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La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

scelta da
Andrea Bellavita

In edicola: Martedì, 12 Ottobre, 2021

Ariaferma: intervista al regista Leonardo Di Costanzo, Lost Highway su Isabelle Huppert, intervista a Tsai Ming-liang e focus sul suo Days, Feuilleton #22 - la terza puntata di Distruggere tutto, guida e segnalazioni di contenuti in streaming, locandina di La pianista di Michael Haneke e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Fin de cinéma

Ora che per le sale cinematografiche (e i teatri) è di nuovo possibile ospitare il proprio pubblico nel 100% dei posti disponibili, al cinema è concesso, nuovamente, di rinascere. È quel che sospettava Antoine de Baecque in un volume da poco uscito in Francia, Le cinéma est mort, vive le cinéma! (Gallimard, € 28, 368 pagine meravigliosamente stampate, rilegate, illustrate: se c’è una cosa che è un pochino defunta, in Italia, è la saggistica cinematografica, non certo il cinematografo). Nel volume De Baecque ripercorre le molteplici volte in cui il cinema è stato dato per finito, morto, kaputt: descrive il contesto in cui fu detta realmente la frase di Louis (o Antoine?) Lumière citata da Jean-Luc Godard in Il disprezzo («il cinema è un’invenzione senza avvenire»), ricorda la cinefobia di Georges Duhamel («sostengo che il cinema significhi morte [del pensiero], la morte di questo popolo e poi di tutti i popoli»), rievoca ogni possibile cassandra (da Bazin che nel 1953 si chiede in un articolo: «Il cinema è mortale?» a Truffaut e le celeberrime cinque colonne su “Arts” intitolate Le cinéma français crève sous les fausses legendes, fino a Peter Greenaway che data la fine il 31 settembre del 1983, giorno della nascita del telecomando, e giorno che - l’ha sempre saputo - nel calendario non esiste). De Baecque ricostruisce il senso luttuoso del passaggio dal muto al sonoro (ma anche dal corto al lungo), mette in ordine i pamphlet in cui s’è dato il tristissimo annuncio (uno, di Roger Boussinot, si intitola come il suo libro), commenta la nostalgia amarissima di Serge Daney nell’abbandonare la critica cinematografica per darsi a quella televisiva, fino alla pandemia, alla chiusura delle sale, alla mappatura di chi ne aveva anticipato le immagini (Suleiman con la Parigi evacuata di Il paradiso probabilmente, o il cinema-reclusione di Frank Beauvais e Just Don’t Think I’ll Scream). Non può sapere degli acuti (e con le loro ragioni) diari dell’apocalisse che sono i Mulholland Drive del nostro Filippo Mazzarella, ma passa di continuo per Godard: perché è un libro non solo sulle morti del cinema, ma sul rapporto tra il cinema e la morte. E dunque, oltre a JLG, alle Histoires, a «gli ebrei che fanno agli arabi quel che i nazisti facevano agli ebrei» di Ici et ailleurs, ci sono Rivette e il «carrello di Kapò», Resnais, Spielberg, i film sull’Olocausto, i meccanismi della Storia rimessi in ordine negli archivi di Gianikian e Ricci Lucchi, Ujică, Farocki, James Cameron e l’inversione, in Avatar, dell’11 settembre. Il cinema, dice, ha a che fare ontologicamente con la morte. Ed è inconfutabile. Del maestro francese, uno che in Bande à part si firma come «Jean-Luc Cinéma Godard» e alla fine di Week End, tre anni dopo, mette il cartello «fin de cinéma», De Baecque fa - tra il resto - un’analisi di Les carabiniers. Un’opera che mette in scena un corpo sociale innocente (come per Pasolini lo era il sottoproletariato) con lo sguardo innocente del muto. Ora Les carabiniers è su Netflix: un film moderno, che riattiva la memoria di un cinema perduto, nel contesto perverso (o ignorante e dunque innocente?) dello streaming. Una prova intermediale della rinascita del cinema. Sulla piattaforma maggiormente diffusa, il film di Godard è in compagnia di capolavori come L’angelo del male di Renoir, Amour braque - Amore balordo di Zulawski, L’uomo ferito di Chérau, con classici dimenticati della commedia francese (da Buffet freddo di Blier a Aria di famiglia di Klapisch), con perle di cinema dell’assurdo (Dogs Man - L’uomo dei cani di Alain Jessua, La tour Montparnasse infernale di Nemes). Non è una buona novella? Io sono ottimista, oggi, voglio essere naïf. Fuori, i cinema possono ospitare tutto il pubblico che possono: sta a noi andarci. In giro, poi, ci sono film che richiedono ai critici nuovi strumenti d’analisi. Non i film di supereroi, ma cose come Titane o il prossimo America Latina dei D’Innocenzo. Cose che vogliono uno sguardo nuovo, per essere capite (e anche per essere stroncate). Lasciatemi sperare: anche oggi, probabilmente, il cinema muore domani. Le cinéma est mort, vive le cinéma!

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