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Clint Anthology


L'ampio servizio retrospettivo che dedicammo a Clint Eastwood in occasione dei suoi 80 anni... Il prossimo 31 maggio ne compirà 88 e intanto è di nuovo nelle sale - dall'8 febbraio - con Ore 15:17 - Attacco al treno

Davvero, cosa dire ancora? Cosa raccontare di Clint Eastwood, 80 anni il 31 maggio 2010, che ancora non sia stato ribadito, discusso e sminuzzato? Il suo esordio nei B movie Off Hollywood, la gavetta nei ruoli western in televisione e tra Roma e l’Almeria con Sergio Leone, il successo in patria con l’Ispettore Callaghan e il legame con Don Siegel (suo socio alla Malpaso), il conservatorismo politico e il ruolo di sindaco a Carmel, la rivalutazione critica con Bird (1988), il grande successo di Gli spietati (1992, quattro Oscar (tra i quali miglior film e regia), la consacrazione definitiva con Un mondo perfetto (1993), Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004, altri quattro Oscar), l’immenso Gran Torino (2009) che segna, salvo sorprese (se le augurano tutti...), il suo addio dalle scene come attore... Sviscerato nella scelta dei ruoli, radiografato nelle passioni politiche (spesso, come nel caso dell’endorsement per Sarah Palin, laceranti agli occhi di gran parte del suo pubblico), amato da cinefili al di sopra di ogni sospetto come Godard (sua la definizione chiave: «È l’ultimo dei classici»), rispettato senza se e senza ma dall’establishment, nonostante alcuni titoli (come, di recente, Changeling e Lettere da Iwo Jima) siano stati sonori flop al botteghino, Clint Eastwood è ormai un monumento. Come tale, a forte rischio museificazione. Non vorremmo mai che a furia di gloria e onori saltasse fuori il provocatore di turno a sostenere, con un perfido paradosso, che il rivalutato per eccellenza sia in realtà sopravvalutato, raccogliendo schiere di cinefili “antisistema” desiderosi di uccidere il padre per rivendicare la supremazia dei gusti e delle visioni identitarie e generazionali. Tutto già visto, ci sono passati i giovani turchi nella Francia di fine anni 50 e pure noi, nel nostro piccolo, abbiamo scoperto tardi Fellini e Visconti (ma anche il Kurosawa di Dersu Uzala) perché annoiati dalla prosopopea di chi a scuola sosteneva che solo loro fossero cinema con la maiuscola, mentre Cronenberg, Tsukamoto, Lynch, chi erano costoro...? Quindi: potrà mai diventare vecchio il cinema di Eastwood? Gli si dovrà scrollare di dosso l’ombra grigia del tempo come si fa con la polvere dai volti dei saggi? Il tema si presta a una riflessione ulteriore sul cinema, perché nessuno mai si porrebbe simili domande riferendosi a Shakespeare, Mozart, Leopardi o Michelangelo, ma neanche a contemporanei come Nabokov o Picasso. Letteratura, teatro, poesia, scultura, pittura, musica... le sei arti. Il cinema, la settima, è anche spettacolo, per questo legato al presente, alle mode, al continuo rinnovarsi dei linguaggi. La sua è una natura in movimento, un indistinto fluire che pare non poter mai diventare eterno, sfugge anche se lo blocchi, ne hai una fruizione mediata (che tu sia a casa o in sala, davanti al computer o alla Tv, occorre sempre qualcos’altro, un dispositivo tecnologico, per riprodurlo). Questa è anche la sua forza. La sua potenziale infinita riproposizione, da una parte gli nega lo status aulico delle altre arti, dall’altra però lo tiene saldamente ancorato allo scorrere della vita. Il cinema di Eastwood, come quello dei grandi, da Bresson a Bergman, da Rossellini a John Ford, ormai trascende simili ragionamenti. Si pone in una prospettiva mitografica al di là del linguaggio. Lo stile è codificato (classico con qualche concessione barocca alla Don Siegel), può piacere o meno, è solo questione di gusti. Molto cambiato il metodo, invece. Da Gli spietati in poi, per sua stessa ammissione, Clint ha ridotto drasticamente il tempo delle riprese («Non sono tipo da venticinque ciak per scena, mi annoio subito») concentrandosi sul “prima” (casting e studio delle sceneggiature) esattamente come faceva Hitchcock. I risultati si sono visti: prove attoriali da pelle d’oca (osservate i tre bambini di Mystic River, in particolare quello che sarà Sean Penn, quando si va a cercare in gola con una smorfia della bocca la parola «signore» che non vorrebbe rivolgere al pedofilo...) asciuttezza stilistica da manuale. Queste però sono sottolineature estetiche, ancora una volta relative al linguaggio, quando l’essenza di Eastwood è ormai generalmente culturale. Il dato significativo del suo cinema (potremmo dire della sua letteratura, e non cambierebbe nulla) è quello di sapersi fare racconto (la mitografia, appunto) di una storia e di una visione del mondo americane così come hanno fatto e stanno facendo Philip Roth, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cormac McCarthy e in passato hanno fatto Griffith, Ford, Steinbeck, Mark Twain, Herman Melville, Walt Whitman... Lo spirito di un Paese, della sua frastagliata comunità; le contraddizioni del Kowalski di Gran Torino, così intimamente “americane”, vale a dire costrette a misurarsi ogni giorno con una caotica idea di multiculturalità in conflitto con l’arroganza di sentirsi al centro dell’universo. Oppure il tema del passato mai nostalgico (in questo Clint è formidabile: i suoi personaggi non rimpiangono alcun Eden) ma trasformato in ossessione ritornante, con echi di fantasmi e sangue. È il nucleo centrale di Gli spietati (già abbozzato nel magnifico Coraggio... fatti ammazzare: sono i suoi due film più siegeliani, molto simili). E ancora la forza disperata del Sogno (Bronco Billy, Honkytonk Man, Un mondo perfetto, tutte perle), la prepotenza nel volerlo preservare (Gunny: gli vogliamo bene a questo vecchio bastardo, ma se fosse in Stranamore cavalcherebbe la bomba!), l’individualismo e la scoperta degli affetti (L’uomo nel mirino, I ponti di Madison County) vissuti rudemente o malinconicamente a seconda delle stagioni (I ponti di Madison County è un film autunnale, sembra Pollack!). Fino alla scoperta del senso ultimo, nei film più recenti: storie di madri (Changeling) e padri (Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino fino al più “padre” di tutti, Mandela in Invictus) alle prese con tormenti intimi e ideali traditi, o rinnovati. Il grande romanzo americano. Pragmatico e populista come è sempre stato (pensate a Steinbeck e Springsteen, per tacere di John Ford) e sempre sarà. Per questo da Clint Eastwood è impossibile prescindere.

