Le locandine di Film TV

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Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Philadelphia

Regia di: Jonathan Demme

Titolo originale: Philadelphia
Anno: 1993
Genere: Drammatico
Produzione: USA
Durata: 125 minuti

Cast: Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas

Scandalo a Philadelphia


Gianni Amelio su Philadelphia

Il bel titolo Longtime Companion si perse nella traduzione italiana Che mi dici di Willy? Anzi il punto di domanda sembrava persino indisponente, come se suggerisse una risposta pruriginosa, un pettegolezzo. Spariva la parola companion e veniva fuori forse non a caso il distacco di chi s'impiccia delle disgrazie altrui standone ben lontano e al sicuro. Ma il film era toccante e necessario. Passò purtroppo come un affare di ghetto, che riguardava gli omosessuali e poteva incuriosire gli altri per dovere di cronaca. Norman René lo diresse nel '90 su un testo di Craig Lucas che fu il primo mi pare ad affrontare di petto un argomento spinoso qual è l'Aids. In Malattia come metafora Susan Sontag non parla di Aids ma di cancro: nel '77 non c'era ancora un nome. Ma si scaglia con furia («è una stronzata rivoltante», dice) contro chi pensa che il tumore abbia una tara psicosomatica, vada stanato nei disturbi nervosi, nei traumi caratteriali. Come dire che il colera o le epidemie in genere arrivano per volere divino a far scontare i peccati del mondo. Con l'Aids si è andati molto più in là, bollando da untori le stesse vittime. Negli ultimi tempi, da quando si è sparso nel continente più dannato della terra, non è più sulle prime pagine dei giornali, sembra un fatto archiviato: ma vent'anni fa l'Aids era la peste del duemila, la maledizione biblica venuta a ripulire il mondo dalla depravazione. E al buon padre di famiglia non sembrava vero tagliarsi fuori dalla tragica partita, una volta tanto chi moriva «se l'era cercata» e tutti gli altri potevano strafottersene. Da tempo sappiamo che non è vero, che l'Aids non colpisce categorie ma comportamenti, che ha scatenato putride speculazioni su farmaci e ricerche, e fa orrore che per alcuni sia diventato persino un affare. Fu un affare anche il film Philadelphia, nel senso che ebbe un grande successo e portò un tema considerato scabroso a livello del grosso pubblico. Il fatto stesso che una major investisse venticinque milioni di dollari sul soggetto (di Ron Nyswaner) e mobilitasse un cast imponente significava che non c'erano tabù ma una buona storia da raccontare al di là del recinto sessuale: Hollywood ama le minoranze a patto che diventino folla al botteghino. Se un sospetto fa venire il film sulla carta è che sia più realista del re, metta in gioco tutti ma davvero tutti gli annessi e i connessi della terribile malattia e con grande correttezza esponga e spieghi i torti e le ragioni di chi vi è implicato. Ma ce ne fossero di sceneggiature così, e di registi come Jonathan Demme e di attori come Tom Hanks e Denzel Washington. Sono loro che rendono i personaggi creature umane e non portatori di tesi e dibattiti. Demme non ha solo talento ma onestà intellettuale, e Philadelphia è il suo film più bello perché in una confezione di lusso si permette financo sporcature da opera prima. Si vede che alla scuola di Roger Corman non è passato invano.

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