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16 Aprile 2018

Addio a Vittorio Taviani

Vittorio Taviani è morto ieri a Roma all'età di 88 anni, dopo essere stato a lungo malato. Ne danno l'annuncio il fratello Paolo, con cui ha condiviso tutta la carriera dietro la macchina da presa, e i figli.

Vittorio Taviani è nato nel 1929, due anni prima del fratello Paolo, a San Miniato, nella provincia di Pisa, da una famiglia apertamente antifascista. Il padre, avvocato, fu svariate volte vittima delle azioni delle squadracce. Nel secondo dopoguerra frequenta la facoltà di legge di Pisa, ma insieme al fratello e al comune amico Valentino Orsini scopre ben presto la passione per il cinema. Dapprima organizzando proiezioni e animando cineclub, quindi con il passaggio dietro la macchina da presa. I fratelli Taviani prendono confidenza con il mezzo firmando due documentario, che preparano il terreno per l'esordio vero e proprio, nel 1962, con la regia di Un uomo da bruciare: girato insieme a Orsini, il film ha per protagonista Gian Maria Volonté e si ispira alla vita di Salvatore Carnevale, bracciante socialista della provincia di Palermo assassinato pochi anni prima, nel 1955. Il film ha subito un grande impatto, vincendo il Premio della critica alla Mostra del Cinema di Venezia.

Nel corso degli anni '60, esaurito il sodalizio professionale con Orsini, Paolo e Vittorio proseguono nel loro percorso, in un filo rosso artistico fatto di indipendenza e idee chiare. Dopo due ulteriori collaborazioni con Volontè, nel '67 per Sovversivi e nel '69 per Sotto il segno dello scorpione, gli anni '70 si aprono con il primo di una lunga serie di riconoscimenti internazionali ottenuti dai due fratelli: San Michele aveva un gallo ottiene il Prmeio Interfilm alla Berlinale e inaugura un decennio di grandi film. Allosanfàn nel '74, Il prato nel '79, La notte di San Lorenzo nel 1982. Ma soprattutto, nel bel mezzo di questo febbrile periodo artistico, il 1977 è l'anno di Padre padrone, il film simbolo dei fratelli Taviani, che ricevono la Palma d'Oro e il Premio della critica a Cannes direttamente dalle mani del presidente di giuria Roberto Rossellini. Liberamente tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Gavino Ledda, il film segnò la carriera e le vite dei fratelli Taviani, così come quella dell'autore sardo che ricorda così il regista scomparso dalle pagine di Repubblica: «Ho perso un amico, una persona generosa, appassionata, affettuosa, colta. Con Vittorio era un piacere chiacchierare di qualsiasi argomento, dal cinema alla musica, lo ricordo sempre prodigo di consigli e incoraggiamenti. E ricordo che poco tempo dopo l'uscita del film, a Roma, ebbi una volta un malore: mi venne spontaneo chiamarlo. Lui, insieme a Paolo, si precipitò in albergo, portandosi dietro il suo medico e mi rimase vicino fino a quando non ripresi le forze. Ecco, in questo dettaglio apparentemente insignificante, ritrovo tutta l'umanità e l'altruismo di Vittorio».

La carriera di Vittorio prosegue costante e instancabile fino alla scoperta della malattia. Sempre a fianco del fratello Paolo, con cui litiga, certo. Ma a suo dire: «Mai sul set. Solo quando giochiamo a tennis». La carriera dei due registi viene onorata già nel 1986 con un Leone d'Oro alla carriera. Una carriera che, in realtà, proseguirà sicura e costante per i successivi 20 anni, con l'ulteriore soddisfazione dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino ottenuto nel 2012 quando, entrambi già ultra-ottantenni, firmano Cesare deve morire, che segue la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare all'interno del carcere romano di Rebibbia. Vittorio Taviani è rimasto dietro la macchina da presa fino all'ultimo momento disponibile, inaugurando la lavorazione dell'ultimo film firmato dai fratelli, l'adattamento di Una questiona privata di Fenoglio, per poi essere costretto a lasciare il set per prendersi cura di se stesso. 

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