  • Vincenzo & Clint

    Vincenzo Buccheri è scomparso nel 2009 fa ma lo sentiamo ancora tra noi. Lo ricordiamo con uno stralcio dal suo Lo stile cinematografico, appena pubblicato da Carocci (pp. 187, € 17) e contenente, tra gli altri, un illuminante scritto su Un mondo perfetto. «Classicità o anti-classicità? Qual è la parola definitiva su Eastwood, comunemente presentato come grande artista popolare proprio perché classico, o meglio ultimo dei classici? Eastwood non si sottrae ai suoi tempi, ma non ne è schiavo: il suo stile, la sua idea di cinema secondo noi sono neoclassici, là dove neoclassico non significa estraneità al postmoderno, ma modo alternativo di viverlo. Un modo che alla frammentazione, al manierismo e all’amoralità programmatica sostituisce la ripresa delle auctoritates, la linearità e l’interrogazione morale, ma dentro un contesto culturale e stilistico in cui il passato è perduto, l’innocenza irrecuperabile e il presente va vissuto in tutta la sua dolorosa imperfezione. Non è forse questo, in ultima analisi, il vero significato di Un mondo perfetto?».

    Mauro Gervasini

Il nostro Clint Eastwood preferito - I cult del cuore

A cura di - a cura della Redazione -

  • Mystic River

    Un incrocio di sguardi. Che racchiudono tutto. Gli occhi della moglie dell’uomo ucciso scrutano tra la folla. Incontrano quelli degli amici: passano dal timore alla certezza, alla consapevolezza di una solitudine. Non sono necessarie parole. L’amicizia si infrange nell’individualità. Uno sguardo più che lucido sull’esistenza, quello di Mystic River. Con I ponti di Madison County e Million Dollar Baby, in una trilogia dei sentimenti che indaga, con sintesi essenziale, su gioie, dolori, vita. PAOLA ABENAVOLI

