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L'Avatar decriptato


Il cast dei sequel di Avatar cresce (ve ne parliamo nella prossima newsletter, nella vostra casella di posta sabato 18 maggio). Per l'occasione vi riproponiamo un confronto critico pubblicato all'epoca dell'uscita del primo film.

GIONA A. NAZZARO
L’aurora si chiama Avatar. Come Jake Sully anche il nostro sguardo deve imparare a muoversi in un ambiente nuovo e con un altro corpo. Più veloce, più libero, più agile. Avatar mette in scena in forma di racconto iniziatico il lavoro che il nostro sguardo, e il nostro corpo, dovrà svolgere domani, quando forse il cinema sarà solo un ricordo. Rispetto a Michael Bay o ai Wachowski, James Cameron non canta (solo) le imprese delle trasformazioni della macchina cinema. Avatar è un film di precisione documentaria rispetto a ciò che sarà il nostro futuro di spettatori (ancora?) cinematografici. Solo Videodrome di David Cronenberg è stato altrettanto profetico rispetto alle trasformazioni che il nostro corpo avrebbe affrontato a contatto con delle nuove immagini. Avatar, che conserva nel suo dna il segno di Roger Corman, racconta attraverso l’avventura di Jake Sully come il migliore dei capitalismi possibili possa creare straordinari strumenti critici di autodifesa di massa. E non si tratta di perfezione delle immagini stereoscopiche o di qualità della grafica digitale, ma della capacità politica di immaginare uno sguardo colto in una dimensione nuova e di ipotizzarne i rapporti in relazione al mondo che verrà. Immaginate i primi spettatori dei Lumière, di Méliès, di Vertov o di Griffith. Immaginate il loro stupore di fronte a Nascita di una nazione o Intolerance. Probabilmente anche quegli spettatori hanno pensato di trovarsi di fronte a un mondo che cambiava e di dovere sostituire le loro gambe con altre più agili. Griffith mostrava il futuro; i critici gli rimproveravano il suo puritanesimo. Cameron disarma l’impero; i suoi detrattori lamentano insufficienze di sceneggiatura. Dall’interno della fortezza Murdoch, James Cameron espropria l’ideologia blockbuster per creare una macchina di liberazione dello sguardo e del desiderio. Chiamatela pure rivoluzione. Perché se il Novecento è stato di D.W. Griffith, il XXI secolo è sin d’ora di James Cameron. 

MAURO GERVASINI 
Sono sessant’anni che Hollywood ci prova. In origine, il 3D era un “effetto da drive in” studiato apposta per distogliere gli spettatori dalle pomiciate. Poi è diventato il valore aggiunto del marketing, buono anche per autori con la maiuscola (Hitchcock per Delitto perfetto) ma in fondo superfluo in termini prettamente estetici. Nei catastrofici anni 70 è stato via via abbandonato, se ne ricordano solo sporadici e dimenticati utilizzi, tra sequel e serie B. Oggi potrebbe salvare la baracca, convincere giovani spettatori drogati di download che lo spettacolo è tale solo in sala. Avatar dimostra che il ragionamento è giusto, ma anche che la tecnologia tridimensionale può essere solo una tantum. Il film di Cameron è elementare dal punto di vista narrativo. Le storie di tutti i personaggi sono già state raccontate, quasi sempre dallo stesso cineasta. Quaritch è il Michael Biehn di The Abyss; Trudy e Parker c’erano già in Aliens. Scontro finale, Sully è la sintesi di eroi redenti chiamati cavalli. E il suo “sogno” c’era già in Strange Days (scritto da Cameron). Nulla di nuovo se non l’estetica, sempre più tangibile, vicina, tumultuosa, avvolgente. In termini ottocenteschi, Avatar è letteralmente una fantasmagoria. Vale come tale: il castello delle streghe del luna park, la migliore attrazione del parco a tema. Ci si entra una volta per provare emozioni che inevitabilmente saranno stemperate a una eventuale replica. Il paradosso del 3D - e di Avatar, nella sua perfezione, in particolare - è appunto il suo essere fantasmagorico. Fa percepire l’incanto, allontana l’illusione di realtà. E se l’illusione di realtà è lo specifico del cinema, specie se fantastico, negandola in nome di una immersione totale si finisce per negare il cinema stesso. Ci sarebbe piaciuto “credere” al mondo di Pandora come abbiamo creduto alla Terra di Mezzo di Peter Jackson, o agli abissi dello stesso Cameron, per giocare in casa. E invece no. Troppo impegnati a strabigliarci, a schivare le sfere o le frecce che ci vengono scagliate addosso, a renderci troppo presto conto che solo di un trucco, si tratta. Avatar è l’ennesima dimostrazione della difficoltà di rifondazione del cinema americano, inteso come principale creatore di immaginari. Poi, naturalmente, parliamo dell’opera complessa di un autore eccezionale, non mancano i momenti emozionanti e le sequenze bellissime, come quella del combattimento conclusivo. Ma è la filosofia di fondo a lasciare perplessi. Il massimo successo di Hollywood potrebbe anche essere il suo canto del cigno. 

