Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 19/2020

Favolacce


Regia di Fabio e Damiano D’Innocenzo

Si tramanda una leggenda, sui colli di Roma. Un giorno, anzi una sera sul tardi, Damiano e Fabio D’Innocenzo, gemelli allora pischelli, entrarono in una rosticceria (un kebabbaro, una pizzeria d’asporto: qui la tradizione orale diversifica) dove riconobbero in attesa Matteo Garrone. Decisero d’importunarlo finché il regista non diede loro retta, e ascoltò con crescente interesse una bizzarra idea per un film. Era Favolacce. Dieci anni dopo i D’Innocenzo collaboravano al copione di Dogman. 12 anni dopo Favolacce vinceva al Festival di Berlino l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura. Ed eccolo qua, il miglior film italiano dai tempi di Anime nere di Francesco Munzi (2014). Ma come si può riassumere la trama di Favolacce, racconto a brandelli polifonico e sghembo? Forse così: in una ubiqua periferia romana adulti diversamente beceri macerano invidia e rivalsa, devastano e si devastano, mentre i figli preadolescenti subiscono, meditando soluzioni estreme. Nel caso della famiglia di Elio Germano (padre, madre, un ragazzino che le prende e una ragazzina che piange) e degli amici/parenti prossimi, non siamo nella terra dell’abbastanza fatta di casermoni, degrado, strade desolate e non-luoghi in attesa di duelli al sole. Villette a schiera invece, anzi “villini”, dove il decoro è davvero sintomo della buona educazione degli oppressi, per dirla con Wolf Bukowski, ma le piscine sono finte. Senza buoni, cattivi, ricchi, poveri. A rompere l’incanto l’incedere verbale, il romanesco greve che dal color pastello di un film di Todd Solondz riporta tutti alla realtà, strappando i coatti alla loro effimera condizione piccolo borghese. D’altro canto, girato l’angolo, lo scenario cambia radicalmente. E allora troviamo un altro padre, Amelio (Gabriel Montesi, attore eccellente con alle spalle teatro sperimentale, esordio su grande schermo in un film che parla da solo: Pasolini di Abel Ferrara) cameriere che si masturba urlando contro il cielo e il cui amore per l’emaciato figliolo è perfino stucchevole. Con Amelio i D’Innocenzo prendono idealmente (e finalmente) a fucilate il mito del sottoproletario puro, alla Ninetto Davoli, per abbracciare l’inconsapevolezza dei mostri, una miseria morale casuale, non colpevole. Quello dei bambini è soprattutto sguardo, parole pochissime, resiliente modalità di messa a fuoco sul mondo (straordinaria fotografia di Paolo Carnera, DOP storico di Edoardo Winspeare e Stefano Sollima) fino, appunto, alla scelta estrema. Favolacce sfiora una certa marginale tendenza della commedia all’italiana (soprattutto I mostri di Dino Risi e compagnia scrivente), incontra Sergio Citti (Casotto, Mortacci) e s’impone nel recente filone fiabesco/fantastico senza il misticismo francescano di Lazzaro felice, o mariano di Il vizio della speranza, ma senza neanche l’afflato fantasy dell’ultimo Garrone, loro mentore. Qualcosa di nuovo sotto il sole, d’una crudezza inedita scevra d’ogni cinismo, lo splendore del vero di questo nostro tempo dell’antropologia precaria.

I 400 colpi

PA
8
PMB
7
CBO
8
MC
6
MSC
8
ADG
8
FDM
7
SE
4
IF
8
MG
8
RM
7
MM
9
RMO
8
GAN
8
LP
8
ES
7
GS
7
RS
6
FT
7
media
7.3
Favolacce (2020)
Titolo originale: -
Regia: Fabio e Damiano D’Innocenzo
Genere: Grottesco - Produzione: Italia/Svizzera - Durata: 98'
Cast: Elio Germano, Gabriel Montesi, Barbara Chichiarelli, Max Malatesta, Ileana D'Ambra, Lino Musella, Massimiliano Tortora, Barbara Ronchi, Sara Bertelà, Justin Korovkin
Sceneggiatura: Fabio e Damiano D’Innocenzo

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