Le locandine di Film TV

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Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Babbo Bastardo

Regia di: Terry Zwigoff

Titolo originale: Bad Santa
Anno: 2003
Genere: Commedia
Produzione: USA
Durata: 93 minuti

Cast: Billy Bob Thornton, Tony Cox, Brett Kelly, Lauren Graham, John Ritter

Bastardo fuori


Ilaria Feole su Babbo Bastardo

Se pensate che Babbo bastardo sia un film antinatalizio, sbagliate di grosso. Cosa può esserci di più coerente con lo spirito natalizio di un debosciato Billy Bob Thornton che salva il Natale (be’, più o meno) di un bambino emarginato? Babbo bastardo è già un classico dei palinsesti dicembrini, basta cercarlo un po’ più giù, dopo la fascia protetta: ma il suo spirito delle Feste, leggermente aromatizzato al Jack Daniel’s, ci arriva dritto in faccia. In fondo stiamo parlando di un film che pare Il miracolo della 34ª strada riscritto da un etilista impenitente, dove un Babbo Natale dei grandi magazzini trova un bambino che crede fermamente nella sua identità magica, al punto da renderla reale. L’importante è crederci, e il ragazzino senza nome ci crede eccome. Perché Thornton, sigaretta penzoloni, pantaloni bagnati di piscio, un’auto che funge da cassonetto per la raccolta differenziata di bottiglie di whisky, è il miglior Babbo Natale che passi il convento, per un moccioso sovrappeso, afflitto dai bulli, abbandonato da un padre galeotto e affidato alle cure di una nonna svanita. Sarà pure bastardo, sarà pure bad, ma c’è chi crede in lui, perché basta meno della “divisa” biancorossa, forse basta il nome. La barista con la perversione di Santa Claus quel nome lo ripete come un mantra per l’orgasmo, il piccolo lentigginoso ci si affida con incrollabile devozione, e lui, che ai bambini darebbe fuoco e alle ragazze attraenti preferisce le taglie forti, si ritrova a essere Babbo Natale più di quanto avrebbe mai pensato. È solo questione di che nome si dà alle cose, come sa bene l’imbarazzatissimo personaggio di John Ritter (nella sua ultima interpretazione, impegnato in duetti spassosi con l’altrettanto compianto Bernie Mac), figura chiave della programmatica volontà di politicamente scorretto del film di Zwigoff. In difficoltà nel dare un appellativo dignitoso all’elfo nano Marcus, si dibatte fra diversi eufemismi cercando di non offendere nessuno, mentre proprio il suo ricercato tono neutro provoca la volgarità di Willie/Thornton: quando si riferisce alla sua “performance”, il Babbo lo prende come un diretto attacco all’efficienza del suo “stracciafica”. «Non dirà stracciafica davanti ai bambini, vero!?». Lo script di Ficarra & Requa si prende gioco di ogni barlume di politicamente corretto, piazzando in pole position nel ruolo di cattivi senza cuore un nano nero e la di lui compagna asiatica (una cattiveria sana che la coppia ha, forse solo momentaneamente, smarrito in veste di registi, dopo aver affidato a uno sceneggiatore di casa Disney il loro Crazy Stupid Love) e scandalizzando la platea con una quantità difficilmente eguagliabile di parolacce (la maggior parte delle quali pronunciate in presenza di bambini: il conteggio totale si aggira intorno alle 300, con 159 ripetizioni di «fuck» e varianti), ma soprattutto si prende gioco di noi spettatori. Perché dopo tanta bastardaggine, quello compiuto dal malmesso Willie è un arco di trasformazione da classico natalizio in piena regola: come un Jimmy Stewart tossico da parcheggio di roulotte, ecco che il peggior Babbo Natale della Storia si ritrova convertito al Bene: «È Natale e il ragazzino avrà il suo cazzo di regalo». E noi ci ritroviamo a fare il tifo perché un finto Santa Claus molto male in arnese riesca a consegnare un elefantino di peluche nelle mani di un bambino irrimediabilmente tonto. Perché il vero bastardo è lo spirito natalizio: finisce sempre per fregarci, quando meno ce l’aspettiamo.

Fratelli di gag

Tre pazzi a zonzo di Edward Buzzell

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Gianni Amelio

Spettatori e cittadini

Le mani sulla città di Francesco Rosi

«Questo film - scriveva padre Ayfre - dà la sua patente di nobiltà cinematografica a un’estetica del logos, fondata sulla parola». Ci piace, questa definizione di Le mani sulla città, Leone d’oro nel 1963 e evento di apertura...

Giulio Sangiorgio

La maschera di Cher

Dietro la maschera di Peter Bogdanovich

«Ma per Dio Bogdanovich! Non sai fare altro che domande?». Pare che un giorno John Ford abbia perso la pazienza, non ne poteva più. E quando il giovanotto andò a trovarlo insieme a Howard Hawks mentre già era molto malato, il maestro trovò la...

Gianni Amelio

Suonala ancora, Sam

Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Peckinpah

Che Sam Peckinpah non abbia mai perdonato i tradimenti commessi nei confronti degli Stati Uniti d’America, del suo ethos, del suo stile di vita non è mai stato più evidente che in Pat Garrett e Billy the Kid, il suo decimo...

Giona A. Nazzaro

L'ultima giostra

Il tunnel dell'orrore di Tobe Hooper

Il tunnel dell’orrore (The Funhouse) è il quarto lungometraggio di Tobe Hooper, regista di horror scomparso il 26 agosto 2017. Segue però il tv movie di successo, originariamente diviso in due parti, Le notti di Salem...

Mauro Gervasini

Archivio Locandine

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Viaggio allucinante Garage Olimpo di Marco Bechis Mauro Gervasini 28 / 2017
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