Hammamet di Gianni Amelio - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 02/2020

Hammamet


Regia di Gianni Amelio

Un bambino con una fionda lancia un sasso e rompe il quadrato di una vetrata; la macchina da presa vola attraverso quel buco e siamo nel capannone nel quale si celebra il 45° congresso del PSI: il trionfo del Presidente, che parla dal palco e dal grande schermo triangolare e che incede circondato dai suoi, distratto solo per un momento da Vincenzo, un collaboratore che lo avverte delle minacce incombenti. L’azione sfuma su un paio di gambe maschili che attraversano una casa: sono passati dieci anni, il Presidente vive in una villa a Hammamet, con la moglie, la figlia Anita e il nipotino. Esule o latitante, un leone in gabbia che non dimentica e che è ancora (come dice un politico in visita) «superbo, arrogante, cafone: tutto quello che non dev’essere un politico». A ricordare lo aiuta anche l’intrusione di Fausto, il figlio di Vincenzo (morto, forse suicida, cadendo dal balcone), che lo provoca, lo spinge a parlare, lo riprende. Quasi un figlio e un padre che si fronteggiano, scavando nei rispettivi ruoli, nelle colpe e nel non detto. Hammamet, il nuovo film, stratificatissimo, di Gianni Amelio, è prima di tutto questo: la storia di generazioni a confronto, con figlie vestali nervose e votate alla causa, figli veri o “putativi” che reagiscono con malinconia o con rabbia, nipotini ai quali tramandare l’ideale di “Garibaldi fu ferito....”; ma anche di generazioni politiche tra le quali non può esserci dialogo e forse nemmeno confronto. Perché tra la caduta del Presidente e della Prima repubblica e l’attuale, Terza repubblica, ci sono stati vent’anni berlusconiani, riassunti in un pezzetto di sogno, con due comici in un cabaret volgare (quasi un ricordo della disperazione felliniana in La voce della luna). Film politico, certo, ma non biografia di un politico; piuttosto un rendiconto degli ultimi sei mesi di vita di un potente percipitato nella polvere, ma soprattutto di tutti gli appuntamenti mancati con il futuro, con i figli e i nipoti, non solo da Bettino Craxi (che rivive, oltre che nel trucco, nella voce, nelle mani, negli occhi di Pierfrancesco Favino), ma da tutta la politica successiva, probabilmente da tutto un paese dove il “popolo” si è trasformato in “gente”. Hammamet è un film molto triste, perché ci parla, in controluce, di oggi; e ci pone, oggi, le stesse angosciose domande di quarant’anni fa. Il ragazzino con la fionda e il quadrato di vetro rotto ritornano verso il finale. E quel vetro ricorda il tassello infranto di una parete di vetrocemento attraverso il quale Emilio, il protagonista di Colpire al cuore, spiava il padre e la giovane connivente terrorista dopo averli denunciati. Emilio cercava la verità dal buco della serratura, lo rimproverava il padre. Ma la verità, dei gesti politici di quegli anni come dei rapporti umani, era inafferrabile, sospesa tra abbracci mancati e idee deviate. Sembra di essere tornati là, a quello straziante punto interrogativo, alle responsabilità disattese davanti alle quali ancora una volta ci mette di fronte l’autore.  

I 400 colpi

AA
6
PA
7
PMB
6
SE
7
AF
5
MG
8
RM
7
MM
7
EM
9
FM
7
RMO
7
EMO
6
GAN
9
LP
8
GS
8
FT
9
media
7.3
Hammamet (2020)
Titolo originale: -
Regia: Gianni Amelio
Genere: Biografico - Produzione: Italia - Durata: 126'
Cast: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Renato Carpentieri, Claudia Gerini Silvia Cohen, Omero Antonutti
Distribuzione: 01 Distribution
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio

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La gabbia dorata» Servizi (n° 01/2020)

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