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Palestina anno zero


Durante l'estate 2014, storditi dall’eco degli orrori dell'ennesima recrudescenza del conflitto tra israeliani e palestinesi, abbiamo cercato di fare il punto sul cinema della zona più martoriata del medio oriente, sperando in un dialogo anche attraverso i film

Comunicato stampa della presidenza del consiglio dei ministri del 12 luglio 2014: «Il governo italiano considera grave e preoccupante la sanguinosa escalation di violenza in corso tra Israele e Hamas...». Hamas, che della Palestina araba è l’organizzazione più radicale, non certo rappresentativa di un intero popolo. Il quale però, privo di uno stato nazionale, è considerato solo nelle sue singole parti, senza una morfologia geografica consolidata e senza un’identità collettiva. Paradossalmente la Palestina è oggi quello che l’Italia, secondo la vulgata, era per Metternich nel 1800: un’espressione geografica. L’immaginario di una comunità che condivide lingua, esperienze e matrice religiosa passa attraverso la sua capacità di raccontarsi e raccontare il mondo secondo un punto di vista condiviso. Il cinema è da 50 anni lo strumento culturale tramite cui i palestinesi cercano di perforare l’isolamento e il silenzio al quale sono costretti almeno dal 1948 (hanno subito anche prima un certo ostracismo dai paesi arabi confinanti). Bisogna attendere il 1968 perché qualcosa di minimamente organizzato in campo cinematografico veda la luce. Subito dopo la Guerra dei sei giorni vinta da Israele, nasce in Giordania l’Unità del cinema palestinese, cellula di filmaker guerriglieri (uno dei fondatori, Hani Jawhariyya, muore mentre riprende uno scontro a fuoco in Libano nel 1976) voluta da al-Fatah per realizzare opere di propaganda commissionate dall’OLP di Arafat. Con la nascita dei cosiddetti “territori occupati”, e il rischio di una ulteriore frammentazione della comunità araba palestinese, il cinema è militante e radicale, quasi solo documentaristico. Negli anni 70 però le forze più intellettualmente vive della comunità scelgono un altro tipo di esilio, non più nel medio e vicino oriente, ma in Europa. Il nuovo cinema palestinese nasce quindi tra Parigi, Bruxelles e Berlino, dove giovani registi, certo influenzati dalle vagues del vecchio continente, elaborano forme diverse di narrazione, non più o non solo propagandistiche. Pioniere in questo senso è il belga Michel Khleifi, originario di Nazareth. Del 1980 è il suo La memoria fertile, un documentario scritto però come si trattasse di una fiction, realizzato con una modernità espressiva certo estranea alle forme rudimentali fino ad allora adottate dai palestinesi in Giordania e Egitto. L’influenza europea di Khleifi si riflette anche nei contenuti, ovviamente. Parliamo di un cineasta laico che stigmatizza gli aspetti arcaici della cultura d’origine (il ruolo della donna, ad esempio), per questo anche criticato da esponenti del mondo arabo. Il suo Nozze in Galilea (1987) è il primo film interamente a soggetto realizzato in Palestina. Nel 1996 Khleifi gira Le conte des trois diamants, presentato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes ma inedito in Italia. Ispirato a una antica leggenda popolare, racconta di un ragazzino, Youssef, innamorato di una affascinante gitana che gli si concederà solo se lui riuscirà a trovare tre diamanti perduti. Youssef una pista ce l’avrebbe pure, solo che porta fuori dalla striscia di Gaza, ed essendo al culmine la prima intifada, tutte le vie di comunicazione sono rigidamente controllate da tsahal (l’esercito israeliano). Il contrasto tra una situazione fiabesca che richiama Le mille e una notte e la drammatica realtà dell’occupazione accresce la tensione emotiva e il film, con la sua struttura, resta un modello per produzioni successive come Omar (2013) e Giraffada (2013). Michel Khleifi può essere considerato il primo grande cineasta palestinese, ma vive a Bruxelles. Chi invece ha scelto di tornare in Cisgiordania (dopo un lungo soggiorno romano) è Rashid Masharawi, autore del recente Palestine Stereo (2013) e soprattutto dell’acclamato Curfew (1994). Negli anni 90 Masharawi fonda la società di produzione Aylūl, che poi si ingrandisce fino a diventare il Cinema Production and Distribution Center, con sede a Ramallah, forse la realtà produttiva più importante della regione. Proprio gli anni 90 vedono emergere la figura di Elia Suleiman, nato a Nazareth nel 1960, molto diverso dagli altri colleghi per due motivi principali. Primo, è un arabo non musulmano ma cristiano. Secondo, ha quasi sempre vissuto all’estero, prima a New York e adesso a Parigi. I suoi film sono di produzione francese, e affrontano la questione palestinese da una certa distanza. Chi invece vi si immerge fino al collo è l’israeliano Eran Riklis. Il suo nuovo film Dancing Arabs (2014), presentato in anteprima al prossimo Festival di Locarno, racconta di un giovane arabo israeliano (interpretato dal magnetico Tawfeek Barhom) che una volta accettato in una scuola d’eccellenza, unico musulmano, per evitare discriminazioni si finge ebreo rubando l’identità di un amico gravemente malato. Dancing Arabs ha il merito di scoperchiare un tema ignorato da tutti: come vivono gli arabi israeliani in un paese che dovrebbe essere prima di tutto loro?

