Servizi / Interviste

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L’immagine mancante


Ricordiamo il grande cineasta francese, autore del monumentale Shoah , che ha dedicato la vita a indagare il possibile ruolo dell’immagine nella rappresentazione della storia.

«L’azione comincia ai giorni nostri a Chelmno sulla Ner, in Polonia». Oggi dunque, e non il 7 dicembre 1941, quando Chelmno fu il teatro del primo sterminio di ebrei con le camere a gas in Polonia. Il presente, e non il passato. È questo il fulminante inizio di Shoah, la prima frase che introduce il film che contraddistinguerà l’intera vita di Claude Lanzmann (Sobibor - 14 ottobre 1943, ore 16.00, Le rapport Karski, Un vivant qui passe e L’ultimo degli ingiusti non sono che il riutilizzo di parte delle quasi 300 ore di pellicola che sono state girate per quel monumentale progetto che è Shoah) e che già ne racchiude in nuce il senso. Perché, contrariamente a quello che spesso si dice, non è di memoria che parla il suo cinema - una parola il cui abuso ha finito proprio per monumentalizzare e spesso uccidere la posta in palio più radicale della riflessione sull’Olocausto -, ma semmai di qualcosa che la ostacola e la rende impossibile. Come scrisse lo stesso Lanzmann in Au sujet de Shoah (uno dei più bei libri sul film, purtroppo ancora inedito in Italia): «Se Shoah non è intessuto che di presente, se il passato sembra fondersi con esso e in esso, è perché l’ordine che governa e scandisce tutto il film è quello dell’immemorabile: l’evento disumano, di cui peraltro sono stato contemporaneo, viene ributtato, per la sua stessa disumanità e il terrore che ispira, a una distanza siderale, in un illo tempore quasi leggendario e come esterno alla durata umana. Non è successo, non è potuto succedere!». È questo il motivo per cui l’Olocausto non è un evento rappresentabile, non perché debba essere ammantato da un’aura di sacralità e indicibilità, ma perché in un certo senso non appartiene né al registro del passato né a quello dell’evento storico propriamente detto. Come ha affermato Jacques Rancière, si tratta di un doppio processo di soppressione: «La soppressione degli ebrei e la soppressione delle tracce della loro soppressione». È questa seconda soppressione il problema più delicato della messa in immagine dello sterminio ebraico - quella che ha fatto dire a Jean-Luc Godard che il cinema ha mancato l’incontro con il proprio secolo, perché non è stato capace di mostrare le camere a gas. Ogni rappresentazione che pensi semplicemente di far rivivere l’Olocausto attraverso il cinema senza passare per questa ulteriore soppressione - una soppressione della soppressione -, non può che essere a rischio di un’impostura. O meglio, non può che limitarsi al feticismo della vittima, e di conseguenza alla sua trasfigurazione idolatrica. Già a partire dalla prima testimonianza di Shoah, quella di Simon Srebnik nella radura di Chelmno, Lanzmann invece ha sempre insistito in tutti i suoi film su una strana dissimmetria tra le parole dei testimoni e il luogo in cui si trovano: le parole dell’orrore e l’assoluta tranquillità e normalità, nel caso della suddetta scena, del prato nel quale prendono forma, dove della soluzione finale ebraica non è rimasta alcuna traccia. È la stessa che vediamo nel racconto delle oche di Sobibor, quelle che - racconta il sopravvissuto Yehuda Lerner, protagonista del film - «i nazisti facevano pascolare intorno alle camere a gas per coprire le grida dei condannati» e che rivediamo oggi starnazzare nel medesimo luogo. E lo stesso avviene anche per la stazione di Bohušovice, dove inizia L’ultimo degli ingiusti. L’effetto è quello di dare forma filmica a una strana incredulità allucinatoria. È possibile che sia proprio questo il mondo che è sopravvissuto alla Shoah? Nel celebre capitolo Le nostre notti di Se questo è un uomo, Primo Levi racconta di un sogno che assaliva diversi internati del campo: sopravvivere, ritornare nel mondo dei vivi, raccontare le atrocità del campo ai famigliari e non essere creduto. Ed è proprio nel tentativo di trasporre in immagini la dimensione strutturalmente allucinatoria della testimonianza del campo di sterminio che Lanzmann non è stato uno storico o un testimone prestato al cinema, ma un vero e proprio grande cineasta, un grande pensatore dell’immagine che ha riflettuto su una delle questioni più complesse che riguardano lo statuto ontologico dell’immagine cinematografica: il fatto che al suo cuore vi sia qualcosa di mancante in modo strutturale, inevitabile, qualcosa che non può mostrare ma solo rendere presente nella sua assenza. E sebbene non ci sia stato solo Shoah nella carriera di cineasta di Lanzmann, anche tutti i suoi altri film, come Pourquoi Israël o Tsahal, hanno girato attorno agli stessi temi. Perché la Shoah non è solo un massacro di innocenti, è anche un massacro di persone senza difesa, senza armi, senza Stato. E se Sobibor smonterà il luogo comune della mancata resistenza ebraica nei confronti della deportazione e dello sterminio - mostrando una delle pochissime rivolte riuscite in un campo di concentramento - Pourquoi Israël e Tsahal riveleranno le conseguenze controverse che la soluzione finale avrà nel Dopoguerra e nella nascita di uno stato che manterrà un rapporto contraddittorio con l’uso della forza e un progetto di colonizzazione drammatico. Tracce e soppressione di tracce che ancora incombono sul nostro presente.

