Elle di Paul Verhoeven - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 12/2017

Elle


Regia di Paul Verhoeven

In francese Michèle si pronuncia nello stesso modo di Michel. Sono omofoni, maschile e femminile. Indistinguibili al suono. Così Elle, il titolo scelto da Paul Verhoeven per il suo ultimo film, specifica. È Lei. Come se la protagonista fosse la donna, ancor prima che una donna. Eppure elle, a ben sentire, è anche solo e soltanto una parte di Michèle, l’ultima del suo nome. Un diminutivo personale. E, insieme, un concetto universale. Adattando Oh... di Philippe Djian (già autore del romanzo alla base di un mito femminile come Betty Blue di Jean-Jacques Beineix), Verhoeven sceglie d’essere sintetico, brutale, ambiguo sin dal titolo. ll film si apre con i rumori di un abuso sessuale in primo piano sonoro, prima ancora che lo schermo s’accenda di immagini. Quando si esce dal buio, vediamo un gatto guardare lo stupro. Manifesto d’intenti? Proclama di sguardo bestiale e neutrale, di un cinema fuori dal compromesso sociale? Probabilmente. Il gatto, comunque sia, se n’è già andato: né a lui né a Verhoeven interessa rispondere alle nostre domande. Dopo l’abuso, l’esistenza di Michèle prosegue come sempre. È padrona di una casa produttrice di videogiochi violenti, una capa odiata e desiderata, è un’amante e un’amica traditrice, è una moglie passata, stanca di quello che fu suo marito ma comunque gelosa, è madre di un deficiente che sta per farla nonna, è una vicina gentile, glaciale e vogliosa, è figlia di una donna vecchia, rifatta e sfacciata, e di un assassino chiuso in galera. Chi era lo stupratore di nero coperto? Il giallo che per chiunque sarebbe centrale si prende il poco che può, in questa rete di rapporti stringenti. E lo stupro si stempera in questo consesso d’aggressioni quotidiane, in un teatro di risentimenti asfissianti che esaspera le famiglie esasperanti di un Arnaud Desplechin. E poi, comunque, i sospetti dello spettatore nello sciogliere lo whodunit sono costretti a confrontarsi con una questione: che Michèle, probabilmente, desideri il suo aggressore. La versione di Verhoeven dell’Huppert-film (un vero e proprio genere a sé) non cede al compiacimento morboso e al comportamentismo insensibile. Ma, su un suo pattern abituale (la figura femminile che sopravvive alle leggi morali altrui, come in Basic Instinct o Black Book), parte da una sagra farsesca di stereotipi d’oggi (dalla donna che non sente niente al broker assuefatto dal vuoto numerico e desideroso di atti violenti) e imbastisce una sarabanda che non s’accontenta d’essere banalmente satirica, ma cerca un preciso jeu de massacre. Quello per i sensi di colpa, vergogna, ridicolo, pudore dello spettatore. Carnevale aldrichiano in compiti salottini europei, Elle è un atto di sabotaggio continuo agli schemi - religiosi, morali, di genere - in cui stipiamo il reale. Ai nessi già dati tra domanda e risposta, tra una causa e i suoi possibili effetti. Non c’è nessun risvolto etico o narrativo pre-vedibile, qui dentro. È un programma sintetico, brutale e ambiguo, quello di Elle e di Verhoeven: deludere col cinema ogni preconcetto sul mondo.

I 400 colpi

AA
9
PA
9
PMB
10
AC
8
SE
10
IF
8
AF
8
MG
6
RM
8
MM
8
EM
9
FM
10
RMO
9
GAN
9
LP
7
GS
8
RS
8
FT
8
media
8.4
Elle (2016)
Titolo originale: Elle
Regia: Paul Verhoeven
Genere: Grottesco - Produzione: Francia/Germania/Belgio - Durata: 130'
Cast: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Virginie Efira, Christian Berkel, Alice Isaaz, Vimala Pons, Jonas Bloquet, Olivia Gotanègre
Distribuzione: Lucky Red
Sceneggiatura: David Birke

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I commenti dei lettori

" Visto stasera. Molto disturbante la vicenda e soprattutto la protagonista, una gelida e ambigua Huppert pienamente calata nel ruolo. Vittima e complice di un padre "mostro" (nel senso letterale del termine), del tutto anaffettiva e sempre sul filo del rasoio della patologia psichica, si destreggia come un personaggio dei suoi videogiochi tra ex marito, figlio, dipendenti, amiche, amanti senza un minimo cedimento sentimentale. La tensione appena sottotraccia attraversa l'intero film, carica di minaccia la vicenda, tratteggia senza inutili moralismi un personaggio emblematico, la donna totalmente emancipata da tutto: gli uomini, la morale comune, gli affetti familiari. Da paura. "
Ariadne45
Gio, 23/03/2017 - 21:04

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