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La citazione

«You Cannot Be Serious! (John McEnroe)»

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News


27 Aprile 2017

Il segno di Jonathan Demme

Scomparso ieri, 26 aprile, alle 3.30 del mattino all'età di 73 anni per complicazioni a un tumore all'esofago, Jonathan Demme lascia una moglie e tre figli, che hanno chiesto non fiori ma opere di bene, per la precisione donazioni ad Americans for Immigrant Justice, una causa insomma anti-Trump come poche.

Hollywood non ha mancato di ricordarlo con parole di grande affetto, immancabili quelle della sua Clarice, Jodie Foster: «Ho il cuore a pezzi per aver perso un amico, un mentore, un uomo così unico e dinamico che ci sarebbe voluto un uragano per contenerlo. Jonathan era brillante come le sue commedie e profondo come i suoi drammi. Era pura energia, l'inarrestabile tifoso di qualunque artista».

Meryl Streep, che aveva recitato per lui in The Manchurian Candidate e in Dove eravamo rimasti: «Un uomo dal cuore grande, compassionevole, pronto ad abbracciare nella sua vita chi aveva un bisogno, e capace di dare arte, musica, poesia e cinema per riempire quel bisogno».

Tom Hanks, attore per lui in Philadelphia: «Jonathan ci ha insegnato quanto cuore possa avere una persona e come ti guidi nella vita. Era il più grande degli uomini». Bryan Cranston, che per lui avrebbe dovuto essere il protagonista di un film mai realizzato, Old Fires, su un uomo che si risveglia dal coma e scopre che la sua famiglia si è rifatta una nuova vita: «Era un uomo così gentile e non vedevo l'ora di lavorare con lui. Anche se Old Fires non è andato in porto stavamo parlando di altri progetti da sviluppare insieme».

Justin Timberlake, di cui Demme riprese un concerto a Las Vegas nel 2015: «Tu, maestro d'umanità. Tu, genio della narrazione. Tu, uomo affettuoso e generoso. Tu, anima speciale. Tu mi hai insegnato così tanto sulla vita e sull'arte e sul tenere fede a quello in cui si crede. Tu mi hai fatto migliore nel mio mestiere e, nel tempo speso lontano dalla macchina da presa, hai fatto di ume un essere umano migliore. Tu sei davvero insostituibile». 

Il presidente della Director's Guild of America, Paris Barclay inizia così il suo lungo messaggio d'addio: «Perdere un regista iconico come Jonathan Demme – un esperto artigiano che padroneggiava tutto quello che maneggiava – è devastante per tutti noi». 

Su twitter Susan Sarandon lo ricorda come un uomo divertente, di grande talento e militante; Ron Howard come un grande artista, umanitario e attivista; Edgar Wright esprime ammirazione per i suoi film, i suoi documentari e per i suoi film concerto; Little Steven lo definisce uno dei più grandi filmmaker e una delle più belle anime del pianeta; per Matthew Modine era un «profeta agnostico» e per Kevin Smith: «il ponte tra i Talking Heads, Harris & Hannibal, i New Order e un onesto racconto cinematografico».

David Byrne, con cui Demme ha lavorato negli anni 80 per il tour dei Talking Heads Stop Making Sense, ha scritto un lungo commiato dove, tra le altre cose, ricorda: «Mi piacevano i suoi Ho incontrato un miliardario Handle with Care, bastavano quei film per capire il suo amore per la gente comune. Quell'amore si è manifestato più e più volte nel corso della sua carriera. Jonathan era anche un grande amante della musica - anche questo è ovvio dai suoi film, molti dei quali sono pieni di canzoni spesso di artisti poco famosi che lui amava. Riusciva a infilare un brano reggae o una traccia di Haiti in un film narrativo in modi che erano spesso felici e inattesi». E continua: «L'abilità di Jonathan in Stop Making Sense fu di vedere lo show quasi come una piéce teatrale, in cui i personaggi e le loro caratteristiche venivano introdotti al pubblico, e così la band appare fatta di persone, ognuna con i suoi tratti. Diventavano tuoi amici, in un certo senso. Io ero troppo concentrato sulla musica, il palco e le luci per vedere quanto fosse importante la sua attenzione ai personaggi, ed è questa che ha fatto del film qualcosa di diverso e speciale». E infine: «I suoi documentari sono atti di puro amore. Tendono a celebrare eroi dimenticati - un agronomo di Haiti, una donna che fa cose straordinarie nella New Orleans post-Katrina. [...] La sua visione del mondo era aperta, calda, animata ed energica. Stava dirigendo episodi per la Tv mentre il suo tumore era in remissione. Jonathan, ci mancherai».

