Samuel Maoz: «Foxtrot è uno specchio della società israeliana»

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La citazione

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Samuel Maoz: «Foxtrot è uno specchio della società israeliana»


Il regista di Foxtrot, Samuel Maoz, ha parlato a New York del suo film ed è poi stato intervistato da IndieWire, cui ha raccontato della sua reazione all'accoglienza ricevuta in Israele.

Dopo il Leone d'Oro nel 2009 vinto con Lebanon, Samuel Maoz ha ottenuto quest'anno anche il meritatissimo Leone d'Argento, ossia il Premio speciale della giuria del Festival di Venezia con la sua opera seconda: Foxtrot (che sarà distribuito in Italia da Academy Two). Il film è stato inoltre amato dalla critica angloamericana (su metacritic è valutato con un punteggio di 93) e ha fatto inoltre incetta di riconoscimenti agli Ophir Awards, ossia i premi della Film Academy israeliana, divenendo così automaticamente il candidato del Paese nella corsa all'Oscar per il miglior film straniero. 

Non tutti però l'hanno apprezzato in Israele, infatti il ministro della cultura Miri Regev ha scritto su Facebook: «Quando un film israeliano vince un premio internazionale, il cuore mi si riempie di gioia ed è mio naturale desiderio incoraggiarne il successo. Questa regola però ha un'eccezione: quando l'abbraccio internazionale è il risultato dell'auto-flagellazione e della cooperazione con le narrazioni anti-Israele». Il tutto senza nemmeno aver visto il film e basandosi solo su come le è stata raccontata la scena in cui alcuni soldati, annoiati e incaricati di sorvegliare un posto di blocco, finiscono per causare la morti di civili innocenti.

«Sono molto contento che la gente ne stia parlando» ha detto Maoz: «È come uno specchio di fronte alla radicale divisione nella nostra società, al di là del film stesso. È una lotta per la libertà di espressione». Quindi ha spiegato: «Avevo bisogno di trovare una danza che si potesse fare in molte versioni, ma dove alla fine ci si ritrova sempre al punto di partenza. Questa danza è la nostra società. I nostri leader dovrebbero salvarci da questo loop, ma fanno l'opposto».

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Maoz ha poi raccontato come Micheal Feldmann, il personaggio interpretato da Lior Ashkenazi, sia rappresentativo della seconda generazione di uomini israeliani. I loro genitori gridavano che dovevano essere forti, perché erano sopravvissuti all'Olocausto, obbligandoli a reprimere i propri sentimenti e finendo per diventare a loro volta traumatizzati. Infatti Michael: «Farebbe di tutto per dimostrare di stare bene. Dall'esterno ogni cosa sembra a posto, ma all'interno la sua anima sta sanguinando. Ci sono molte versioni di lui nella mia generazione». C'è nella sua storia anche qualcosa della biografia del regista, che ha ricordato quando un giorno ha rifiutato alla figlia, in ritardo per la scuola, di prendere un taxi, obbligandola a usare l'autobus. Circa venti minuti dopo venne a sapere che un attacco terroristico aveva colpito proprio quella linea di autobus e lei non rispondeva al telefono. Solo dopo alcune ore ha scoperto che si era salvata, perché aveva perso quella corsa e ne aveva presa una successiva. «Mi sono chiesto: Cosa posso imparare da questo? Sentivo di aver fatto la cosa più giusta e logica. Ho voluto affrontare il divario tra le cose che controlliamo e quelle che sono al di là del nostro controllo».

Dei giovani al posto di blocco invece ha detto: «Sono un microcosmo della nostra società apatica e ansiosa, il climax di una situazione malata che peggiora sempre più. Preferiamo seppellire le vittime anziché farci domande difficili». E il ministro della cultura sembra dargli ragione, perché dopo il premio vinto da Foxtrot a Venezia ha scritto in un secondo comunicato: «Questa è un'ulteriore prova che lo stato non deve sovvenzionare film che possono essere usati come armi di propaganda nelle mani dei nostri nemici». Il protagonista Ashkenazi, tra gli attori più stimati del Paese, ha ribattuto: «Un film come Foxtrot può creare una vera discussione tra le parti. Non credo possa cambiare le cose, ma di certo può farne parlare».

Maoz, forse in reazione a questa polemica, ha concluso: «Ho capito che fare un film in israeliano, per quanto di successo, ha dei limiti. Voglio parlare a più persone e non voglio ritrovarmi vecchio e realizzare che ho perso questa occasione. Non sono un eroe, ma non vorrei mai evitare di creare qualcosa solo per paura».

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