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Speciale commedia italiana contemporanea - Parlano gli autori


Due anni fa abbiamo provato a delineare un quadro della commedia italiana, prima lasciando la parola ai produttori, poi lasciando parlare i registi. Vi riproponiamo l'articolo, che racchiude interventi di Sydney Sibilia, Edoardo Leo, Alessandro Aronadio, Andrea Magnani, Roan Johnson, Edoardo Falcone e Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi.

Dopo averne interpellato i produttori, cediamo la parola ai giovani registi che fanno la commedia oggi e la faranno in futuro, per capire dove sta andando un genere profondamente legato alla nostra cultura. Cosa significa girare una commedia oggi? E perché farla? Per una logica di mercato? Perché è l'unico modo per raccontare la nostra realtà? E come si può uscire dalle solite formule? Nelle risposte c'è la storia di un panorama vitale, di tentativi lucidi e diversissimi di perpetuare una tradizione e superarla, al di là della qualità dei risultati.

  • Sydney Sibilia
    [Smetto quando voglio, Smetto quando voglio: Masterclass, Smetto quando voglio: Ad honorem]
    Parto semplicemente dalla storia che voglio raccontare. È quella, a interessarmi. Per me è come essere al ristorante, dare di gomito a uno e dire: «Oh, senti questa...», e raccontargliela. Non credo siano le commedie a dominare il mercato italiano. Penso semplicemente che gli spettatori che pagano per andare al cinema cerchino un prodotto di qualità cinematografica, e guarda caso sono i film con questa qualità ad avere successo. Non solo e non semplicemente le commedie. Sicuramente, confrontandomi con quello che succede all’estero, sento di avere il privilegio di far parte di un’industria che ti sostiene, che ti permette di fare il tuo lavoro. E non sono tanti i paesi a garantirti questo. Non so quanto tu possa sperare di fare una commedia in Danimarca, per esempio. Per quanto riguarda il rapporto empatico con la realtà, credo che la capacità di raccontare fatti drammatici e realistici con toni comici e paradossali sia proprio una tradizione italiana, di cui mi sento parte. Ma non faccio commedia perché credo sia il genere maggiormente commerciale. Non bisogna mai pensare a cosa piace al pubblico, capire cosa va e cercar di cavalcare l’onda. Il lavoro su un film dura due o tre anni, e le cose che vanno cambiano velocissimamente. Bisogna pensare a quello che andrà. Cercare di predirlo. Ma non è possibile. Non faccio ragionamenti sul mercato, quando penso a un film. Perché il pubblico e i suoi gusti cambiano ogni minuto. Ci si salva solo se si è sinceri, nelle cose che si fanno. Il resto non serve a nulla.
     
  • Edoardo Leo 
    [Diciotto anni dopo, Buongiorno papà, Noi e la Giulia, Che vuoi che sia]
    Da attore e da regista cerco di rifarmi alla tradizione della commedia all’italiana, dove c’erano anche il dramma e la tragedia. Anzi, quella commedia ha contribuito a cambiare il rapporto del pubblico con certi tabù. Io c’è ha l’ambizione di toccare uno di quei tabù, forse l’unico davvero rimasto oggi, quello della religione intesa come rapporto con la fede. Ma anche i miei ultimi due film da regista, Noi e la Giulia e Che vuoi che sia, volevano essere commedie che riprendono una certa cattiveria, che fanno i conti con certe contraddizioni di oggi. Soltanto Buongiorno papà è stato una specie di divertissement, dove con Massimiliano Bruno, co-sceneggiatore, sotto la trama dei sentimenti ci siamo divertiti a “distruggere”, con la sua complicità, il divo Raoul Bova. Per fare queste cose, serve una produzione che ti sostenga: la Italian International Film di Fulvio e Federica Lucisano è ancora oggi questo per me, per Bruno, per tanti altri, con una storia spesso comune, una factory dove incontrarci e scambiarci collaborazioni. Un film come Viva l’Italia di Bruno è stato davvero uno snodo importante e non è un caso che ci recitino tanti attori che sono anche sceneggiatori e registi (io, Bruno, Rocco Papaleo, Rolando Ravello…). Anche quando interpreto Smetto quando voglio o Loro chi?, però, sono sempre alla ricerca di film che vorrei vedere da spettatore, magari con una confezione più al passo con i tempi, ma sempre dialogando con le nostre tradizioni. In fondo, il film di truffe l’abbiamo inventato e praticato molto noi italiani ben prima degli americani, con Totòtruffa 62, Operazione San Gennaro, I soliti ignoti.
     