Proprio ieri sera su Fox è appunto andato in onda il sesto episodio, da lui diretto, della miniserie dal forte tema socio-politico Shots Fired e l'emittente ha incluso un cartello conclusivo in memoria del regista. I due showrunner della serie, Gina Prince-Bythewood e Reggie Rock Bythewood, hanno detto «Era un grande artista che condivideva il nostro credo che l'arte possa cambiare il mondo. È stato un regalo lavorare con lui e ha fatto sentire bene tutti quelli che gli erano intorno. Ci ha insegnato a interessarci un po' di più, a credere un po' di più e ad ascoltare un po' di più. Ci mancherà». A febbraio inoltre, Demme aveva diretto il secondo episodio di Seven Seconds, prossimamente su Netflix in Italia, probabilmente la sua ultima regia. 

Tra i critici, Ryan Gibley di The Guardian ricorda quando l'ha incontrato e Demme gli disse: «Bisogna ricordarsi che il comportamento che viene visualizzato sullo schermo sarà visto da migliaia o milioni di persone e alla fine dirà qualcosa di noi come specie. Per questo mi diventa difficile avere dei cattivi assoluti nei miei film. Quando la gente mi dice "Oh, Meryl Streep era grande in The Manchurian Candidate, l'ho odiata così tanto!", ecco, io non voglio sentire quell'odio, perché la vedo come una persona completa, con le sue emozioni». E riguardo al successo del Silenzio degli Innocenti era solito dire: «Ho fatto solo quello che faccio sempre. Solo che questa volta ha funzionato»,

Peter Travers di Rolling Stone invece ha ricordato come Paul Thomas Anderson, parafrasando Welles su Ford, disse che i tre registi che più l'hanno influenzato erano: «Jonathan Demme, Jonathan Demme e Jonathan Demme». Rolling Stone gli ha dedicato al regista diversi articoli, tra cui uno di Tim Grierson intitolato Why Jonathan Demme Was One of the Greatest Concert Movie Directors Ever dove si ricorda un'intervista al Time del 2014 in cui disse: «L'uso di inquadrature lunghe, anziché di stacchi veloci, è il risultato della mia idea che ci sia più forza nel restare su un momento saliente dell'esecuzione, e lasciare che lo spettatore sia più profondamente coinvolto nella performance in corso, anziché interrompere costantemente il flusso con stacchi inutili. Staccare troppo di solito indica un'assenza di fiducia nei musicisti e nella loro musica». E proprio Rolling Stone, a proposito di Justin Timberlake + The Tennessee Kids, chiese l'anno scorso a Demme quale fosse il segreto di un grande film concerto: «Le cose principali sono due: la prima è che chiunque stia facendo musica deve avere una qualità cinematografica. Non intendo dire che debba essere uno showman, ma che deve essere un personaggio interessante. La seconda è che la loro esperienza deve creare un percorso, anche se solo interiore, per lo spettatore». Prima della sua morte, Demme stava progettando altri film concerto, uno dei quali con il musicista nigeriano Chief Commander Ebenezer Obey. Diceva: «Abbiamo solo iniziato a grattare la superficie di quello che può essere fatto nei performance film. Mi piacerebbe vederli diventare sempre più coraggiosi».

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