Claude Lanzmann - Filmografia testimone

A cura di Pietro Bianchi

  • Pourquoi Israel?

    25 anni dopo la sua fondazione, il primo lungometraggio di Lanzmann è una dichiarazione d’amore verso lo stato di Israele di allora, attraverso interviste a intellettuali, reduci deportati, pacifisti, operai e membri del kibbutz. Con lo spaccato di una cultura sionista “di sinistra” praticamente scomparsa oggi.

  • Shoah

    12 anni di lavorazione, quasi 300 ore di girato e una versione finale di quasi dieci ore per una delle riflessioni più rigorose e dirompenti sulla soluzione finale del popolo ebraico. Senza immagini d’archivio e basandosi solo su un’imponente ricerca di testimoni e sopravvissuti, un’opera insuperata nelle riflessioni sull’Olocausto.

  • Tsahal

    Riflettere sulle Forze di difesa israeliane non vuol dire solo parlare del rapporto tra Israele e la cultura militare, ma anche della precaria esistenza di quello stato e delle sue guerre. Affascinante nella sua audacia, anche se unilaterale sull’occupazione della Palestina, rimane ancor’oggi il suo film più ambiguamente controverso.

  • Un vivant qui passe

    Il primo dei film tratti da materiali non utilizzati per Shoah, è un’intervista a Maurice Rossel, rappresentante della Croce rossa svizzera che nel 1944 visitò il ghetto di Theresienstadt, alle porte di Praga, certificando le sue buone condizioni. Fino a che punto fu manipolazione da parte dei nazisti e fino a che punto responsabilità?

  • Sobibor - 14 Ottobre 1943, ore 16.00

    Spinoff di Shoah, racconta la rivolta (riuscita) in un campo di concentramento, a Sobibór, in Polonia, nel 1943. Composta da un’intervista a Lerner, che vi partecipò, è un atto d’accusa verso il luogo comune che ha considerato il popolo ebraico corresponsabile del proprio annientamento.

  • L'ultimo degli ingiusti

    Con materiali da Shoah e su Theresienstadt, è un’intervista a Benjamin Murmelstein, che nel 1943 fu decano della comunità ebraica locale e che suo malgrado collaborò al funzionamento di un campo di concentramento che i nazisti propagandavano come “umano”, in realtà anticamera per i campi di sterminio.

  • Napalm

    Uno dei suoi pochi film non legati alla Shoah o a Israele, è il racconto della visita in Corea del nord di Lanzmann nel 1958, durante la quale si innamorò dell’infermiera Kim Kun-sun, ferita dal napalm nella guerra di Corea. Nel 2004, il regista decide di tornare nei luoghi di quell’amore, nell’oppressione della Corea di oggi.

Scene di vita

Rinaldo Censi

Caro Jonas, ci ho pensato davvero a lungo, ma alla fine il risultato non cambia: avere a che fare con te è un po’ come passare una giornata sulle montagne russe. Se provo a elencare tutte le cose che sei riuscito a mettere insieme in una...

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10. Neve nera di Martin Hodara e Che Dio ci perdoni di Rodrigo Sorogoyenun ex-aequo per due thriller spagnoli distribuiti da Movies Inspired, uno ambientato tra i...

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 l cinema di Marco Ferreri sa di post-rivoluzione. Come se questa fosse già avvenuta, ma con esiti disastrosi o, nella migliore delle ipotesi, inconcludenti. Alla voglia di abbattere le vestigia dell’ancien régime e di soppiantare il...

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