MARIUCCIA CIOTTA
Il mondo nuovo di Avatar non è il paradiso perduto, ma quello ritrovato. Il film di James Cameron - terra liquida, montagne fluttuanti, vegetazione bioluminescente - prefigura un’altra umanità, fusione tra analogico e digitale, corpo (e cinema) ibrido. Potenza tecnologica dalla parte di un’apparente pianeta «selvaggio» mentre Pandora è una rete che interconnette la vita. L’intelligenza collettiva dei Na’vi prefigura una post-umanità piuttosto che una preistoria innocente. La forza poetico-politica del film ha spaventato le sentinelle dell’immaginario e scatenato i commentatori internazionali, che non «vedono» neppure con gli occhialetti in 3D. Il pensiero «moderato» è scosso dalla radicalità di Avatar, istigatore di metamorfosi e di pulsioni desideranti, tanto che usciti dalla sala la realtà appare come un aldilà ipnotico mentre Pandora, il pianeta di Alfa Centauri, diventa l’unico luogo abitabile. E non a caso si parla di «sindrome Avatar», depressione e malinconia dello spettatore che come Jake Sully, il marine «traditore», vive nel suo doppio. Solo nelle sembianze dell’azzurro Na’vi si può rifondare la civiltà, il dis-umano è l’unico status possibile. Le pesanti macchine degli umani, archeologia futuribile, memoria di invasioni imperiali, a confronto con il pianeta «vivo», un general intellect che si mobilita tutto, dalle lievi meduse luminescenti alle montagne fluttuanti, dall’immenso uccello preistorico alle piante biosensibili. Uno «scontro di civiltà». Cameron fa appello alla mitologia americana, i colonizzatori di tutte le epoche, e dà al «buon selvaggio» l’arte e la sapienza di un corpo mai nato, fusione di carne e pixel, meraviglia della «performance capture», sintesi tra emozione e gesto impossibile. Così «l’albero sacro», il salice piangente dai filamenti biosensibili, si trasforma in un dispositivo multisensoriale, una centrale di conoscenza. Avatar segna un cambio di paradigma nella Storia del Cinema, esperienza necessaria per leggere l’intreccio sempre più inestricabile tra vero e falso, materiale e virtuale. 

MARIO SESTI
Più dell’ingegneria delle immagini del regista più ingegnere del cinema (il padre era un ingegnere, lui ha fatto anche il camionista e ha iniziato disegnando astronavi per i B movie di Corman), più delle meraviglie ottiche del film (solo 15 inquadrature del film non hanno effetti), il sublime di Avatar sta nella ingegneria della sua potentissima caldaia che porta a fusione materiali così difformi: l’immaginario hippy degli anni 60 e 70 (la grafica di Roger Dean), l’intreccio di Pocahontas (ma anche, per certi versi, di Balla coi lupi), la giungla del Vietnam (Cameron ha fatto ricostruire un mitragliatore che fu usato in quella guerra), l’11 settembre (quando cade di schianto il grande albero-totem-feticcio dei Na’vi, hanno tutti negli occhi un orrore/incredulità/disperazione che ricordiamo ancora molto bene negli occhi di chi era a Ground Zero), il set di Jurassic Park e la mobilità liquida e polimorfa che l’occhio della Pixar e dell’animazione digitale ha imposto al cinema: la convenzionalità del messaggio ambientalista è riscattata dalla sensualità del rapporto fisico con la natura (la promiscuità del contatto intimo, di pelle, con il mondo animale: si è mai visto niente di più osè in una fiaba?), assai più di quanto la banalità sentimentale di Titanic fosse nobilitata dalla poderosa ricostruzione meccanica e scenografica. Non so se Cameron sia riusciuto là dove Hollywood ha fallito negli ultimi 15 anni, ovvero far vibrare i cuori dei bambini come dei nonni, dei professionisti “well educated” come dei rapper di periferia, di coloro che odiano Bush (come Cameron: il quale, canadese, ha ritirato la sua richiesta di cittadinanza americana dopo che Bush ha vinto il secondo mandato) e dei conservatori che diffidano della modernità e della tecnologia, dei pacifisti e dei militaristi (il cinema di Cameron ama le armi e la lotta, anche quando mette in berlina lo spirito militarista: come mostra il duello finale, simile a quello di Aliens), ma non è per niente difficile sospettare che sia l’unico ad avere il talento necessario a piazzare due film ai primi due posti della classifica dei maggiori incassi di tutti i tempi.  

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