    I bambini che non riuscirono a sfuggire ai lupi sono diventati i grandi che non possono sfuggire a se stessi. Benvenuti a Mystic River, nei suburbia di Boston e nel pozzo nero dell’anima. Sul pelo delle acque scure e placide galleggiano sogni di gioventù abortiti e cadaveri inevitabili. Qui laviamo i nostri peccati, dice il re riscuotendo il suo credito. Ma la colpa non affonda. Resta lì, sul pelo dell’acqua, negli occhi che si cercano, si guardano, si scavano dentro. Mentre tutto attorno è un tripudio di trombe e bandiere. CHIARA BRUNO

    Due crimini e un’automobile scura. Vi sale Dave il più esposto alla vita. Lì nel mezzo, scorre il fiume Mystic, tomba liquida di cadaveri e rifiuti. Lì, pesa una condanna che è di ognuno e di tutti. Clint Eastwood non crede negli eroi, accarezza senza preconcetti la solenne fragilità di ogni anima. L’innocenza è perduta, noi costretti a gettare la maschera. Mystic River è un film che ti lavora dentro, la sua storia va al di là di ciò che racconta. Lasciandoti un incancellabile turbamento. CRISTINA BORSATTI

    Prefinale: Annabeth rassicura il marito Jimmy che ha appena ucciso l’amico Dave, credendolo l’assassino di sua figlia. L’argomento di Annabeth è la legge del più forte, un Antico Testamento piegato alle ragioni della famiglia. Jimmy si è sostituito a Dio. Finale: nella parata il poliziotto Sean gli punta il dito contro mimando una pistola (come Eastwood in Gran Torino). L’errore è individuato, e rimane. Sempre. RAFFAELLA GIANCRISTOFARO [ROLLING STONE]

  • Fuga da Alcatraz

    Alcatraz è Eastwood. Due facce di una medaglia fredda come la morte, ferma come roccia. La prigione è battuta dalle onde come Frank Morris dall’ingiustizia, mentre segni profondi scavano il volto di Clint e segnano i corridoi di una costruzione incrollabile. Almeno così sembra. Perché la vita di Morris segna la morte di Alcatraz. Eastwood, sotto la guida dell’immortale Siegel, consegna alla Storia del cinema carcerario la sua perla più pura. Più dura. Come l’acciaio del suo volto. E delle sbarre di una cella. CLAUDIO BARTOLINI

    Capolavoro del filone carcerario, ma anche romanzo grottesco sull’arroganza del potere. Claustrofobico e appassionante, con quell'inizio di facce, suoni, ferro e acqua, in cui sembra di percepire l'umido della galera. «Noi non creiamo buoni cittadini, ma buoni detenuti». E il manichino con la faccia di Clint che nel finale sorride all’ottusità delle istituzioni. «Sono affogati», dice il direttore del carcere, dopo la fuga. Uno degli ultimi film di Don Siegel, maestro dei generi, ispirato a un fatto vero. ANDREA GIORGI 

  • Million Dollar Baby

    Colori che sfumano nel bianco e nero, ombre cariche di sentimento. Perché non c’è bisogno di esibire le emozioni quando si è capaci di comunicare con poco. La grandezza di Clint Eastwood è tutta qui, togliere senza impoverire. Una frase di troppo, una scena in più poteva trasformare il film in un drammone strappalacrime. Alla fine invece, piangi senza vergognarti: nessuno ti ha raggirato. Niente ammiccamenti, niente scene a effetto. La poesia, quando è pura, non ha bisogno di troppi ornamenti. CRISTINA BIANCHINO [TG5]

  • Brivido nella notte

    L’esordio alla regia di Dirty Harry esibisce elementi di quello che sarebbe diventato il cinema eastwoodiano: l’interesse nei confronti della psicologia femminile - qui virata nelle tinte del thriller, la musica come componente imprescindibile - il titolo originale fa riferimento a Misty, un classico del jazzista Erroll Garner, il senso della giustizia (secondo Clint). Dopo tanti nemici maschili, il cowboy è messo all’angolo da una donna. Nel suo piccolo avrebbe aperto la strada ad Attrazione fatale. TIRZA BONIFAZI TOGNAZZI [MYMOVIES]

