Addio a Miloš Forman

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Simone Emiliani dice che Brama di vivere è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine Sony alle ore 21:05.

Una serie tv da cominciare? Attenzione, perché secondo Alice Cucchetti è magnetica e non potrete fare a meno di finirla.

La figura del Papa è stato oggetto di recente di una delle nostre liste. Ma se il Papa, più che una presenza, fosse una specie di fantasma irraggiungibile? Ovviamente, secondo Marco Ferreri.

L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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Mariuccia Ciotta

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14 Aprile 2018

Addio a Miloš Forman

Miloš Forman, regista e sceneggiatore di origini ceche ma con cittadinanza americana, è scomparso poche ore fa nella sua casa del Connecticut all'età di 86 anni.

Nato nel 1932 a Čáslav, piccola città della Boemia centrale al tempo appartenente alla Cecoslovacchia, iniziò la sua carriera in patria dopo essersi trasferito a Praga per frequentare la scuola di cinema. La sua non è stata la storia di un profeta inascoltato in patria, tanto che nel 1965 il suo secondo lungometraggio, Gli amori di una bionda, rappresentò la Cecoslovacchia per l'Oscar come Miglior film straniero. Forman abbandonò il suo paese natale nel 1968 in seguito alla Primavera di Praga, colto dal timore che la libertà e la vena satirica del suo cinema mal si sarebbe adattata all'invasore sovietico. Scelta saggia, tenendo conto della reazione poco sportiva con cui le autorità cecoslovacche accolsero, nel 1967, il suo terzo film Al fuoco, pompieri!, pungente satira sulle istituzioni del paese che gli valse la seconda candidatura all'Oscar.

Di se stesso, in un'autobiografia pubblicata nel 1994, disse: «Nella mia vita ho fatto sempre di tutto per vincere». Una frase che acquisisce un peso specifico ulteriore ripensando agli inizi della sua avventura americana. Il suo primo assaggio di cinema al di là della cortina di ferro è la commedia Taking Off, distribuita nel 1971. Un bagno di sangue al botteghino di proporzioni talmente disastrose che Forman finì con il ritrovarsi in debito di 500 dollari nei confronti dei distributori.

Quattro anni dopo, nel 1975, Forman, trascinato da fortuna, talento e testardaggine, conquistò anche il pubblico occidentale dirigendo Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, che gli valse il primo dei suoi due Oscar come Miglior regista. Lui stesso ammise la buona sorte avuta nell'ottenere quel lavoro: fu contattato dai produttori del film Michael Douglas e Saul Zaentz semplicemente perché, anche a causa dell'inizio balbettante della sua carriera americana, era fra gli autori più economici a disposizione.

Da quel momento in poi, e fino alla fine degli anni '90, la carriera di Miloš Forman è stata esemplare. A cavallo degli anni '70 e '80 avvicina il suo cinema alla musica, dirigendo il musical di culto Hair, il troppo spesso dimenticato Ragtime e il mai abbastanza incensato Amadeus, per il quale viene premiato dall'Academy con la sua seconda statuetta. Nonostante tutte le fortune di critica, premi e successo di pubblico ottenute da Amadeus, Forman ha sempre ricordato con affetto il film soprattutto perché gli ha dato la possibilità di tornare a lavorare, seppur temporaneamente, in patria. Oltretutto, lo stesso autore ceco scrisse in seguito (con una certa amarezza) di essere sicuro di aver raggiunto il picco della sua arte cinematografica con Amadeus.

Le sue due successive regie, Valmont e Larry Flint. Oltre lo scandalo, per svariati motivi non ebbero la stessa fortuna. Il primo fu oscurato dalla contemporanea uscita di Le relazioni pericolose, diretto da Stephen Frears a partire dallo stesso omonimo romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos. Il secondo, invece, fu un disastro al botteghino: il pubblico americano non apprezzò l'antieroico ritratto di Larry Flint, eccentrico fondatore e direttore della rivista per adulti Hustler.

Nel 1999 arriva l'ultimo colpo di coda di un regista gigantesco, fra i pochi che siano riusciti a coniugare la profondità del cinema d'autore europeo e la spettacolarità dell'industria americana. E l'ultimo grande film di Miloš Forman, Man on the Moon, non poteva che essere un omaggio a un artista affine e immenso, quell'Andy Kaufman che nessuno ha mai conosciuto veramente e che, con un silenzio rumoroso, ha segnato la vita di moltissime persone. Compresa quella di Forman, che appena prima dell'uscita del film ha sposato la sua terza moglie, Martina, che aveva lavorato sul set come assistente di produzione. Con lei avrà due gemelli, battezzati Andrew e James in onore di Kaufman e di Jim Carrey, protagonista di Man on the Moon.

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