Addio a Carlo Vanzina

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Matteo Marelli dice che Sedotta e abbandonata è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 00:55.

Ricordiamo il grande cineasta francese, autore del monumentale Shoah , che ha dedicato la vita a indagare il possibile ruolo dell’immagine nella rappresentazione della storia.

Se fossi una donna sarei scandalizzata dal dibattito sulle quote rosa. Molto probabilmente non amerei essere identificata con un colore appiccicoso, infantile e nauseante come il rosa. Quando un uomo politico o un giornalista usa quel colore per identificare la presenza femminile non lo fa solo per scarsa fantasia, ma per tranquillizzarsi con l’immagine di una signorina dal grembiulino color confetto, tutta pizzi, trine, boccoli e totalmente inoffensiva. Se fossi una donna avrei preferito spaziare dal rosso incandescente al grigio glaciale.

Scorsese-DiCaprio, coppia al fulmicotone. Tre ore di film senza pause (e possibilmente senza tagli). Vi riproponiamo la locandina di Emanuela Martini.

Alice Rohrwacher dirigerà almeno due degli otti episodi della seconda stagione di L'amica geniale , dal titolo Storia del nuovo cognome . Avete già visto la prima?

Quest'anno alla #Berlinale69 non ci sono nomi di grande richiamo cinefilo. Un esempio preso dal passato? Bruno Dumont. Vi riproponiamo la recensione di un suo film, nella homepage della sezione Scanners.

La citazione

«La televisione è meglio del cinema. Sai sempre dov'è la toilette. (Dino Risi)»

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Pedro Armocida

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8 Luglio 2018

Addio a Carlo Vanzina

Carlo Vanzina è scomparso a 67 anni. A dare l'annuncio sono stati la moglie Lisa e il fratello Enrico con il seguente comunicato: «Nella sua amata Roma, dov’era nato, ancora troppo giovane e nel pieno della maturità intellettuale, dopo una lotta lucida e coraggiosa contro la malattia, ci ha lasciati il grande regista Carlo Vanzina amato da milioni di spettatori ai quali, con i suoi film, ha regalato allegria, umorismo e uno sguardo affettuoso per capire il nostro Paese».

Vanzina era nato nella capitale nel 1951, figlio d'arte del regista e sceneggiatore Steno (Stefano Vanzina). Insieme al fratello Enrico, di due anni più vecchio, è cresciuto sui set della Cinecittà degli anni d'oro. Tanto da esordire, tecnicamente, ancora in fasce (nel 1952) in Totò e le donne, quando i registi Steno e Monicelli si trovano ad aver bisogno di un bambino per "interpretare" Filippo Jr., il figlio del personaggio di Totò. Dopo questo primo bagno nella fonte cinematografica, a Carlo rimane l'imprinting. Dopo le scuole esordisce come assistente alla regia, a 18 anni, sul set di Toh è morta la nonna! agli ordini di Mario Monicelli. Grazie a quest'ultimo, oltre che al padre e ad Alberto Sordi, nel decennio successivo assimila l'arte e l'artigianato della regia cinematografica collaborando a film come Brancaleone alle crociate, Vogliamo i colonnelli, Il vichingo venuto dal sud, Polvere di stelle e Amici miei.

Nel 1976 dichiara conclusa la sua gavetta ed esordisce, in coppia con il fratello come co-sceneggiatori e con la piena responsabilità della regia, dirigendo la commedia Luna di miele in tre. In 40 anni appena abbondanti di carriera dietro la macchina da presa, Carlo Vanzina ha diretto 60 titoli per il cinema, testando anche (in anticipo sui tempi) le acque del piccolo schermo con miniserie (Anni '50 e Anni '60) e film Tv (Un maresciallo in gondola, Piper, Vip). Sul grande schermo, la coppia formata dai fratelli Vanzina è stata per decenni la protagonista indiscussa del botteghino italiano, trasportando la filosofia produttiva della Cinecittà del boom alle generazioni successive, quelle degli yuppie e dei paninari. Ha lanciato Diego Abatantuono (con Eccezzziunale... veramente) e Jerry Calà (Arrivano i gatti e I fichissimi) sul grande schermo, ha inaugurato cinepanettoni (Vacanze di natale) e cinecocomeri (Sapore di mare), ha reso omaggio al padre (Febbre di cavallo - La mandrakata) e ha esplorato, in silenzio, altri generi oltre alla commedia (Sotto il vestito niente, La partita, Tre colonne in cronaca).

Il tutto sempre con la lezione paterna ben chiara in testa: «Mio padre ci ha sempre insegnato che il nostro è un mestiere artigianale, come fare l’avvocato. Non pensiamo di costruire capolavori. I nostri film sono entrati nel Dna degli italiani. Sono un rito liberatorio: come il rutto libero di Fantozzi davanti alla Tv». 

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