    Usciva barcollante con il suo cappellaccio e il sigaro, nel ricordo del romanesco delle troupe iberico-romanesche dei western spaghetti di Leone ed ecco che serve caldissimo di atmosfera Brivido nella notte, 1971, Play Misty for Me (il piano di Erroll Garner). Indimenticabile thriller di molestie sessuali, genere che svicola dai generi, impietoso verso debolezze di maschi e femmine. Salda il debito con il “suo” Don Siegel (qui è attore) fornendo materia da cui copieranno nel corso del tempo le varie Attrazioni fatali. MAURIZIO PORRO [CORRIERE DELLA SERA]

  • I ponti di Madison County

    Un volto impressionato dalla vita come pellicola dalla luce, quello di Clint, qui fotografo del “National Geographic”. Chiaroscuri di sentimenti, timida passione che incide l’anima. Un sorriso, labbra che sfiorano un collo, quello di Meryl Streep, digiuno di palpitazioni da troppo tempo. Bagnarsi nella stessa vasca, per sempre. Le lacrime non si perdono in questa pioggia, cercano solo di mantenere il proprio dignitoso riserbo. Un addio muto, ovattato, struggente, all’incrocio di strade che non si incroceranno mai più. ARIANNA CANTONI 

    Abbandonata da tempo la 44 magnum, Clint, ancora cavaliere solitario dal cuore vetroso, si arma di una macchina fotografica per radiografare l’accidentato terreno dei sentimenti, dimostrando che solo lo sguardo che deraglia e si scioglie tra le lacrime nella pioggia può ancora sperare di vedere davvero. La perfezione di questo struggente mélo in cui il cinema reinventa la sua poesia è l’unica risposta sensata a un mondo tutt’altro che perfetto. «L’amore in fondo, è talmente semplice…», diceva Prévert. ALESSANDRA DE LUCA [AVVENIRE/CIAK]

  • Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!

    Intuii subito che poteva essere un’opera chiave per l’evoluzione autoriale di Clint, mentre ero accerchiato dalla critica contenutistica che lo adottò come emblema del “reazionarismo” di Eastwood e trattava Don Siegel come un qualsiasi artigiano. In seguito, parafrasando Godard, coniai lo slogan: «Come posso odiare Clint Eastwood che vota repubblicano e amarlo quando impugna la sua Smith & Wesson in Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!» ALBERTO CASTELLANO [IL MATTINO] 

  • Gli spietati

    Imperdonabile chi ci ha visto un western “crepuscolare”, lo stupore del pentito Eastwood, il vecchio pistolero che si accorge quanto la morte in tempo reale non sia né mito né leggenda. Ogni frammento del cinema passato e futuro di Clint è qui nei paesaggi emozionali dell'estremo Ovest, accanto al ralenti del ragazzo in agonia e della dolce prostituta sfregiata. Corpi nei quali abita da sempre il cineasta che non fa improvvisamente opera di revisionismo ma rivela agli sguardi distratti chi era davvero Dirty Harry e chi sarà Walt Kowalski. Nessun futuro (cinematografico) sarà possibile senza il revenant e la sua 44 magnum. MARIUCCIA CIOTTA [IL MANIFESTO]

    Non ho mai visto un western di Leone così bello. Non ho mai visto, forse, un gran western come questo che somiglia più a un film di Kurosawa - l’ambiguità della vita e del punto di vista - che a uno di Hawks, Ford, Mann, Boetticher o Sturges. A dirla tutta, non ho mai visto un altro attore, come lui, somigliare a Henry Fonda con la sua recitazione assorta, piena di silenzio, dolore e stupore, con la sua andatura lenta e meditativa, con la sua silhouette oblunga e dinoccolata - quasi un tatuaggio sul crepuscolo, un cactus in controluce al tramonto. MARIO SESTI

  • Un mondo perfetto

    La (grande) illusione perduta. Eastwood si appropria delle prospettive del film di caccia. La fuga diventa sospesa, onirica, sognante, tragica, tra road movie e melodramma, in un ritmo dilatato in cui il tempo attende la materializzazione di quella fine imminente. La morte dell’evaso Butch (grandissimo Costner, Cooper reincarnato nella malinconia di Granger in La donna del bandito) simboleggia quella di Kennedy e Clint, più che ranger sulle sue tracce, è spettatore sempre più disincantato. Sublime. SIMONE EMILIANI [SENTIERI SELVAGGI] 

    Un mondo perfetto è il film perfetto. Dimostrazione definitiva che il cinema americano cerca la verità assoluta attraverso i cliché, rappresenta la sezione aurea del road movie e del western, del melodramma e del film d’infanzia, del cinema come spettacolo e del racconto come biblica, infinita tensione tra generazioni maschili. A ribadire il consueto assunto eastwoodiano: l’America non si sa prendere cura dei propri figli. ROY MENARINI [SEGNOCINEMA] 

