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The X-Files - Vogliamo ancora crederci - Intervista a Gillian Anderson


La nostra intervista a Gillian Anderson in occasione della stagione evento da sei episodi andata in onda nel gennaio 2016. Dal 29 gennaio prossimo, sempre su Fox, le nuove puntate, una "stagione 11" piena di misteri che per la storica interprete di Dana Scully sarà l'ultima

Dopo nove stagioni televisive e due film di quella che è stata una delle serie più popolari degli anni 90, X-Files, torna con un nuovo ciclo di sei episodi che debutta in contemporanea con gli Stati Uniti su Fox HD. L’ex agente dell’FBI ossessionato dagli extraterrestri e dal paranormale Fox Mulder si riavvicinerà al mistero - il caso di un possibile rapimento alieno dalle implicazioni sconvolgenti - assieme alla ritrovata Dana Scully, nella prima di una manciata di puntate prodotte dal creatore dello show Chris Carter. Nell’era dei social, di internet e della globalizzazione, le cospirazioni paragovernative - argomento intorno al quale è sempre girata X-Files - assumono connotazioni ancor più spaventose: la banda larga ha cambiato il mondo e con questo fanno i conti sia la serie sia i suoi protagonisti. Ne sa qualcosa Gillian Anderson, attrice americana trapiantata nel Regno Unito, dove ha consolidato la sua carriera (è la detective Stella nella serie thriller The Fall), la quale, dopo qualche tentennamento, ha accettato di riprendere il ruolo che l’ha resa famosa.

Per lei questa nuova breve stagione è un punto di partenza o di arrivo?
Vedremo. Non abbiamo ancora affrontato seriamente l’argomento del futuro dello show, però sono soddisfatta del fatto che non sia finito con il secondo film, X-Files: Voglio crederci. In realtà sarebbe dovuto essercene un terzo, ma quando ci siamo resi conto che era sfumato, abbiamo percepito distintamente che quella non era la fine ideale. Io non avevo assolutamente intenzione di impegnarmi in un’altra stagione da 20 episodi, che mi avrebbe occupata per almeno sei mesi, ma quando mi è stata proposta una miniserie mi sono lasciata sedurre dalla nostalgia. E non sono contraria a un eventuale seguito.

Com’è stato tornare sul set?
Ho provato una sensazione stranissima, a metà tra familiarità ed estraneità; David Duchovny e io siamo rimasti legati dopo la fine della serie, conclusa ormai 14 anni fa, ma nel frattempo il mondo intorno a noi è cambiato. Si è evoluto sia il modo di fare televisione sia il pubblico: durante le riprese nel centro di Vancouver c’erano centinaia di persone che ci riprendevano con i telefonini. È stato disarmante e mi è sembrato di ritrovami contemporaneamente nel passato e nel presente. 

Sono trascorsi 14 anni dall’ultima volta che ha vestito i panni di Scully: ha cambiato il modo di interpretarla?
Non credo, per anni Dana è stata come una seconda pelle, ma è stato molto difficile rientrare nel personaggio e ricordare come lo facevo muovere, come lo facevo camminare e i suoi manierismi. Nel frattempo si sono susseguiti altri ruoli e mi sono portata dietro qualcosa di ciascuno di essi; me ne sono dovuta liberare per tornare a essere credibile in una parte che avevo già interpretato tanto tempo fa.

La serie ha sempre presentato la relazione tra Mulder e Scully in modo abbastanza ambiguo.
Non l’ho trovata mai ambigua, perché tutto quello che non viene detto si evince da sguardi, battute e momenti intimi che non vengono nascosti agli spettatori. Nei nuovi episodi la situazione tra loro si è evoluta, ma Chris Carter è stato bravissimo a far capire al pubblico cosa è successo anche attraverso i silenzi.            

Chi è il più divertente sul set?
Ormai siamo troppo vecchi per farci gli scherzi sul set!

Com’è cambiato il suo rapporto con il successo negli anni?
Per un decennio ho cercato di liberarmi di Dana, nonostante ai tempi non esistessero internet e social che ti bombardavano è stata dura. Mi sono rifugiata in Inghilterra, dove non mi offrivano sistematicamente parti identiche a quella che mi aveva reso famosa. Se il successo di X-Files fosse arrivato oggi, probabilmente avrei mollato, perché non si può eludere la visibilità che comportano i social. Io ho un account Twitter - non lo scrivo personalmente, ma l’ho affidato a qualcuno che prima di pubblicare riceve la mia approvazione - però non è certamente una cosa di cui non potevo fare a meno.

  • Vogliamo ancora crederci

    ERA IL 1993, NON C’ERANO I SOCIAL NETWORK, NON C’ERA IL BINGE WATCHING, LE SERIE ERANO UN APPUNTAMENTO SETTIMANALE: IMPERDIBILE, NEL CASO DI X-FILES. Era un rito, annunciato dalle note di Mark Snow (quel fischiettio che, narra la leggenda, fu creato per caso, poggiando un gomito sull’effetto delay della tastiera). Viene la pelle d’oca a risentirlo ora, a pochi giorni dal ritorno di Mulder & Scully sul piccolo schermo: un ritorno insperato, temuto - ricordiamo tutti gli esiti disastrosi della prima reunion, il film del 2008 di cui neanche gli “X-Philes”, i fan indefessi, desiderano parlare -, eppure bramato da chiunque sia stato, fra il 1993 e il 2002, per 202 episodi, devoto della mitologia della serie. Creata da Chris Carter(che si ispirava alla classica Ai confini della realtà) con inesperienza e incoscienza, rischiando tutto su un canale (Fox) giovane e disposto all’azzardo, con due interpreti dal curriculum risibile, ebbe successo immediato e picchi di 27 milioni di spettatori negli Usa. X-Files era sì un procedurale, ma cupissimo e perfino splatter; aveva “mostri di puntata”, ma anche una solida, potenzialmente infinita trama orizzontale che avvolgeva di godibile paranoia le fondamenta del governo americano (da tempo immemorabile: si riveda l’episodio di culto 4x07, in cui l’Uomo che fuma è coinvolto in ogni caso irrisolto, JFK compreso); aveva due protagonisti legati da platonica tensione (solo a tratti interrotta da slanci passionali, sempre attribuiti ad allineamenti planetari o altri fenomeni paranormali) le cui interpretazioni poco flessibili, quasi monotone, erano parte di ciò che suscitava dipendenza. I trailer della nuova stagione sono uno scrigno per i fan: i fasci di luce incrociati delle torce di Scully e Mulder; l’ufficio di quest’ultimo col mitico poster “I want to believe” e le matite conficcate nel soffitto; perfino i Pistoleri solitari, che credevamo morti come lo spinoff a loro dedicato, ma che importa? Non ci stupiremmo di ritrovare anche l’indistruttibile agente Krycek. Nella writing room di X-Filessi sono fatte le ossa eccellenze come Vince Gilligan (Breaking Bad) e Howard Gordon & Alex Gansa (24, Homeland), giocando a costruire ipotesi paranoiche che, all’epoca - prima di Snowden, prima dei droni -, erano divertenti perché implausibili: l’11 settembre uccise la serie, perché nessun americano voleva sentir parlare di cospirazioni governative. Ora il mito risorge, con i volti di Duchovny e Anderson invecchiati ma inamovibili, pistola in una mano e torcia nell’altra, in un’operazione tra filologia e nostalgia non dissimile da ciò che sta accadendo, nelle sale, con il nuovo Star Wars. Funzionerà? La verità è là fuori.

    Ilaria Feole

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