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La voce del deserto


Nel 2011, in occasione dell’uscita in sala del film di Jean-Jacques Annaud Il principe del deserto , con Antonio Banderas e Tahar Rahim, avevamo voluto ripercorrere la storia del Sahara al cinema. Vi riproponiamo oggi questo percorso.

Ricordiamo molto poco Marocco, visto un paio di decenni fa, celebre film di un clamoroso, fantastico cineasta, Josef von Sternberg, del quale preferiamo altri titoli, su tutti I misteri di Shanghai che ci fulminò lo sguardo in un cinemino di Parigi. Però la sequenza finale è indimenticabile. Marlene Dietrich si toglie le scarpe e segue il legionario Gary Cooper nel deserto. Con lei, prima di lei, dopo di lei, altre donne di questa assurda legione straniera femminile («noi non abbiamo uniformi, né gradi e neppure medaglie, né ci curano se restiamo ferite» dice la diva tedesca a un certo punto) pronte a seguire i propri uomini. Verso dove? Un punto nero nello spazio, l’ultimo raggio di sole all’orizzonte, un’oasi... Perdizione, ritrovamento, deriva. Questo fa venire in mente il deserto, lo sa bene Bernardo Bertolucci che a quella scena si ispirò per Il tè nel deserto. Delimitiamo il campo, occupandoci solo del Sahara, o delle limitrofe distese di sabbia mediorientali, non dell’Atacama o del Mojave e della Valle della Morte nordamericani, perché i film e le storie ambientate nei deserti del mondo sono centinaia (solo su Imdb, seguendo le tracce della “plot keyword”, più di duemila...). Impossibile monitorarli tutti, ma la mole dà l’idea del fascino inesauribile del nulla, del vuoto, del cielo e della sabbia, dell’impossibilità di “vedere” un limite, esercizio che, se ci pensate, è già cinema (o utopia dello stesso). In questo viaggio, abbiamo scoperto come gli italiani abbiano avuto un rapporto complesso con il deserto, molto profondo e problematico (basti pensare a Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini/Dino Buzzati e al suo precipitato simbolico). Ci spiace che Edoardo Winspeare non sia mai riuscito a portare a termine, causa costi troppo elevati, il progetto di un film sul tenente Amedeo Guillet, detto Comandante Diavolo, morto l’anno scorso a più di cent’anni. Il Lawrence d’Arabia italiano, sebbene il “suo” deserto sia più a Sud dell’Egitto, in Eritrea, dove il regista salentino e lo sceneggiatore Pierpaolo Pirone si recarono per i sopralluoghi prima dello stop alla produzione. Guillet combattè in Abissinia ma non solo, ammirato da Rommel e da Montgomery, una vita che vale più di dieci romanzi. Da Bertolucci a Gabriele Salvatores (Marrakech Express, 1989) ad Alberto Negrin con la celebre fiction Tv Il segreto del Sahara (1987) a Monteleone (El Alamein. La linea del fuoco, 2002) è soprattutto il libro di Mario Tobino Il deserto della Libia (1951) ad avere ispirato una visione, con due esempi di trasposizione cinematografica “letterale” del testo: Scemo di guerra di Dino Risi (1985) e Le rose del deserto di Mario Monicelli (2006). Molto ci sarebbe da dire sul fatto che i due leoni della commedia all’italiana abbiano scelto entrambi la stessa storia (drammatica, seppure con tinte farsesche) e lo stesso deserto. Ma di Tobino interessa soprattutto la fascinazione di un luogo che, scrive, «libera i sogni, dove la morte esiste ma non porta tristezza». Lo scrittore viareggino ne fu narratore intenso non solo della fisicità, ma soprattutto dell’antropologia, convinto com’era che il deserto modificasse concretamente le persone, nell’anima e perfino nell’indole. Teatro di guerra. A parte quei titoli, una minoranza, che guardano al deserto come al luogo dell’interiorità riscoperta, il Sahara pare soprattutto visto come un campo di battaglia. Il cinema francese non fa eccezione. Un po’ per la mistica del legionario, il soldato addestrato a combattere nelle condizioni peggiori e il cui classico copricapo, il kepì, è stato proprio studiato per proteggere dal sole e dalla sabbia. Il film più celebre del filone è La bandera di Julien Duvivier, nel solco del quale va almeno citato La bandera: marcia o muori di Dick Richards, 1977, di produzione britannica. Anche se è Fort Saganne di Alain Corneau (1984) a essere particolarmente significativo, prima di tutto perché interamente girato in Mauritania, nel lembo più estremo del Sahara, e poi per la fascinazione autentica verso il mondo dei Tuareg, nei confronti del quale matura un senso esotico di appartenenza il protagonista Gérard Depardieu. Per la cultura francese, così legata al proprio passato colonialista, Fort Saganne è un po’ come Balla coi lupi per gli americani: la rielaborazione del Mito e la rifondazione di un’identità.

Filmografia desertica

A cura di Mauro Gervasini

  • La bandera

    Gabin, assassino per sbaglio, si arruola nella legione spagnola e finisce a combattere nel Rif marocchino, inseguito dal poliziotto che gli dà la caccia. Duvivier d’annata, cupissimo, che non rinuncia all’avventura e all’esotismo. Anche un film militarista e dedicato al generale Franco, non ancora Caudillo: e tuttavia, la forza melodrammatica di La bandera è ancora oggi ineguagliabile.