    Sembra fatto ieri. Eppure era il 1993 e la vicenda narrata risale a 30 anni prima, all’epoca dell’omicidio di John F. Kennedy. Però parla di oggi, di quanto è difficile conservare l’innocenza in un mondo che non è perfetto. Solo un bambino vestito da fantasma può credere nell’innocenza di un criminale, prima di scoprire che i veri criminali sono altri e di perdere definitivamente la propria. Quella che l’America ha perso allora e che sta riconquistando oggi, diversamente dall’Italia che l’ha persa per sempre. BARBARA SORRENTINI [RADIO POPOLARE]

  • Mezzanotte nel giardino del bene e del male

    Voodoo, travestiti, Kevin Spacey con baffi posticci: sublime. Clint gira sornione il suo «Via col vento alla mescalina»: innamorato delle fragranze kitsch del Sud, intona una serenata al compositore Johnny Mercer e pare ammorbidirsi nel languore di Savannah. Ma non ci caschiamo: la sua regia, solida come la statua nel cimitero eponimo, si piazza decisa tra Bene e Male. ILARIA FEOLE

  • Flags of Our Fathers

    Cosa c’entra quest’ennesi mo capolavoro di Clint Eastwood con Silvio Berlusconi, George Bush Jr., ma anche Saddam Hussein o l’eccidio di Katyn o mille altre storie (compresa quella del cinema) tutte da riscrivere? Ne è, semplicemente, il paradigma (come, tra l’altro, Potere assoluto). L’immagine simbolo della Guerra del Pacifico - una foto con cinque marines e un ufficiale sanitario che piantano la bandiera yankee sul Monte Suribachi, presidio giapponese - è in realtà una clamorosa mistificazione. Un film che si dovrebbe proiettare in ciascuna scuola del mondo per liberare finalmente la Storia dalla sua insopportabile retorica. ALDO FITTANTE 

  • Lo straniero senza nome

    Astratto e nichilista, Lo straniero senza nome precipita una cittadina all’inferno, letteralmente, attraverso un protagonista che non accetta compromessi e si vendica tanto dei banditi quanto dell’ipocrisia delle “vittime”. Da una parte è un trionfo della volontà machista, non privo di misoginia e carico di disprezzo per chi non prende le cose (o meglio le colt) in mano, dall’altra è un amaro canto del cigno per l’eroe - che forse è un fantasma e certo è un concetto morto - e per l’umanità tutta. ANDREA FORNASIERO 

  • Changeling

    Perché immagine composta di un dolore incontenibile. Perché un’altra donna entra nell’arena e rinasce sotto lo sguardo classico del vecchio trainer californiano. Una madre nubile disposta a giocarsi tutto per restituire l’innocenza (e l’innocente) alla collettività. Le donne sono per il cowboy allunato una delicata frontiera da avvicinare con pudore cavalleresco e senza retorica. Sono un frammento di perfezione dentro un mondo imperfetto. L’irrinunciabile bellezza che non ha ancora esaurito la sua carica di ribellismo, cavalcando sentieri selvaggi e la più ingrata delle missioni. Con Changeling tutto è (s)cambiato. MARZIA GANDOLFI [DUELLANTI]

    Il diritto dell’individuo nei confronti del Potere (e non viceversa). Ma anche l’infanzia rubata, il senso della giustizia e la ricerca della verità, qualunque costo comporti. C’è tutto il miglior Clint (da Mystic River a Potere assoluto, da Un mondo perfetto a Million Dollar Baby) nella sceneggiatura di J. Michael Straczynski, già scritta - incredibilmente - da una storia vera. Che (in parte) è quella dell’America, sporca, compromessa. E per cui Eastwood - lui, il repubblicano, il patriottico, il conservatore - non ha paura di indignarsi. ENRICA RE 

    Come per Fino a prova contraria, anche nel finale di Changeling è difficile stabilire i confini dell'impalpabile crinale tra realtà e illusione. Il mondo di Clint si presenta ancora in tutto il suo tragico pragmatismo: la malvagità dell'uomo è un pozzo nero e senza fondo, a cui un'autorità inadeguata e vanamente violenta non sa né può porre un freno. Occorre cavarsela da soli e lottare, rinunciando alla possibilità di cambiare il mondo, ma non a quella di aggiustare due bulloni dell'ingranaggio. Senza perdere la speranza. EMANUELE SACCHI [MYMOVIES]