  • Alessandro Aronadio
    [Orecchie, Io c’è]
    Tra le tantissime declinazioni possibili, a me interessa una commedia nella quale riesca a vedere onestà e voglia di raccontare un argomento serio, magari esorcizzandolo con una risata. In fondo, anche Io c’è vuole fotografare con leggerezza un tema caldo, potenzialmente urticante (la religione), ma senza banalizzarlo e dicendo qualcosa al pubblico. Poi, mi rendo conto che, rispetto a Orecchie, che aveva una dimensione piccola ed estremamente libera, qui devo arrivare a un pubblico più vasto, e allora era necessario trovare un compromesso che potesse soddisfare tutti. Anche sul piano dell’immagine, perché fare la commedia non significa sciatteria. Anzi, questo è un luogo comune tutto italiano. In Io c’è abbiamo lavorato consapevolmente su una certa palette cromatica, e Orecchie, con il suo bianco e nero e lo schermo che allargava gradualmente il formato, dimostra che il pubblico è ricettivo nei confronti di provocazioni e sfide. Questa è una cosa che penso accomuni molti nuovi registi di commedia oggi: maggiore consapevolezza, più voglia di osare anche e soprattutto formalmente. Penso a Fontana & Stasi in Metti la nonna in freezer: lì la forma è importante, e non può che essere quella. E mi piace chi sporca la commedia con altri generi e sapori, come Sibilia in Smetto quando voglio.
     
  • Andrea Magnani 
    [Easy - Un viaggio facile facile]
    Non guardo alla commedia come all’unico genere al quale mi posso rivolgere, ma è il genere preferenziale al quale mi rivolgo per raccontare la realtà. Easy, anzi, non è certo una commedia in senso tradizionale, tantomeno di battuta e di dialogo. Piuttosto, sta sulla sottile linea d’ombra tra risata e dramma, con molti momenti malinconici. Era nato già così in sceneggiatura e quello con Nicola (Nocella) è stato un vero lavoro di squadra, fedelissimo a quanto scritto. Oggi non è facile fare una “commedia amara” in Italia. Da una parte ci sono i produttori commerciali che vogliono il film facile, dall’altra tanti piccoli produttori indipendenti che puntano in maniera più sostanziale sul dramma e sul cinema d’autore. In mezzo è difficile trovare il proprio spazio. Poi, Easy è nato anche grazie ai produttori che all’inizio lo hanno rifiutato (perché non c’era la storia d’amore, perché era ambientato in Ucraina…) e ci hanno spinto all’autoproduzione. Mi piace pensarlo come ultimo nato di una tradizione di commedia all’italiana, che sapeva raccontare il mondo e la società con una leggerezza luminosa, anche se spesso amarognola, e alla quale si riconduce per tanti aspetti. Ecco, quello è un cinema che mi piace ancora molto, e che penso di avere assorbito involontariamente in ciò che faccio, anche in Easy.
     
  • Roan Johnson 
    [I primi della lista, Fino a qui tutto bene, Piuma, I delitti del BarLume
    C’è un film, ultimamente, che mi ha aperto gli occhi: Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh. Dimostra che puoi partire anche dal più tragico dei presupposti, puoi prendere la strada del dramma e al contempo, comunque, fare commedia. D’altronde, ogni storia si può raccontare come commedia o come tragedia. Oggi dire “commedia”, in effetti, significa stipare tantissime cose in un genere, sotto un’etichetta. Non per niente si cercano nuove denominazioni, come dramedy. Nei miei film ci sono momenti di dramma, di malinconia, di perdita. Ma a me appassiona la risata: e questo me l’hanno insegnato al Centro sperimentale docenti come Francesco Bruni, Paolo Virzì, Umberto Contarello. Ed è stata una lezione di vita. Mi piacerebbe fare un dramma, ma è la mia natura tosco-britannica a convincermi che si può ridere di tutto. Di ogni tabù. Della morte. Della mamma. Con pudore, anche. Fare commedia significa che faccio quello che voglio, e quello che mi riesce. Ma sono anche consapevole che è quello che piace agli spettatori. So che il cinema è un’industria. So che se I delitti del BarLume fa successo è anche perché fa ridere, perché sa essere comico, perché è quello che il pubblico vuole. E quando parlo di pubblico parlo anche di me stesso. In fondo, se dovessi scegliere di rivedere un film tra Il conformista e Divorzio all’italiana, una sera, non esiterei a scegliere il secondo. Anche se so che il primo è un capolavoro. Oggi serve fare cose che cercano di essere inedite, non si può copiare la tradizione. È ovvio che i cinepanettoni siano al tracollo. Le cose nuove, oggi, sono Checco Zalone, Ficarra & Picone, film come Perfetti sconosciuti. L’importante è che non si esauriscano, che non si consumino da sole. Sono stato contento di andare in Concorso alla Mostra di Venezia con Piuma. Non so il mio produttore, ma io sì. Che qualcuno abbia urlato «Vergogna!» alla fine del film ha avuto più risonanza del fatto che durante la proiezione due o tre risate le abbiamo estorte, alla proiezione stampa. Qualcuno mi ha detto: «Li hai fatti ridere, non te lo perdoneranno mai».
     
