Addio e grazie per tutte le news #131

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Giulia Bona dice che Benvenuti a Zombieland è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai4 alle ore 00:45.

Dopo l’elezione di Donald Trump del 2016, Mauro Gervasini realizza una ricognizione sui film e i cambiamenti a Hollywood durante i due mandati del primo presidente americano nero, Barack Obama. Vi riproponiamo le sue riflessioni.

Siamo gli Oscar, e per rispondere a #OscarsSoWhite ora sì che ci preoccupiamo di dare visibilità agli artisti Neri e Donna! Ma in modo meccanico, superficiale e tutto sommato dannoso. Un'analisi di Ilaria Feole del 2018, pienamente attuale.

Muore a 97 anni la fidanzata d'America, Doris Day, una carriera leggendaria di cantante e attrice ma soprattutto il volto dell' american girl . In una filmografia per lo più dedicata alla commedia brillante scegliamo un titolo diverso, uno dei più famosi thriller di Alfred Hitchcock, per ricordarla.

Il 18 giugno arriva su Sky Atlantic la seconda stagione, ma in origine era una miniserie senza seguito: i nuovi episodi sono tutti diretti da Andrea Arnold, e non vediamo l'ora di tornare a seguire le vicende delle protagoniste di Big Little Lies. La recensione della prima stagione, di Alice Cucchetti.

Questa settimana ripeschiamo dall'archivio un film invisibile contenuto in un numero di Scanners dedicato alle metamorfosi,le trasformazioni, il cambiamento del corpo, il mutamento. Ad un ribaltamento kafkiano, per la precisione, nel caso di questo film di Denis Côté.

La citazione

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News


24 Maggio 2019

 Addio e grazie per tutte le news #131

Mektoub, parte seconda: bene, ma non benissimo
Proseguono imperterrite le cronache dalla 72esima edizione del Festival di Cannes. La quale, al di là della qualità dei film – che a giudicare dai responsi ottenuti da Almodóvar, Loach, Tarantino, Bong Joon-ho e altri pare piuttosto alta – è soprattutto riuscita a regalare momenti ragguardevoli dal punto di vista extra cinematografico. Quest'anno però, in mezzo a tanti candidati onorevoli, a vincere la Palma d'Oro dell'esperienza sgradevole è sicuramente Abdellatif Kechiche, in rotta di collisione con parte della stampa. La polvere da sparo era posata da tempo, precisamente dal 2013, anno in cui il trionfo a Cannes di La vita di Adele diede ancor più risonanza alle testimonianze sull'atmosfera tirannica e per certi versi abusiva che si respirava sul set comandato con pugno di ferro dall'autore franco-tunisino. Le due protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, avevano fatto un resoconto abbastanza dettagliato, pubblicato dal New Yorker, dell'estenuante e disagevole lavorazione del film. Kechiche non si è fatto tangere dal polverone, ed è anzi riuscito a concentrarsi abbastanza da unire una buona quantità di ragguardevolezza su schermo a quella extra-diegetica, già presente in abbondanza. Le prime recensioni sul suo Mektoub, My Love: Intermezzo, che per inciso era uno dei titoli più attesi del concorso ufficiale, sono inviperite, ma come raramente capita di leggere. E reazioni del genere a Cannes non si sentivano, forse, dai tempi del The Brown Bunny di Vincent Gallo, sultano degli sgradevoli. Foto dalla sala rimasta mezza vuota al termine della proiezione riservata alla stampa, corredate da commenti di questo tenore: “Di gran lunga il peggior film in concorso. Kechiche prende tutte le giuste rimostranze fatte su Adele e le quadruplica: spregevole spazzatura da maschio guardone”, “Mektoub è il Jersey Shore di Kechiche: scene insulse e infinite di ammiccamenti e balli nei locali. La macchina da presa è lascivamente e costantemente alla ricerca dei fondoschiena”, “Il regista de La vita di Adele ha fatto un film di quattro ore che parla di sederi. È lungo quanto Lawrence d'Arabia, e letteralmente il 60% della pellicola è fatto di primi piani di sederi. A un certo punto sento di aver avuto un lieve attacco psicotico”, o un più semplice “Che imbarazzo per il Festival”. Ci sono andati sul leggero, sembra. 

