto prelato, Michel Piccoli, che già studia da futuro papa morettiano e sa a memoria il numero di telefono di Aiché/Aisha che dà sollievo a laici e porporati, una Claudia Cardinale di certo voluta da Ferreri sia per la squillante bellezza, sia per quel cognome intonato al luogo. Non lo frena il raffinato teologo, Alain Cuny, che pasteggia a champagne in un ristorante chic, con quadro di Garibaldi alla parete, e che apre il pasto con una preghiera per «tous les pauvres du monde». Amedeo, la felicità la prova con Aiché. Mentre I Camaleonti si impegnano in Portami tante rose, lei dice che fare l’amore non è peccato e chiede: «Ti piaccio o mi vuoi bene?», al che lui, milanesone, risponde con impeto passionale: «Tutt’e due, bella porcona». L’udienza, apologo kafkiano come dice lo stesso Amedeo, è di sicuro un film contro ogni potere, ma è soprattutto esplorazione di un mondo scrostato e banale, cafone e smorto, da dove la fede è fuggita via, dove anche i frati rivoluzionari sono ridicoli sotto il ritratto di Mao. Ferreri e il fedele Azcona non alzano neanche la voce. L’udienza è cinema fragile, slabbrato, accasciato. Nel plastico del vecchio ciclista la basilica di San Pietro è in macerie. Finché può il potere, inerte nei suoi cascami, cerca di restare inavvicinabile. L’udienza è un film sullo sconforto.

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