  • Edoardo Falcone 
    [Se Dio vuole, Questione di karma]
    Il termine “commedia” significa tante cose. Troppe, forse. Una gamma ampissima di possibilità, temi, registri. Dalla satira alla commedia sofisticata. Comunque è quello che voglio e spero di saper fare: è una questione di visione del mondo, prima di tutto. Faccio quello che mi interessa, sperando interessi anche il pubblico. Per i miei progetti da regista necessito di una totale adesione, cerco di curare ogni dettaglio registico con pignoleria, tengo molto alla direzione degli attori, tento di evitare il macchiettismo, l’ammicco facile al pubblico: provo a fare i film che vorrei vedere da spettatore. La commedia all’italiana è stata la mia scuola di formazione. Non solo quella classica, quella dei grandi registi come Risi, Scola, Monicelli, dei grandi sceneggiatori come Age & Scarpelli, dei grandi attori come Gassman e Sordi. Anche quella dei telefoni bianchi, dei primi film con De Sica, per esempio: sottovalutata, vituperata e dimenticata. Fare commedia per me è una cosa naturale, quindi. Ma ecco, non voglio che sia una gabbia. Non voglio ripetermi: voglio sperimentare. Se devo trovare una mia specificità, credo di prediligere, rispetto all’abitudine “sociale” della commedia italiana, una commedia umana, legata a tematiche e criticità esistenziali. Ma non so in quanti vogliano riconoscere le sfumature, all’interno del cinema popolare italiano. Per esempio, voi siete ammirati dalla ricerca stilistica di Questione di karma, ma mi è capitato di leggere lamentele su quanto fosse stucchevole l’incipit del film. La critica è una forma soggettiva che si propone come oggettiva, spesso con grande violenza verbale e concettuale. In mente mi torna quel personaggio di Il nome della rosa per cui il riso era peccato. Ma non mi sto lamentando: faccio quello che voglio e riesco, e continuerò a farlo, finché posso.
     
  • Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi 
    [Amore oggi, Metti la nonna in freezer
    La commedia, oggi, è un terreno fertile, un laboratorio in cui innestare diversi generi, come dimostra Smetto quando voglio. Con una commedia puoi raccontare storie che di comico non hanno nulla, come Voglia di tenerezza o Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Metti la nonna in freezer parte da fatti di cronaca, dalla storia di persone disperate, e forse la sua misura era il dramma, ma non è detto che non fosse controproducente. Perché con la commedia parli a un pubblico ampio, lo fai ridere delle cose del mondo, irridi il bigottismo con cui ci relazioniamo con la morte. Per noi era il genere giusto. E poi una commedia scatena meno diffidenza, nel nostro paese, rispetto ad altri generi che, quando sono praticati da un italiano, vengono visti con pregiudizio. Se uno vuole vedere un horror, cerca un film americano, per esempio. Come a dire: la commedia è l’unico genere che ci rimane. A volte, guardando il botteghino, è un pregio. Altre è un deterrente, perché c’è comunque pregiudizio verso un genere che si crede fatto in serie, ripetitivo, sempre identico a se stesso. Quante volte abbiamo sentito: «È sempre la solita commedia italiana»? Oggi ci sono tutte le condizioni per uscire da questa stasi, soprattutto per merito della generazione dei trentenni. E un modo per salvarsi da questo immobilismo è il tentare di ibridare. Con il nostro film abbiamo cercato sia l’aspetto sentimentale sia il crime, abbiamo guardato a una serie come Scrubs e a un regista come Edgar Wright, abbiamo girato con lo stile che ci piace, curando ogni minimo dettaglio, perché non è scritto da nessuna parte che una commedia debba essere girata sciattamente o debba per forza essere realistica. Il legame con la realtà c’è, anche se ora come ora, dopo questo film, crediamo che la storia di precariato da raccontare non sia contro un sistema, ma su chi è stato l’artefice di questa tragedia, la nostra generazione di precari compresa. 

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