Zack Snyder, sparato da un cannone
Zack Snyder
pare essere tornato ai suoi vecchi fausti, a prima di impastoiarsi nelle paludi dell'universo cinematografico DC (alla cui inospitabilità ha lui stesso collaborato) quando era il sobrio intellettuale che regalava capolavori intimisti come L'alba dei morti viventi e 300. O, ancora meglio, come Sucker Punch, film del 2011 che non è stato particolarmente apprezzato dalla critica e da parte degli spettatori – mentre un nutrito gruppo di appassionati continua a difenderlo con ostinato amore. È la storia del viaggio allegorico verso la libertà di cinque ragazze internate in un raccapricciante istituto di igiene mentale, in attesa di subire una lobotomia. In fuga attraverso mondi immaginifici dove devono affrontare le minacce più assurde, riusciranno le protagoniste ad affermare il diritto delle donne a essere trattate con pari diritti e rispetto, a non farsi oggettivare nonostante i due stracci da scolaretta sexy che Snyder ha deciso di usare come costumi? Secondo il regista, il film è stato “Malamente frainteso. Io ho sempre detto che si tratta di un commento, una critica al sessismo e alla cultura degli sfigati. Se qualcuno mi chiedesse in faccia 'Perché hai filmato le ragazze in quel modo?' gli risponderei 'No, sei tu che le hai filmate in quel modo, che le guardi in quel modo'. Sostanzialmente Sucker Punch è un grosso vaffanculo dedicato a tanti di quelli che l'hanno guardato e lo guarderanno”. Zack Snyder, fine dicitore.

Consoliamoci con Ann Hui
Una delle voci cinematografiche più cristalline, peculiari e significative al mondo, già iscritta nei tomi di storia della settima arte per il suo fondamentale contributo alla New Wave hongkonghese degli anni '80, è quella di una 72enne di nome Ann Hui. La quale non solo ci ha regalato A Simple Life – era il 2011 quando venne accolto con il corretto entusiasmo alla Mostra di Venezia – ma nel corso della sua quarantennale carriera sul grande schermo ha lasciato una scia di capolavori mai arrivati in Italia come Boat People, Love in a Fallen City, Eighteen Spring, Song of Exile, Nu ren si shi, As Time Goes By o The Way We Are. La buona notizia è che Hui continua a lavorare come una persona a cui nessuno ha mai ben spiegato il concetto di pensione. La cineasta di origini sino-giapponesi, ma cresciuta a Hong Kong, è già al lavoro da qualche giorno sul set di Love After Love. La storia è quella di una giovane donna shanghainese che va a Hong Kong, prende in prestito del denaro e si fa avviluppare da una combriccola di persone davvero ricche, il cui stile di vita lussureggiante va al di là dei suoi poveri, seppur ingegnosi, mezzi. Altra buona notizia: la sceneggiatura è la rilettura di un racconto breve (Aloeswood Incense) di Eileen Chang, fra le scrittrici più amate dal cinema cinese, i cui romanzi avevano già ispirato non solo Hui per due dei suoi film più memorabili (Love in a Fallen City e Eighteen Spring), ma anche Ang Lee per il suo Lussuria – Seduzione e tradimento, premiato con il Leone d'Oro a Venezia nel 2007. I due protagonisti di Love After Love saranno Eddie Peng e Ma Sichun; mentre, appunto ancor più interessante, la fotografia del film sarà curata da Christopher Doyle (collaboratore di fiducia di Wong Kar-wai) e sarà corroborata dai costumi di Emi Wada, premio Oscar nel 1986 per Ran (ha collaborato con Kurosawa anche per Sogni) e celebre anche per aver impreziosito le messe in scena di Nagisa Oshima (Tabù – Gohatto) Peter Greenaway (L'ultima tempesta) e Zhang Yimou (Hero e La foresta dei pugnali volanti).

Ogni settimana come si deve andrebbe chiusa con bombe di questo calibro. Non quelle letterali che esplodono in film come Captain America: Civil War (su Rai2 alle 21.20) The Island (su Iris alle 21) o Rampage: Furia animale (su Premium Cinema alle 21.15). Bensì quella sentimentale del ritorno sullo stesso schermo di Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger, che nel primo trailer di Terminator – Destino oscuro gigioneggiano con zazzera spelacchiata, nel caso dell'ex Presidente della California, o salutano la gente in mezzo alla tangenziale a colpi di bazooka, è il caso della cara vecchia (si fa per dire, via il cannone per favore) Sarah Connor. 

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