  • Coraggio... fatti ammazzare

    Mai avuto dubbi sul mio Clint preferito. Grazie a un esercente di sala compiacente, vidi Coraggio... fatti ammazzare a 13 anni (il film era V.M.14), rimanendo folgorato dalla violenza e dai barocchismi della regia. La mia religione siegeliana mi impedisce di preferirlo al primo della serie, Dirty Harry: tuttavia Coraggio... fatti ammazzare illumina di senso anche i titoli precedenti. E proprio per la sua matrice gotica, alla Notte brava del soldato Jonathan, chiude il cerchio Siegel-Eastwood. MAURO GERVASINI

  • Invictus - L'invincibile

    Film santo, soave e terribile, fluido e petroso, limitato e immenso. Si limita all’immensità dello spazio filmica, eastwood, dispiegandola. Consegnando perfetto il segreto costante del suo cinema, l’incrociarsi e coincidere di misty e mystic. Il fiume delle immagini, brumoso e incerto proprio nel darci il lampo mistico della visione, ombra del presente. Si entra nell’auto spettrale del finale di gran torino. Mandela è vivo/morto, presentassente, il cinema con due automobili finge ogni thrilling, lo scontro immane per pochi centimetri delle mischie nel gioco sul campo trapassa nello spazio interno/esterno dell’auto. Il godimento raro dell’esperienza interiore. Prigione vuota in cui si assiste (o si è assistiti d)alla propria malinconia. ENRICO GHEZZI [RAITRE]

  • Gran Torino

    Duro fuori e indeciso dentro. Questo è l’aspetto che preferisco di Eastwood. Persino con il razzista di Gran Torino che poi non è così razzista. Ma il trionfo di questa indecisione resterà sempre l’Uomo Senza Nome interpretato per Leone. Un Uomo senza qualità tra cactus e bucrani, ma meno noioso e grigio della sua versione europea. Anzi, fin troppo colorato nel suo sarape per tutte le stagioni. Era buono? Era cattivo? Non si capisce mai. Nemmeno quando si toglie o mette il cappello. Così vicino al vero Clint che ondeggia tra Democratici e Repubblica. TOMMASO LABRANCA

  • Honkytonk Man

    Piccolo film dimenticato, il primo dove Clint esce dalla dimensione superoministica che gli fu rinfacciata. C’è molto del cinema che avrebbe fatto. Il Red Stoval, perdente e disadattato che si aggira con chitarra e ritmi country nel cuore, è personaggio esule e dolente al pari dei Walt, Bill o Frank degli ultimi anni: già c’era tutta la pietas che avrebbe nutrito per gli umili, per certe storie e ritmi. E poi c’è la sua voce: consumata da troppe sigarette e dalla malattia, mangia l’anima. ADRIANA MARMIROLI

  • L'uomo nel mirino

    L’uomo nel mirino è Ben Shockley, sbirro in odore di Dirty Harry cui appioppano una testimone che tutti vogliono morta. Viaggio iniziatico alla scoperta di un’altra America, al momento giusto Ben inforca un Chopper ma quando giunge a destinazione lo attende un plotone d’esecuzione. Western iniziatico; manifesto disegnato da Frank Frazetta, chimica hawksiana fra Clint e Sondra Locke e sparatorie degne di John Woo. Era il 1977. L’uomo nel mirino è la ballata di un Easy Rider che sa di punk e cordite. GIONA A. NAZZARO [RUMORE]

  • Bird

    Ha incantato e spezzato il cuore di noi adoratori del bebop (e non solo), il biopic su Charlie Parker, divino sassofonista schiacciato da una vita insostenibile tra droga, alcol, lutti, follia e suicidi falliti con la tintura di iodio. La venerazione incondizionata di Eastwood ha generato un ritratto crudele e cupo, e al contempo affettuoso e rispettoso, fondendo intima dichiarazione d’amore e impietosa messa in scena delle miserie di un genio autrodistruttivo che morì 34enne dimostrandone 60. LORENZA NEGRI

