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Luca Pacilio dice che Agente Lemmy Caution: Missione Alphaville è il film da salvare oggi in TV.
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Tomboy di Cèline Sciamma è in streaming su Prime Video

È tempo di spie. Su Film Tv n° 46, in occasione dell'uscita della seconda stagione di Jack Ryan , esploriamo il mondo delle spie e dello spionaggio nelle serie tv. In questa sezione allora torniamo a una delle spie più famose della storia del cinema.

Negli ultimi anni, il panorama televisivo si è popolato di protagoniste complesse: una serialità femminista?

Torna con una seconda stagione la prima serie originale di Prime Video, prequel dei film incentrati su Jason Bourne. Dal primo novembre è in streaming, mentre qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

Callisto Cosulich salvava, in una rubrica su FilmTv, visioni e ricordi che prendevano spesso la forma di bellissime storie. Qui ci racconta di Taking Off di Forman e di come quella scena, anzi LA scena, in cui tutti fumano marijuana, gli diede qualche problemino quando decise di inserire il film in una rassegna sulla New Hollywood per la Rai.

La citazione

«La televisione è meglio del cinema. Sai sempre dov'è la toilette. (Dino Risi)»

scelta da
Pedro Armocida

In edicola: Martedì, 12 Novembre, 2019

Feuilleton #5: la seconda parte del racconto di Raffaele Riba, la seconda stagione di Jack Ryan: spie al cinema e in tv, intervista al regista di Le Mans '66, James Mangold, Filmmaker Festival 2019: un omaggio ad Alain Cavalier, analisi di Ignorantocrazia di Gianni Canova, Serial Minds di The Deuce, locandina di L'armata delle tenebre di Sam Raimi e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Editoriale n° 46/2019

Guardatelo Robert De Niro, quando cammina per le strade di The Irishman (vedi recensione su Film Tv n. 44/2019) con il volto digitalmente modificato, con i lineamenti di uno di quarant’anni e gli occhi celesti, certo, ma il corpo che si muove appesantito, lento, acciaccato, come quello del settantaseienne che è, oggi. Con quel viso che sembra uscito da un motion capture di Zemeckis (Polar Express, per esempio), ma con la struggente fatica che sentono gli avatar handicappati di Ed Atkins, di cui vi parlammo tempo fa (vedi Film Tv n. 30/2017). Ecco. È questo uno dei punti cruciali di questo ultimo film di Scorsese, prodotto da Netflix: il paradosso tra tecnologia che cancella il tempo (il de-aging) e quel corpo d’attore che è prima di tutto traccia del tempo che passa. Storia. E dunque cinema, come dicevano un paio di signori, registi e teorici: morte al lavoro, scultura del tempo. The Irishman è qui, e se non tutto, in un buona parte: in questi pixel che ringiovaniscono, su quei corpi che si stanno consumando. Cosa vi ricorda? Il cinema al tempo velocissimo dello streaming? La Storia nell’eterno presente della Rete? E mentre Netflix annuncia di voler sperimentare la visione a velocità aumentata per i suoi utenti (così da poter vedere i film a doppia velocità, volendo), Scorsese si prende - proprio per merito di Netflix, perché chi l’avrebbe prodotto, oggi, un film così, da 159 milioni di dollari? - il suo tempo. E lo dilata come non mai: 209 minuti. E certo, adegua la lingua del suo cinema ai possibili schermi e schermetti su cui lo (ri)vedremo (quanti primi piani, rispetto a tutto quello fatto precedentemente), ma soprattutto adegua il ritmo e il respiro del suo film-streaming, di quest’opera meticcia, di questo cinema dopo il cinema, ai tempi lenti, appesantiti, acciaccati suoi e del suo protagonista. Così, dentro Netflix, per merito di Netflix, contro Netflix, fa il suo C’era una volta in America, che da un lato è un film sulle forme del ricordo, col suo tempo sospeso (da dove nascono quelle immagini? Dove comincia il ricordo? Dal viaggio? Dalla confessione al sacerdote?), dall’altro è un tentativo ultimo di riordino della Storia, uno slancio terminale per allacciarla alle storie con la minuscola, ai suoi retroscena (la mafia è dietro tutto). Di certo, comunque, è un film su un lento crepuscolo, che lotta come può contro la scomparsa della memoria, che è la memoria della Storia e del cinema (“the Irishman” è il protagonista ma anche JFK), perché in questo film-streaming le immagini d’archivio del passato sono troppo sgranate, prossime alla scomparsa, come tutto quello che non è nuovo, veloce. Nessuno si ricorda di Jimmy Hoffa, oggi. Non servono, le sue fotografie. The Irishman è il capitolo terminale della tetralogia sulla mafia, certo, ma è soprattutto l’ultimo possibile viaggio nel cinema di Scorsese. Il seguito di Hugo Cabret. Che era un saggio sullo stato dell’arte del 3D girato per riscoprire Méliès, puro cinema d’avanguardia industriale per conservare il ricordo di un uomo, un film del futuro per salvare il passato. Per questo nella sublime, interminabile agonia del finale di The Irishman la morte del protagonista, solo, chiuso in se stesso, non arriva. Mai. De Niro è l’ultimo legame con la storia, con il cinema. Continua, stanco, inerme, a sopravvivere. Per Scorsese è una preghiera: chiede al sacerdote di tenere la porta aperta, così che il «the end» non sia mai definitivo. Così che possiamo ancora sperare, mentre apriamo e chiudiamo finestre, di scorgere la luce flebile della storia, e del cinema, dietro quella porta socchiusa.

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