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Luciano Salce - Un regista per pochi e per tutti


In regalo sul numero di Film Tv in edicola dal 3 maggio la locandina di Il federale con Ugo Tognazzi, un classico della commedia all'italiana. Per l'occasione riproponiamo un servizio sul suo autore, Luciano Salce, meno celebrato di altri maestri del filone, eppure grandissimo...

Perché quando si parla di Fantozzi si parla così poco di Luciano Salce? In fondo ha diretto i primi due capitoli della serie e, senza nulla togliere al genio di Paolo Villaggio, il confronto con i successivi dovrebbe essere lampante. A parte il fatto che nessuno, se non un uomo colto e ironico come Salce, avrebbe potuto dirigere l’episodio del remake di La corazzata Kotiomkin alias Potëmkin con pari precisione e gusto, i primi due Fantozzi traboccano di trovate visive surreali - Fantozzi sul tetto dell’autobus, l’apparizione dell’angelo - nelle quali si vede il tocco di un vero regista. Di un regista che, contrariamente ad alcuni dei maestri della commedia all’italiana, non perseguiva un’idea di stile neutro e di una macchina da presa invisibile. All’inizio della carriera di Salce, Tullio Kezich si era accorto che Le ore dell’amore aveva ritmi e idee da nouvelle vague. Poi, però, l’intuizione critica venne accantonata. E Salce passò dalla leggerezza stralunata di La cuccagna al barocco pop, già prefigurato nei fellinismi visionari del finale di La voglia matta. Visivamente, Salce è sempre stato un regista eccessivo, all’insegna dello spreco, traboccante di spunti a costo di buttarli via. “Sobrio” e “delicato” sono alcuni degli aggettivi delle finte recensioni che concludono Basta guardarla, un film che è tutto fuorché sobrio e delicato. Un film sulla fine dell’intrattenimento popolare del varietà, raccontato nelle sue miserie ma con uno sguardo complice che trasformava paillette e costumi improbabili in pop art. Ma nel 1970 chi se ne poteva accorgere? Salce, uomo dai cento talenti e sperimentatore dei media (teatro, televisione, radio...), al cinema ha avuto una carriera strana e altalenante, tra grandi successi che colgono lo spirito del tempo e film in anticipo sui tempi destinati alla riscoperta postuma. Ben inserito nel sistema della commedia (è lui che ha fatto fare il salto di qualità a Ugo Tognazzi con Il federale e La voglia matta), al tempo stesso era un outsider per i temi e lo stile. Nel 1969 girò Colpo di stato, una satira fantapolitica sul PCI che vince le elezioni e non vuole andare al governo. Profetica, acutissima, non andò a vederla nessuno. Nel 1974 realizzò una parabola acida e grottesca, Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, che definire ferreriana sarebbe banale (dato che Rafael Azcona è tra gli autori del soggetto) e dove Paolo Villaggio (che poi pare averlo rimosso) usa il corpo come un body artist dell’epoca. Un altro film per pochi (nonché v.m. 18), seguìto da un successo di massa come Fantozzi, che invece rimase nella memoria di più generazioni. Pochi sono stati capaci di essere altrettanto convincenti sui due registri. Per fare luce su questo uomo rinascimentale c’è una documentatissima biografia, Luciano Salce - Una vita spettacolare (Edilazio), scritta dal figlio Emanuele e da Andrea Pergolari. In essa si parla anche dei trascorsi tragici di Salce durante la Seconda guerra mondiale, che gli lasciarono in eredità una specie di smorfia permanente (e L’uomo dalla bocca storta si chiama un documentario girato dai due) e su cui, in vita, non volle mai soffermarsi. Alla luce della prigionia di Salce in un lager nazista acquista ulteriore spessore Il federale, la storia di un cretino che vuole essere fascista quando il regime sta cadendo, e che la critica aristarchiana all’epoca tacciava ottusamente di non essere abbastanza impegnata. In questa filmografia ricchissima di sorprese (cito solo i due film con Lando Buzzanca: Io e lui - ovviamente eccessivo nella decostruzione del logofallocentrismo del romanzo di Alberto Moravia, e che difatti piacque poco a quest’ultimo - e Il sindacalista - sorprendentemente a tono e a fuoco in anni di eccessi ideologici e di classi operaie in paradiso), mi piace ricordare due dei titoli più malfamati e ignorati dai giovani cinefili: L’anatra all’arancia e l’episodio Sì buana del fondamentale Dove vai in vacanza? Il primo è uno dei film “non vietati” (dicitura diversa da “per tutti”: chi leggeva i flani nel 1975 capisce la differenza) con più epidermide esposta della storia del cinema italiano: ma soprattutto uno delle opere chiave per comprendere l’involgarimento sia della commedia all’italiana (così diversa dalla grevità light dei successivi cinepanettoni), sia della borghesia post Sessantotto, impegnata solo a trombare mentre il paese va allo sfascio. Ma ancora più teorico è il secondo, dove un dialogo tra Paolo Villaggio e Daniele Vargas in un gabinetto all’aperto alterna il campo/controcampo delle facce a quello altrettanto espressivo dei culi. Con tecnica alla George Grosz, Salce mostra ciò a cui assomigliano sempre di più le facce degli italiani: e ha ancora la libertà e l’estro di farlo. Poi, negli anni seguenti (Salce se n’è andato nel 1989), il cinema dovette dargli sempre meno soddisfazioni. Con l’eccezione di Vieni avanti cretino: il migliore film di Lino Banfi, un altro canto del cigno della comicità popolare, da un regista che non è mai stato populista. Salce è stato grande anche per questo.

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