    Figlio di puttana (parola del Brutto di Leone, con la A allungata da Morricone). Texano dagli occhi di ghiaccio, Cavaliere pallido spietato fino a prova contraria. Mia guida morale che con coraggio non si è fatta ammazzare, ma ha vissuto due vite. Il mio cult sei tu. Ma se devo scegliere allora dico Bird. Perché il tuo cinema è jazz dolente, intenso, rigoroso, epico ed etico, quello del “tuo” Parker. Invictus da attore, (auto)ironicamente infallibile. Invictus da regista, portavoce dei perdenti. BORIS SOLLAZZO [LIBERAZIONE]

  • Per un pugno di dollari

    Cosa sarebbe stato di Clint se non avesse indossato quel poncho? Un semplice costume di scena diventato una maschera, un oggetto di culto, capace di farne un mito con due espressioni. Sarebbero potuti esistere Callaghan, Morris o Kowalski senza quel poncho? Ci piace pensare di no, certi che da lì abbia inoculato i germi che lo hanno trasformato in quel doppio Clint, duro e amabile, capace di asservire i due padroni (come nel film) della sua sfaccettata creatività... e farla franca. SARA SAGRATI 

  • Gunny

    D’acchito avrei detto Firefox perché contiene per la prima volta un’intuizione-cardine del clintpensiero venuto poi (“la necessitá di pensare come l’altro”), ma poi sembra che uno vuol sempre far l’eccentrico. E allora Gunny. Sarà che avevo vent’anni. Sarà che oggi l’anticipo strutturale sulla bipartizione (e non solo: c’è anche l’iperbole della four letter word) di Full Metal Jacket me ne acuisce in memoria l’idea di enormità. Sarà che il “fascista” Clint trattava di merda Reagan e la Difesa Usa. Sarà che non l’ho mai rivisto. E non c’è come non rivedere qualcuno/qualcosa perché quel qualcuno/qualcosa non ti si installi nel cuore, come un debito di sangue (eh eh). FILIPPO MAZZARELLA [CORRIERE DELLA SERA]

    Le guerre sbagliate del vero “popolo della libertà” ricominciarono a Heartbreak Ridge, Corea. E non finirono con la disfatta in Vietnam, scatenando incubi hmong in Gran Torino e, prima, la farsa di Grenada, ritorno al cortile di casa, quando Reagan divenne lo zimbello di Castro, simulandone l’esecuzione “obliqua”. Così la grottesca caccia a Bernard Coard diventa satira dal basso a bandiera, esercito e presidente Usa. Gunny è lo spettro nevrotico di Maurice Bishop, non solo l’abbreviazione di un Gunnery Sergeant, capo dello Staff Sergeant, ma sottoposto al Master Sergeant (grado E-7 dei marines). ROBERTO SILVESTRI [IL MANIFESTO]

L'ultimo selvaggio

Mauro Gervasini

John Sturges, Don Siegel, Robert Aldrich, Walter Hill, John Frankenheimer. Trovate l’intruso. Ebbene: non c’è. Nascono tutti come artigiani (spesso con mansioni diverse dalla regia, soprattutto montatori o sceneggiatori) e caparbiamente...

FilmTv n° 02/2012

[Venezia 74 - Concorso] Fuga per due

Alberto Pezzotta

Dei registi in circolazione, Paolo Virzì è forse l’unico che possa essere considerato a buon diritto erede della commedia all’italiana. E non solo perché ha studiato con Furio Scarpelli. Della commedia di una volta ha il mestiere, la capacità di...

FilmTv n° 35/2017

Le conseguenze dell'affare Disney-Fox

Andrea Fornasiero

Da questa chiacchierata Iger avrebbe fiutato l'apertura di Murdoch a una parziale acquisizione e le trattative si sono mosse in segreto per settimane, senza che nessuno o quasi ne sapesse nulla finché la notizia non è emersa a novembre. A quel...

FilmTv n° 50/2017

Sono stato me stesso

Luca Pacilio

Nell’editoriale che apre il n. 32/2017 di Film Tv, Mauro Gervasini scrive che lo Shepard attore finisce «per essere se stesso in ogni ruolo». È così, ogni sua espressione creativa si rifaceva a un’unica figura d’artista, che tutte le rifletteva...

FilmTv n° 36/2017

Gli autori

Nicola Cupperi

L'eclettica carriera di Riccardo Milani ha appena compiuto 30 anni e non ha ancora perso un colpo. Da esordiente, a partire dal 1987, fa la gavetta con il meglio del cinema italiano: Mario Monicelli, Nanni Moretti e Daniele Luchetti. Dieci anni...

FilmTv n° 52/2017

Archivio Servizi

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