First Man - Il primo uomo di Damien Chazelle - la recensione di FilmTv

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Mauro Gervasini dice che '71 è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiStoria alle ore 21:10.

Il cast dei sequel di Avatar cresce (ve ne parliamo nella prossima newsletter, nella vostra casella di posta sabato 18 maggio). Per l'occasione vi riproponiamo un confronto critico pubblicato all'epoca dell'uscita del primo film.

Il calciomercato delle piattaforme streaming e dei canali a pagamento, dai destini sempre più intrecciati. Un'analisi di Andrea Bellavita.

Lo scorso 9 maggio è morto a Seattle lo sceneggiatore Alvin Sargent, fra gli sceneggiatori più eclettici e di maggior successo nelle ultime cinque decadi di Hollywood. Suo è Paper Moon , che gli valse la prima nomination agli Oscar. Vi riproponiamo la locandina di Gianni Amelio.

Il 24 maggio arriva su Netflix una nuova serie spagnola che si chiama Alto mare (ve la segnaliamo brevemente nel numero di questa settimana). Avrà il successo di La casa di carta ?

«O dio mio, aprimi le porte della notte». In memoria di Jean-Claude Brisseau (1944-2019) ripubblichiamo la recensione del film che gli valse il Pardo d'oro a Locarno.

La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

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Emanuele Sacchi

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Recensione pubblicata su FilmTv 44/2018

First Man - Il primo uomo


Regia di Damien Chazelle

Perché un uomo dovrebbe voler andare sulla Luna? In fondo non è molto diverso da chiedere perché un uomo dovrebbe voler diventare un batterista leggendario. O perché un uomo dovrebbe voler “salvare il jazz” con un night club. La risposta è sempre la stessa: perché, altrimenti, cosa siamo venuti a fare al mondo? Gli eroi di Damien Chazelle hanno una cosa in comune, tutti: vogliono fare l’impresa, lasciare il segno (letteralmente: il sangue sul tamburo, l’insegna luminosa del Seb’s, l’impronta del piede sul satellite), essere sovrumani. Essere il migliore ed essere il primo. Certo, partecipare alla storica missione spaziale per la “conquista” della Luna suona come un obiettivo ben più ambizioso che diventare un musicista leggendario, ma si tratta pur sempre di entrare nella Storia. E Chazelle, per dimostrare che Neil Armstrong è animato dallo stesso sentimento dei musicisti di Whiplash e La La Land (prima di loro, c’era anche il meno titanico protagonista di Guy and Madeline on a Park Bench) e per fare più suo un copione, per la prima volta, non scritto da lui (è di Josh Singer, già cantore di eroi ordinari nel coevo The Post), rende la sua scalata alla Luna un percorso peculiarmente terreno e domestico, ancorato al suolo, alla pesantezza dello scafandro, alla nausea delle esercitazioni, ai barbecue fra colleghi (e poi anche Armstrong un po’ musicista lo era: al college componeva brani, ci rivela un dialogo ammiccante). E ancora una volta, come nei film precedenti, l’ambizione del protagonista pare inconciliabile con la pace domestica e con un rapporto sentimentale solido: Janet Armstrong è messa alla prova dalla granitica volontà del consorte (amplificata dall’imperturbabile maschera neutra di Gosling) di rischiare la vita nel programma Gemini, e nonostante la prova luminosa di Claire Foy, il personaggio resta secondario, sacrificato allo slancio super-umano di Neil e impossibilitato a comprenderlo realmente (quella parete di vetro che li separa nel finale...). L’astronauta come performer, quindi, sottoposto ad addestramenti faticosi e al rapporto con le aspettative del “pubblico”, le stesse che affronta Chazelle, nel film post-consacrazione, perché la tensione a superarsi dei suoi protagonisti è molto simile all’ambizione nervosa del giovane regista, qui deciso a calare lo spettatore fin sopra i capelli nell’esperienza sensoriale del viaggio spaziale. Design sonoro e macchina da presa incollata al casco contribuiscono a un “effetto Dunkirk” tanto ricercato quanto, tutto sommato, gratuito. Perché lo script contiene già la chiave umana, anti-spettacolare, che Chazelle persegue con la sua messa in scena di fragoroso e ansioso “realismo”: l’alienante routine cui Neil si sottopone, il suo desiderio di superare se stesso e volare via su un razzo non sono che il tentativo estremo di elaborare un lutto inammissibile, quello per la figlia strappatagli da un tumore. La morte è il tema portante della sceneggiatura, punteggiata di funerali e ferali telefonate, perché un buon numero di astronauti ci ha rimesso la pelle, e la mitologia della corsa allo spazio statunitense non è mai stata meno fulgida. Anzi, ha l’aura cupa di una strage in sordina: Armstrong è il primo uomo vivo a compiere l’impresa, preceduto da troppi uomini morti nel tentativo.

I 400 colpi

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9
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5
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6
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8
media
6.6
First Man - Il primo uomo (2018)
Titolo originale: First Man
Regia: Damien Chazelle
Genere: Biografico - Produzione: Usa - Durata: 141'
Cast: Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Kyle Chandler, Corey Stoll, Patrick Fugit, Christopher Abbott
Sceneggiatura: Josh Singer

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Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.


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Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

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