Bohemian Rhapsody di Bryan Singer - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 48/2018

Bohemian Rhapsody


Regia di Bryan Singer

Fin dalla fanfara che accompagna il logo di 20th Century Fox, riarrangiata ad hoc da Brian May e Roger Taylor, sappiamo cos’abbiamo davanti: una celebrazione dei Queen in chiave ironica e festosa. Non un biopic attendibile sulla band, né un mélo su vita, morte e musicali miracoli del suo frontman, ma piuttosto una origin story da cinecomix: la mutazione di Farrokh Bulsara, londinese figlio di immigrati parsi, nell’immortale icona di Freddie Mercury. Un freak nato con quattro incisivi in più, che solo sul palco scatena il suo superpotere. Dietro la macchina da presa, d’altronde c’è (stato) Bryan Singer, babbo cinematografico degli X-Men: chiamato al timone in seguito al naufragio del progetto con Sacha Baron Cohen diretto da Stephen Frears, Singer è stato licenziato dalla Fox dopo essere sparito per giorni dal set. Per le ultime due settimane di riprese è subentrato Dexter Fletcher, non accreditato; resta solo di Singer, quindi, il marchio su questo Mercury mutante. Che del supereroe ha il nome spaziale, i costumi (la vestizione avviene per mano della compagna e love of his life Mary Austin), spalle pronte alla battuta sarcastica (May, Taylor e Deacon) e perfino un supercattivo, Paul Prenter, l’assistente qui dipinto come mefistofelico responsabile della caduta di Freddie nelle spire di alcol, droga e sesso occasionale. Quest’ultimo relegato sinistramente fuori campo: se Mercury stesso fu restio a rendere pubblica la sua bisessualità, il film mantiene un tono semplificatorio e moralista, che non problematizza la difficoltà dell’artista nell’affermare la propria identità (vale la pena ricordare che in Gran Bretagna l’omosessualità era reato fino al 1967), ma demonizza il sesso gay come qualcosa di oscuro e pericoloso, un sentiero che porta dritto alla diagnosi di AIDS. Producendo un paradosso irricevibile: il biopic su una delle più amate icone LGBT, il meraviglioso performer che cantava in drag I Want to Break Free, è un film castissimo (proprio come un cinecomix) e inneggiante alla famiglia. L’unione con Jim Hutton è appunto narrata come un atto di rinuncia alle “dissolutezze” di una queerness troppo esplicita: «l’amico» da presentare a mamma e papà. Solo una delle tante invenzioni del film, che illustra con spensierate licenze i momenti clou dell’ascesa della band: dal rifiuto di un discografico (lo interpreta Mike Myers, e non è mai esistito) a mandare in radio i sei minuti di Bohemian Rhapsody alle genesi romanzate di We Will Rock You e Another One Bites the Dust. Si filma la leggenda, insomma: e a incarnarla c’è la performance stupefacente di Rami Malek, effetto speciale vivente che in barba alla computer grafica riporta in vita Mercury in ogni gesto. Guidato dalla coreografa Polly Bennett, in parte supportato dal make up (c’è l’ingombrante protesi dentaria, ma niente lenti scure sulle sue iridi verdi), Malek non fa mero esercizio di mimesi, ma riesce nel miracolo di replicare l’energia del cantante, sino all’incredibile sequenza finale, che ricostruisce integralmente i 20 minuti di esibizione dei Queen al Live Aid del 1985. Un brano di cinema travolgente. In questo, Bohemian Rhapsody (già il biopic musicale di maggior successo nella storia) è davvero diverso: non c’è nulla di funereo né di polveroso nella rievocazione, pur feticista; c’è, invece, la vitalità contagiosa di un concerto dal vivo

I 400 colpi

AA
5
PA
6
IF
6
FM
7
RMO
7
media
6.2
Bohemian Rhapsody (2018)
Titolo originale: Bohemian Rhapsody
Regia: Bryan Singer
Genere: Biografico/Musicale - Produzione: Usa/Gb - Durata: 134'
Cast: Rami Malek, Ben Hardy, Gwilym Lee, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Lucy Boynton, Mike Myers, Allen Leech, Tom Hollander, Aaron McCusker
Distribuzione: 20th Century Fox
Sceneggiatura: Anthony McCarten

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