Le locandine di Film TV

Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi

Io e Annie

Regia di: Woody Allen

Titolo originale: Annie Hall
Anno: 1977
Genere: Commedia
Produzione: USA
Durata: 90 minuti

Cast: Diane Keaton, Woody Allen, Tony Roberts, Paul Simon

Fare le uova


Emanuela Martini su Io e Annie

Annie al tennis, Annie a passeggio per Manhattan, Annie che scatta fotografie mentre Alvy cerca di catturare le aragoste in fuga, Annie terrorizzata da un ragno, Annie insicura, tenera, distratta, Annie che ride, piange e, soprattutto, canta, imbarazzata alla prima esibizione in un locale rumoroso e magnifica, invece, la seconda volta, in smoking nero e garofano rosso all’occhiello. Un inno ad Annie Hall, alla compagna eccentrica, elegante, spiritosa, inafferrabile che, forse, s’incontra solo una volta nella vita e che, inevitabilmente, un giorno se ne va. Hall è il vero cognome di Diane Keaton, compagna di vita e di lavoro di Woody Allen, dal 1969 in cui andò in scena a Broadway la commedia Provaci ancora, Sam alla seconda metà degli anni 70. E, dopo aver tirato fuori la sua verve comica in Il dormiglione e Amore e guerra, al suo settimo film Allen racconta la loro storia. Ma Io e Annie non è solo una malinconica storia d’amore, fatta di timidezze, esitazioni, picchi, fino a quando l’intesa comincia a poco a poco a incrinarsi; Io e Annie è anche una delle commedie più belle di tutti i tempi. E più comiche: non c’è un attimo di pausa nell’incessante flusso del racconto, da quando Alvy Singer, comedian newyorkese, guarda in macchina e, dopo una barzelletta, dice: «C’è una battuta importante per me; quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx, ma credo dovuta in origine al genio di Freud. Ecco, dice così: “Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me”». E da qui parte la storia, fatta di un andirivieni continuo tra tempi e momenti, tra altre donne e altri uomini, tra amici e famiglie (quella wasp e ricercata di Annie e quella ebrea e rumorosa di Alvy, rievocata nell’appartamento sotto le montagne russe di Coney Island), tra split screen, didascalie che dicono quello che i personaggi pensano, irruzioni dei protagonisti nel loro passato, sconosciuti che intervengono per dire la loro opinione, animazione (Alvy innamorato non di Biancaneve ma della regina cattiva), comparsate eccellenti (celeberrima quella di Marshall McLuhan, che smentisce un saccente scocciatore in coda davanti a un cinema). Tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen, sulla sua comicità geniale e ostinatamente autolesionista, sul suo disagio appena mette piede fuori da Manhattan, soprattutto se è per andare a Los Angeles («Io non voglio vivere in una città dove il solo progresso culturale è girare a destra col rosso»), sul suo infinito gusto per le inquadrature raffinate (spesso bergmaniane negli interni, e sempre alleniane negli esterni), sul suo romanticismo e il suo amore per le donne, sull’acume malinconico e irresistibile con cui sa raccontare le nostre vite attraverso la sua: tutto questo sta in Io e Annie, ancora più che in Manhattan e nei grandi film successivi. Io e Annie vinse quattro Oscar (film, regia, sceneggiatura originale e attrice protagonista), e non è invecchiato di un giorno, probabilmente perché ha ragione Alvy, perché a livello di rapporti siamo sempre fermi là, dove lui conclude: «Uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina” e il dottore gli dice: “Perché non lo interna?” e quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo/donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, ehm... e pazzi. E assurdi, e... Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova».

Per salire più in basso: la redenzione secondo Abel

Il cattivo tenente di Abel Ferrara

«Il Cattivo Tenente non l’ho scritto io perché è come se la sceneggiatura del film tentasse di penetrare i disegni di Dio». Non posso permettermi di indagare l’operato di Dio». Alla conferenza stampa veneziana di Occhi di serpente...

Giona A. Nazzaro

Il fondo della botte

La parte degli angeli di Ken Loach

La parte degli angeli è un inno alla semplicità, a quella sana vera trascinante leggerezza che scioglie i nodi di un mondo ostile per gli esseri umani in generale e per i poveri disgraziati in particolare. La leggerezza ci preserverà...

Chiara Bruno

Idoli infranti

Brivido caldo di Lawrence Kasdan

«Il selvaggio adora gli idoli di legno e di pietra; l'uomo civilizzato quelli di carne e di sangue... ». Lo disse George Bernard Shaw e noi, senza esagerare, dobbiamo dargli ragione. Come fece l'autore di un libriccino uscito a Parigi proprio...

Gianni Amelio

L'amara commedia

Senso di Luchino Visconti

«Con questo Senso anche il Risorgimento ci hanno infangato». Quando il sottosegretario allo spettacolo impose il taglio di una sequenza del film, presentato alla Biennale veneziana nel 1954, il Risorgimento, diversamente da oggi, era...

Enza Del Tedesco

I poveri volano

Miracolo a Milano di Vittorio De Sica

C'era una volta Cesare il buono. Viveva in un paese dove gli sciuscià finivano in riformatorio, agli attacchini rubavano la bicicletta, ai vecchi non restava che l'affetto di un cane. Cesare il buono vedeva queste cose e le raccontava, insieme a...

Gianni Amelio

Archivio Locandine

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