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«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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14 Febbraio 2018

Quel minimalista di Pasolini

Mi chiedo con quanta hybris chiunque possa pensare di scrivere, da solo, una storia del cinema. Mark Cousins lo fa: la sua Storia del cinema, del 2004/2011 (quante cose sono successe da allora...), viene ora tradotta da UTET (pp. 512, € 31). Mi chiedo anche con che ardire si possa pensare di proporre al pubblico italiano una storia del cinema in cui non si parla di Argento e Bava (sono solo registi di genere? Ma allora perché c’è Hideo Nakata?); si tace di Comencini, Lattuada, Monicelli, Pietrangeli, Risi (vabbe’, il nostro cinema è drammaticamente misconosciuto all’estero); di Ferreri si cita solo El cochecito, e non c’è una sola menzione di Olmi e Rosi (e qui non c’è scusa che tenga). Verrebbe voglia di buttare via subito il tomo, vero? Non che la Francia se la passi meglio: di Epstein, Rohmer, Rivette quasi non si parla. In compenso ci sono un sacco di iraniani, indiani, africani: la foglia di fico del politically correct terzomondista compensa le voragini. Anch’io penso che Haile Gerima sia un grande, sia chiaro. Ma penso anche che Il posto, Salvatore Giuliano e La grande abbuffata in una storia del cinema non possano mancare. Vediamo allora quali sono i criteri che motivano queste esclusioni. Cousins, che anni fa ha realizzato un fluviale documentario sulla storia del cinema dove parlava per decine di minuti di un gigante come Buck Henry, esordisce così: «Sebbene gli elementi economici nel cinema siano importanti, non troverete molti dettagli sul costo di un film o sull’organizzazione dell’industria e del mercato del cinema». Bene, da tempo gli accademici si sforzano di uscire da una vetusta impostazione idealistico-autorialista, di parlare di economia, mercato, pubblico e generi, ma Cousins torna mezzo secolo indietro. Se non prima. Il criterio che lo guida è quello dell’«innovazione» e della «creatività». I registi che lo interessano sono quelli che inventano nuove forme, e la storia del cinema è quella delle reciproche influenze. Un liceale avrebbe pensato a qualcosa di meno rozzo e ingenuo. Ma vediamo come Cousins parla degli registi a lui cari. Un nome a caso: Pasolini. «Al di là dell’Atlantico troviamo un altro regista che, come Warhol, era omosessuale e tendeva al minimalismo assoluto». Minimalismo? Poi paragona Pasolini a Bresson, Maysles, Dreyer, Cassavetes e Hitchcock: parole in libertà, analogie così vaghe da essere ridicole. Infine un attimo di concretezza: parla dell’influenza della pittura e delle inquadrature frontali. C’è anche una foto: «Pasolini usò i potenti ritratti biblici del pittore pre-rinascimentale Giotto come ispirazione per il proprio lavoro». Peccato che il «potente ritratto biblico» riprodotto sia San Pietro nella Distribuzione dei beni di Masaccio. Non male, per uno che cita Gombrich come suo ispiratore. A questo punto la voglia di chiudere il libro è irresistibile. Un’ultima prova: «Kubrick era un Keaton senza allegria». Un’ultimissima: «La dolce vita è un intero film vizioso quanto le scene religiose ne Le notti di Cabiria, un’influente ma involuta denuncia della borghesia romana alla moda». Spero vivamente che nessuno studente apra mai questo libro.

[pubblicata su FilmTv n° 07/2018]

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