  • Uno sguardo dalla Luna, sulla Terra

    Sceneggiatore, attore, insegnante: Elia Suleiman, regista pluripremiato, in giuria alla 71° Mostra di Venezia , è autore di un cinema che non si ferma davanti ai checkpoint .

     

    Non c’è pace tra gli ulivi della Palestina. E di conseguenza non c’è pace nemmeno in quel grande contenitore - forse a tratti troppo generico - che prende il nome di cinema palestinese. A suo modo, infatti, ogni regista palestinese si augura ed è convinto di offrire un contributo valido alla causa del suo popolo. Ma appunto, ognuno lo fa a proprio modo e secondo visioni che non necessariamente sono univoche. Elia Suleiman, per esempio, ha un approccio al conflitto assolutamente personale, che si riverbera naturalmente nei suoi lavori, apprezzatissimi in patria ma soprattutto all’estero: il suo primo lungometraggio, Cronaca di una sparizione, è stato giudicato Miglior opera prima alla Mostra cinematografica di Venezia del 1996, ma anche Intervento divino ha fatto incetta di riconoscimenti (per la cronaca, ha ricevuto il Gran premio della giuria a Cannes, il Premio internazionale della critica e il premio per il Miglior flm straniero agli European Awards di Roma del 2002. Mancando quindi solo l’Oscar, ufficialmente perché la Palestina non è formalmente uno stato, ufficiosamente perché le considerazioni politiche hanno prevalso su quelle artistiche). Ma Suleiman stesso ha ricevuto numerose conferme di stima, sarà in giuria alla prossima Mostra di Venezia, ha fatto parte nel 2006 della giuria del Festival di Cannes, dove oltretutto è tornato nel 2009 per presentare in concorso il suo film parzialmente autobiografico Il tempo che ci rimane. Gli è bastata una manciata di opere per vedersi riconosciuta un’identità assolutamente inconfondibile: da più parti, infatti, il poliedrico artista palestinese (oltre che regista, è anche sceneggiatore, attore e insegnante alla Birzeit University di Gerusalemme e alla European Graduate School) viene paragonato ad autori insuperati come Tati o Buster Keaton, anche grazie a una cifra stilistica che procede in bilico tra il comico e il serio, per sfociare poi apertamente nel grottesco. Insostituibili sono i silenzi che rimbombano nei suoi film («a volte basta un vuoto, un buco, un’assenza, una sottrazione, una negazione, insomma il niente») e che lui stesso considera «meravigliosamente sovversivi», oltre che un’incredibile «arma di resistenza» perché quelli sono i momenti in cui è davvero possibile mettere in discussione le cose ed essere un outsider. Una parola che torna spesso nei suoi ragionamenti, specie quando i lavori (suoi ma non solo) vengono caricati di una valenza politica. Lui stesso, nato a Nazareth nel 1960 da una famiglia palestinese di fede cristiana, rifiuta l’etichetta di “regista palestinese”: troppo limitante, troppo restrittiva. Preferisce piuttosto guardare se stesso e il suo paese con quella lucidità e quel distacco di cui – spesso – i suoi colleghi connazionali sono deficitari. E qui si inserisce la polemica sul cinema palestinese che, secondo lui, sbaglia ad avere o porsi confini nazionali, ma al contrario dovrebbe trascenderli: «Non si può chiedere a un film di fermarsi davanti a un checkpoint, al contrario le pellicole dovrebbero superare qualsiasi barriera nazionale». È la logica del suo pensiero ed è per questo che chiede e reclama di smetterla di pensare alla Palestina in modo feticistico. «Mi piacerebbe che il pubblico, davanti a un film palestinese, riuscisse a immedesimarsi in esso indipendentemente dalla sua provenienza. L’ideale sarebbe che chiunque riuscisse a ritrovarci qualcosa di sé e della propria storia. Solo così possiamo davvero rintracciare i semi di quella tanto decantata universalità del cinema». E proprio per questo motivo, all’interno dei suoi lavori, Suleiman evita percorsi tracciati, preferendo di fatto narrazioni non necessariamente lineari, così come non lo è quella della Storia stessa: «I sogni non vanno immaginati su una traiettoria dritta e nemmeno la loro interpretazione dovrebbe viaggiare su linee rette». La Palestina, forse, riparte anche da qui.

