Non voglio essere capita {Jeanne Moreau}

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La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

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Servizio pubblicato su FilmTv 13/2016

Non voglio essere capita {Jeanne Moreau}


La diva francese è scomparsa il 31 luglio scorso. L'anno scorso, in occasione del ritorno in sala di Ascensore per il patibolo in versione restaurata, le dedicavamo questo ritratto.

Camminando, sono stati prodotti i pensieri migliori. Lo dicono filosofi e romanzieri e lo dice il cinema moderno, che ha messo in immagini l’associazione tra il pensiero e l’incedere del corpo e ha fatto del vagabondare una categoria esistenziale: un modo di vedere il mondo dall’interno, attraversandolo, ma anche restando in parte estranei a esso, in virtù di un moto che non si arresta e tutto sorpassa e si lascia alle spalle. Tra le camminate impresse più a fondo nell’immaginario dello spettatore cinefilo c’è senz’altro quella notturna di Jeanne Moreau sugli Champs Elysées e sulle note improvvisate da Miles Davis in Ascensore per il patibolo. Ed è proprio il film di Louis Malle - di nuovo in sala dal 4 aprile, in versione restaurata da Gaumont e distribuita dalla Cineteca di Bologna - a portare l’attrice, nata nel 1928 da una ballerina inglese e da un ristoratore francese, nel mondo del cinema d’autore, inaugurando in lei un personaggio seduttivo e intellettuale al contempo, che le è proprio, o di certo lo diviene da quel momento, in maniera definitiva. Un nuovo cinema è alle porte, une nouvelle vague, che necessita di un nuovo modello di diva, qualcuno per cui, come dirà la Moreau stessa ai “Cahiers du cinéma” nel 1965: «Fare film non è più uno stile di recitazione, è uno stile di vita». Il primo piano che apre il film d’esordio di Malle, allora venticinquenne, apre anche il sipario su questa nuova epoca, che è dietro l’angolo, e che archivia il tipo alla Brigitte Bardot e parla della donna in una lingua moderna, autentica, vicina all’interiorità, roca e sensuale, come la voce inconfondibile di Jeanne Moreau. Curiosamente, bambina, alla fine degli anni 30, Jeanne vive in un appartamento a Pigalle che confina con una sala cinematografica, ed è dunque proprio attraverso la voce degli attori che ascolta quotidianamente che si consuma il suo primo incontro con il cinema. Anche se le prime esperienze di recitazione sono teatrali e tradizionali (a 22 anni è già nella Comédie Française, ma preferisce lasciarla per inseguire Jean Vilar e dar vita al festival di Avignone), e se c’è addirittura chi, negli anni 50, la giudica difficile da fotografare (come ebbe a dire Julien Duvivier), è proprio lo splendido ritratto che fa di lei l’amico François Truffaut in Jules e Jim a consacrarla una volta per tutte regina del cinema francese. La sua Catherine, che non si cura delle convenzioni e vive secondo il proprio desiderio, è molto più forte degli uomini che la circondano e porta con sé la memoria di alcuni ruoli precedenti (la scandalosa Jeanne di Gli amanti) così come la voglia del regista di ritrattare la temperatura fredda di altri (per Michelangelo Antonioni, la Moreau era stata Lidia in La notte, moglie di un Marcello Mastroianni in crisi e artefice di un’altra passeggiata indimenticabile, vero e proprio monologo dello smarrimento), ma è anche e soprattutto incarnazione di una libertà senza precedenti, di inventare la propria vita e il proprio cinema. La stessa libertà guiderà il cammino successivo di Jeanne Moreau davanti e dietro la macchina da presa. Sarà la volta di Joseph Losey, Orson Welles, Luis Buñuel. Sarà Mata Hari (Mata Hari - Agente segreto H21) per il primo marito, Jean-Louis Richard, Humphrey Bogart per Truffaut in La sposa in nero, Mademoiselle al cinema (in E il diavolo ha riso) e amante nella vita per Tony Richardson, ancora moglie e musa per William Friedkin. Regista a sua volta di storie di donne (Scene di un’amicizia tra donne, L’adolescente, Lillian Gish), unica attrice ad aver presieduto per due volte la giuria di Cannes, nel 1975 e nel 1995, è tutt’altro che ferma alla gloria nazionale: se in patria, infatti, si fa dirigere ancora, tra gli altri, da Jean Renoir, André Téchiné, Luc Besson (Nikita) e instaura un vero e proprio sodalizio con Marguerite Duras, nella sua sterminata filmografia ci sono anche Elia Kazan (Gli ultimi fuochi), Rainer Werner Fassbinder (Querelle de Brest), Theo Angelopulos, Amos Gitai, Roberto Andò, Manoel de Oliveira. Wim Wenders inventerà per lei la macchina che permette di visualizzare i ricordi e Jeanne Moreau, acquistando la vista, perderà la vita, in uno dei (contra)passi più struggenti del cinema della recente fin di secolo. Ma è soltanto un film, e la Moreau, a 88 anni, continua a girare nel tourbillon de la vie.

