First Cow di Kelly Reichardt - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 27/2021

First Cow


Regia di Kelly Reichardt

Nell’Oregon di metà Ottocento ci sono un orfano nato nel Maryland, un ex marinaio cinese e una mucca mezza bretone. First Cow è il loro buddy movie, interraziale e antispecista. Lo testimonia l’aforisma con cui si apre il film: «L’uccello ha il nido, il ragno la tela, l’uomo l’amicizia». È uno dei più bei Proverbi dell’inferno di William Blake. Uno che viveva fuori dal suo tempo, che si esprimeva in versi liberi, che trovava nella natura, docile o crudele che fosse, tracce di un disegno divino alternativo a quello predicato dai preti e dai moralisti. Un eretico gentile, autenticamente naïf, immune a ogni catechesi, fermamente convinto che l’inferno, più che il regno delle fiamme e del castigo, fosse un laboratorio di forze primordiali e incorrotte. Una brodaglia ribollente e in costante divenire, non troppo diversa dall’America di First Cow (che infatti, nel prologo della vicenda, vediamo letteralmente riemergere dalle viscere della Terra): un magma modellabile come plastilina, un calderone dove «tutto è nuovo», se lo si sa guardare con gli occhi giusti. È qui il centro simbolico del cinema di Kelly Reichardt. E infatti i suoi film - che parlino direttamente dei luoghi e dei tempi dei pionieri, come questo lavoro o Meek’s Cutoff, o che ne ripercorrano idealmente le tracce, come Wendy and Lucy - trovano la loro dimensione più compiuta quando raccontano, ancor prima dell’epopea roboante della nascita della nazione, della sua lunga e tumultuosa gestazione: la fase limbale in cui mille altre Americhe, più libere e più felici, erano ancora possibili; l’età dell’innocenza in cui un mondo in fasce sembrava potersi modellare sui sogni di chi lo abitava; l’epoca mitica in cui gli Stati Uniti per come li conosciamo oggi non erano che una (la peggiore?) tra le tante piste potenzialmente tracciabili, una delle traiettorie possibili in una terra vergine ancora tutta da scoprire, cartografare, addomesticare, imparare a chiamare “casa”. In First Cow, la riscrittura del mito della Frontiera si muove almeno in due direzioni: nella pars destruens, individuando il peccato originale del Sogno americano (nemmeno nella terra delle opportunità, checché se ne dica, è dato partire dal nulla: i due vagabondi, che sognano di aprire un hotel a San Francisco, cominciano vendendo frittelle, ma per prepararle sono costretti a rubare il latte); nella pars construens, avanzando con candore disarmante l’ipotesi di un paese fondato sulla solidarietà anziché sulla prevaricazione, sulla social catena - indifferente alle differenze e al colore della pelle - anziché sulla violenza. Anche il metodo, a ben guardare, non è dissimile da quello di William Blake: quella di Reichardt, dopotutto, è anch’essa una “prosa poetica”, animata da uno sguardo di compassione e meraviglia per tutto ciò che cresce e respira. Perché prendersi la briga di filmare il sottobosco? Perché perder tempo a raccontare, senza ombra di impazienza, i tempi lunghi della natura? Perché tra i funghi e le lucertole, per Kelly Reichardt, abbiamo smarrito la parte migliore di noi.

I 400 colpi

AA
8
PMB
9
CBO
8
MC
9
MSC
8
AC
8
ADG
8
SE
7
IF
8
MG
7
RM
8
MM
7
FM
7
RMO
7
GAN
7
LP
8
ES
9
GS
7
RS
9
FT
6
media
7.8
First Cow (2020)
Titolo originale: First Cow
Regia: Kelly Reichardt
Genere: Drammatico - Produzione: Usa - Durata: 122'
Cast: John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, Ewen Bremner, Scott Shepherd, Gary Farmer, Lily Gladstone
Sceneggiatura: Jonathan Raymond, Kelly Reichardt

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