    Erica Re
  • [Al cinema] Palestine Stereo

    È tragica la vita nella West Bank. E quindi in un certo senso anche comica. Ce lo testimonia, ancora una volta, Rashid Masharawi, il regista palestinese che con i suoi film ci permette di entrare nella quotidianità di quella terra sempre sotto i riflettori eppure così difficile da comprendere. Ne è ennesima conferma Palestine Stereo, che Masharawi ha portato al Toronto International Film Festival, poi al Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina: protagonisti due fratelli, Stereo e Sami, che vivono sotto una tenda da quando gli israeliani, volendo colpire un terrorista che abitava al terzo piano del loro palazzo, hanno distrutto anche la loro casa. Bisogna andarsene, si dicono i due, ma per emigrare c’è bisogno di 10 mila dollari canadesi. Il modo per recuperarli rappresenta il filo conduttore del film: Stereo (da qui il titolo) decide di comprarsi un impianto di seconda mano per poter cantare nei matrimoni mentre Sami, che nell’attacco aereo ha perso l’udito, gli fa da assistente. Scene di ordinaria follia, che Masharawi conosce bene essendo nato a Gaza nel 1962 da una famiglia di Jaffa, per poi crescere in un campo profughi di Shati. Da lì la decisione del regista di fondare nel 1996 a Ramallah, dove vive e lavora, il Cinema Production and Distribution Center con lo scopo di promuovere opere palestinesi. Non solo. Masharawi è sostenitore anche del cosiddetto “mobile cinema”, ovvero del cinema su ruote che permette di proiettare film nei campi profughi del territorio. 

    Erica Re
  • [In tv] The Honourable Woman

    Girata nell’estate del 2013, la miniserie britannica The Honourable Woman si è aperta sugli schermi di BBC il 3 luglio 2014 con due crude sequenze di morte: l’omicidio di un produttore di armi israeliano, assassinato brutalmente di fronte ai suoi bimbi, e il suicidio (ma le apparenze ingannano) di un imprenditore palestinese, appeso al pennone della bandiera del suo paese. Due immagini scioccanti a riassumere il senso di uno show che, sotto la densa e intricata trama di spionaggio e controspionaggio, affronta di petto il conflitto sulla striscia di Gaza. Al centro di trame più vecchie di lei è l’onorevole del titolo, Nessa Stein (Maggie Gyllenhaal), inglese d’origine israeliana che ha ereditato l’impero del padre: politica dai nervi d’acciaio, nasconde segreti che affondano nel passato, a Gaza, dove è stata prigioniera. Nel cast di prim’ordine, anche Stephen Rea nei panni di un grigio ed efficiente funzionario del governo inglese e Lubna Azabal (La donna che canta) in quelli della tata palestinese il cui destino è legato a doppio filo a quello di Nessa.

    Ilaria Feole

Filmografia del conflitto

A cura di Mauro Gervasini

  • La memoria fertile

    Una vedova non più giovanissima è costretta a tornare a lavorare come operaia. La sua storia si intreccia con quella di una scrittrice divorziata. Un documentario “a soggetto” che con grande modernità riflette sulla condizione della donna in Palestina

  • Nozze in Galilea

    Primo titolo palestinese di fiction, storia di una festa nuziale sottoposta al coprifuoco israeliano. Ma la sottomissione è anche “interna”, ad esempio tra uomini e donne. Un film che ha molto influenzato Amos Gitai.