  • Sahara

    Eterogeneo gruppo di superstiti alleati (tra i quali Bogart e due prigionieri italiani) nel giugno del 1942 difende con un carro armato un pozzo d’acqua nel deserto preso di mira da un battaglione della Wehrmacht. Prototipo del survival movie con tutti gli stereotipi, non a caso rifatto anche in chiave western (Nuvola nera di André De Toth, ungherese come Korda).

  • Lawrence d'Arabia

    Non solo il biopic romanzato delle avventure di T.E. Lawrence, agente britannico mandato al Cairo nel 1916 per organizzare la resistenza araba ai turchi, ma anche il kolossal sul deserto per eccellenza, nonché il racconto di come lo spettatore occidentale (che si identifica perfettamente nel protagonista) possa farsi coinvolgere dall’esotismo dei luoghi e dei costumi, pur mantenendo una certa ambiguità di sguardo.

  • Il volo della Fenice

    Classico dell’avventura nel deserto (siamo nei dintorni di Bengasi) diretto da uno specialista di storie di gruppi costretti in circostanze estreme. In questo caso, un aereo atterrato in mezzo al Sahara, con i superstiti che prima si scannerebbero tra loro, poi reagiscono (più o meno) eroicamente. Rifatto nel 2005 da John Moore.

  • Tobruk

    Durante la Seconda Guerra Mondiale, Rock Hudson, colonnello Usa, e il sabotatore George Peppard, cercano di far esplodere un terrapieno di Rommel nel Sahara. Altro classico della guerra nel deserto, curiosamente realizzato mentre «the jungle, not the desert, heard the guns» come direbbe Bob Seger, ovvero in pieno conflitto vietnamita. Nostalgia della WWII, quando gli Usa stavano dalla parte giusta?

  • Fata Morgana

    Il film per antonomasia sul deserto, specie il primo segmento (di tre) girato tra l’Algeria e il Niger, in pieno Sahara, nella stagione delle tempeste di sabbia, con Herzog e la troupe che escono dal viaggio documentaristico in condizioni pietose, alcuni mezzi morti. Il risultato è ancora oggi stupefacente. Il vero, forse unico, sguardo del (non sul) deserto.

  • Il vento e il leone

    La sfida a distanza tra Ted Roosvelt ed el Raisuli, il capo dei berberi, ha per Milius una tripla valenza. Mette a confronto uomini eccezionali e in fondo affini. Guarda con ammirazione alla cultura “barbara” di un popolo nomade e guerriero (i berberi appunto, minoranza non araba del Maghreb). Racconta il deserto come luogo del mito e dell’avventura.  

  • Il leone del deserto

    Storia di Omar Mukhtar (Anthony Quinn), eroe delle resistenza antitaliana in Libia. Kolossal propagandistico finanziato da Gheddafi pieno di svarioni storici (uno su tutti: il governatore della Cirenaica allora era Badoglio, non Graziani!!) realizzato dal produttore della saga di Halloween (!) ucciso da Al Qaeda nel 2005. Tutte autentiche e visivamente notevoli le sequenze girate nel deserto.

  • Il tè nel deserto

    Dal romanzo omonimo di Paul Bowles, una deriva sentimentale e simbolica nello spazio vuoto per antonomasia, dal cui fascino si lascerà rapire il personaggio di Debra Winger. Per stare al gioco del titolo, non la nostra tazza di tè, come si suol dire, anche per la patinata fotografia del deserto di Vittorio Storaro. Ma, come il libro, ha i suoi motivatissimi fan.

  • El Alamein - La linea del fuoco

    Davvero immancabile questo titolo, che rievoca un drammatico episodio della Seconda Guerra Mondiale durante il quale gli italiani si contraddistinsero per il valore, pur votati alla sconfitta, ricevendo l’onore delle armi. Anche, però, un film su di noi ora, ben scritto e ottimamente intepretato (Favino, Solfrizzi, Trabacchi...) dove il deserto fa da simbolico contrappunto.

  • The Hurt Locker

    Premesso che secondo noi The Hurt Locker resta uno dei migliori titoli del decennio, alla faccia dei detrattori, da segnalare l’impressionante sequenza girata nel deserto (quello della Giordania, comunque a pochi chilometri dall’Iraq), quando soldati Usa e contractor britannici (tra i quali Ralph Fiennes) finiscono sotto il tiro di un cecchino. Assedio di un realismo pazzesco.

  • Oceano di fuoco - Hidalgo

    Un cowboy del circo di Buffalo Bill, Viggo Mortensen, partecipa con il cavallo Hidalgo a una gara nel deserto arabo (lo stesso di Il principe del deserto di Annaud). Nonostante il fascino indiscusso delle scene in location naturali, il film è la fiera delle occasioni perse. Né Lean né Milius, ampiamente citati, solo avventura di routine filmata con un minimo di mestiere.

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È sempre paradossale, quando non rischioso, cercare di fornire una definizione netta e circoscrivibile delle espressioni artistiche. Tuttavia, è altrettanto sensato e importante il tentativo di cogliere, descrivere e constestualizzare dei...

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