10 film con Jeanne Moreau

A cura di Ilaria Feole

  • Ascensore per il patibolo

    La leggenda vuole che i tecnici che svilupparono la pellicola avvertirono il produttore: «Non lasci che Malle distrugga Jeanne Moreau». Si riferivano alla sequenza in cui l’attrice era illuminata solo dalle luci intermittenti e crude degli Champs Elysées, ma il film dell’allora suo compagno (il primo di tanti amori “sul set”, più o meno ufficiali, tra cui Truffaut, Jean-Louis Trintignant, Mastroianni e Tony Richardson, che per lei lascia Vanessa Redgrave), che si apre sul primissimo piano della sua bocca dagli angoli imbronciati e letali, fu invece la sua consacrazione (insieme al successivo, scandaloso, Gli amanti). Malle e Truffaut ne fecero un’icona di sensualità ed emancipazione in tutto il mondo: nel 1965 fu la prima attrice francese a comparire sulla copertina di “Time”. La sua carriera sterminata (oltre 65 anni di cinema e quasi 150 titoli) parte da qui, dalla femme fatale Florence, complice di un omicidio e vittima di un blackout. Il noir di Malle, tratto dal romanzo di Noël Calef, torna in sala, nella versione restaurata da Gaumont, dal 4 aprile, distribuito dalla Cineteca di Bologna nell’ambito di Il cinema ritrovato.

  • La notte

    Rigorosa e raffinata, forte del suo passato teatrale, Moreau sceglie titoli ambiziosi sullo schermo. Nel secondo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità è la moglie frustrata di Mastroianni, errante sullo sfondo di una Milano desertica e vacua e delle macerie di un matrimonio. 

  • Jules e Jim

    Di righe orizzontali vestita, fra i due uomini della sua vita, Catherine intona il canone ipnotico di Le tourbillon (Moreau, anche cantante, pubblica cinque album fra gli anni 60 e gli 80), gorgo canoro dedicato a una donna che le somiglia molto: «Aveva occhi, occhi d’opale che mi affascinavano/ c’era l’ovale del suo volto pallido/di femme fatale che mi fu fatale». Indimenticabile. 

  • Il diario di una cameriera

    Il potere produttivo di Moreau negli anni 60 è notevole: ingaggiata per Eva, tenta di farlo dirigere a Jean-Luc Godard (scartato dai produttori quando invia una sceneggiatura di una sola pagina e rimpiazzato da Joseph Losey). Buñuel non la conosceva e il suo nome gli viene proposto perché monetizzabile: le affida il ruolo della scaltra Céléstine e il legame fra i due porta l’attrice a definire l’autore il suo «padre spagnolo». 

  • Falstaff

    Welles la considera «la più grande attrice del mondo» e la incoraggia a passare dietro la macchina da presa (cosa che fa nel 1976, con Scene di un’amicizia tra donne). Legati da amicizia, i due collaborano per Il processo, Storia immortale, per gli incompiuti The Deep e The Other Side of the Wind e per questo adattamento di Shakespeare: spesso, date le ristrettezze di budget di Welles, Jeanne recitava per salari simbolici.

  • La sposa in nero

    «Ogni volta che me la immagino a distanza, la vedo che legge non un giornale ma un libro, perché Jeanne Moreau non fa pensare al flirt ma all’amore»: così Truffaut descriveva la sua infatuazione per l’attrice, con cui torna a lavorare nel thriller hitchcockiano tratto da William Irish (alias Cornell Woolrich) e ispiratore del Kill Bill tarantiniano: una donna, una vendetta e cinque uomini che fanno una brutta fine.

  • Querelle de Brest

    Each Man Kills the Thing He Loves, ogni uomo uccide ciò che ama, canta la matura maîtresse Lysiane (come una Marlene Dietrich appannata dagli anni, ma mai doma), su testo di Oscar Wilde, nel bordello di Brest dove il marinaio Querelle scatena tourbillon di desiderio. La voce roca, lo sguardo disilluso, la diva è l’ultima delle donne immortalate da Fassbinder, morto poco dopo la realizzazione del film.

  • Nikita

    La statura di Jeanne Moreau non è quella di una diva tout court: è un’intellettuale e autrice instancabile, eclettica e politicamente schierata. Negli anni 90 dirige gli spot per Air France, firma una petizione contro le leggi francesi sull’immigrazione e, sullo schermo, gioca con la sua fama “oltraggiosa” interpretando l’anziana maîtresse che impartisce alla letale Nikita lezioni di seduzione.

  • Il tempo che resta

    Attivissima anche nel terzo millennio (nel 2000 è la prima donna eletta all’Académie des beaux arts di Parigi e l’anno dopo debutta come regista di un’opera lirica con l’Attila di Verdi), attenta agli autori emergenti del suo paese (è presidente di éQuinoxe TBC, laboratorio per sceneggiatori, e fondatrice della scuola di cinema Ateliers d’Angers), Moreau veste i panni di nonna Laura, confidente del terminale Melvil Poupaud: immensa.

  • Gebo e l'ombra

    Nell’ultimo, bellissimo lungometraggio firmato dal maestro portoghese, Moreau, ottantaquattrenne, si presta al gioco sepolcrale di De Oliveira, interpretando un personaggio che, in un’opera legata a doppio filo alla presenza della morte, infonde ironia e smaliziata consapevolezza della fine imminente nell’immobilità funebre della famiglia di Gebo. Un ruolo da fuoriclasse, in un film testamento.

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