  • Curfew

    Un’intera famiglia di Gaza costretta in casa da un coprifuoco di 24 ore. A sorpresa, sono le donne a reagire. Masharawi, anche con il successivo Haïfa (1996) interpretato da Mohammad Bakri, riflette sulla situazione della Striscia.

  • Intervento divino

    Il palestinese E.S. (Suleiman) vorrebbe incontrarsi con la propria fidanzata di Ramallah ma non riesce mai, causa checkpoint. Un film tipo puzzle, dove ogni situazione, straniata e straniante, rimanda all’assurda situazione di un popolo che non sa dove stare

  • Jenin, Jenin

    Il più importante attore palestinese, papà di Saleh Bakri, il Salvo del film omonimo di Grassadonia e Piazza, racconta con un documentario durissimo la battaglia di Jenin durante la seconda intifada, che si risolse in un autentico massacro compiuto da tsahal.

  • Paradise Now

    Due poveracci felici di poter presto diventare martiri, poiché prescelti come kamikaze. Non tutto andrà come avevano (paradossalmente) sperato, anche perché uno ci ripensa. Abu-Assad non lesina sull’umorismo nerissimo ed è caustico anche con il fondamentalismo arabo-palestinese. 

  • Il giardino di limoni

    Il ministro della difesa israeliano vuole distruggere gli alberi di limone della vicina palestinese, convinto che nascondano terroristi. Lei non si arrende. Un regista di Israele racconta con giusta distanza le contraddizioni di casa sua. Ottimo cast per un successo internazionale.

  • Omar

    Omar ama Nadia, sorella di Tarek. Ma un uomo del Mossad lo ricatta: o fa cadere in trappola Tarek o è la fine. Ottimo melodramma e primo film totalmente palestinese candidato all’Oscar (tifavamo per lui). Dribbla il manicheismo con un inedito respiro action.

  • Giraffada

    A ridosso della West Bank il veterinario (Saleh Bakri) di uno zoo, con il figlio, tenta di portare una giraffa oltre il muro e i checkpoint, in territorio israeliano. Massalha, già aiuto di Rachid Bouchareb, racconta fuor di metafora le divisioni del paese.

  • Il tempo che ci rimane

    Grande film di Suleiman che racconta la storia della sua famiglia, dalle torture subite dal padre al suo esilio, dal quale torna “muto” come Buster Keaton. L’idea di raccontare una guerra infinita con la comica finale è puro genio.

Tubology #3 - Intelligenza collettiva

Tommaso Isabella

Come si sarà intuito dalle precedenti puntate (vedi Film Tv n. 17 e 21/2017), YouTube, al netto della sua vivace varietà antropologica, appare oggi come una distesa in cui proliferano mediocre rampantismo, emulazione al ribasso, ricerca di...

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Camus sono io

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Con quel suo essere quasi contemporaneo a Venezia gli echi del Festival di Toronto da noi sono sempre flebili. Anche quando in gioco c’è un nostro autore. Nella fattispecie Gianni Amelio, il cui attesissimo Il primo uomo, dall’ultima...

FilmTv n° 38/2011

Se Ethan Hunt incontra la mummia

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L’unico vero autore del franchise Mission: Impossible è Tom Cruise: lui ha preteso per sé, per legittimare il suo status divistico a metà anni 90, un eroe seriale, fagocitando e di fatto annullando le vestigia dello show originario anni...

FilmTv n° 33/2015

Un paziente al giorno... - Intervista alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi

Alice Cucchetti

Gomorra - La serie, 1992, la versione italiana di In Treatment (che torna su Sky Atlantic con la terza e ultima stagione dal 25 marzo 2017). La ragazza del lago, La doppia ora, Il gioiellino...

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Batman e l'oscuro scrutare

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Ci sono supereroi prima di Nolan e supereroi dopo di lui. D'altro canto se lui ha resuscitato il mito cinematografico di Batman, Il Cavaliere oscuro ha fatto lo stesso per la sua carriera. Dopo il mesto pareggio al botteghino di ...

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