Hannah di Andrea Pallaoro - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 07/2018

Hannah


Regia di Andrea Pallaoro

Un grido acuto. Continuo, respingente. È Hannah, durante un laboratorio teatrale. Uno sfogo liberatorio, per esprimersi al di là del linguaggio. Col personaggio di Hannah, Charlotte Rampling deve fare lo stesso. Perché Hannah non parla, non spiega, non si confida. Hannah non racconta. Deve nascondere, anche a se stessa, quello che sente. Per vergogna. Per colpa. Perché è traumatico rivoluzionare - dopo tutti quegli anni, a un passo dalla fine - l’idea su ciò che t’ha tenuto in vita, quel che pensi della persona che ti sta accanto, a cui hai creduto ogni giorno. Perché è meglio fingere di non vedere. Niente da dire. E dunque recitare. Così Hannah accompagna in carcere il marito (André Wilms), condannato per un delitto indicibile (e dunque non detto), e continua a fare le cose d’ogni giorno. E così il viso di Rampling è quello che deve essere, composto ed elegante sulla scena sociale, al contatto con l’intorno, eppure in grado di comunicare allo spettatore, con un minuscolo esitare, con il rabbuiarsi di un secondo, la fatica interiore che la strema, l’agonia del dubbio che la uccide dentro, il rovello che ammutolisce cercando di non far trapelare niente, cercando di non provare nulla. Andrea Pallaoro, già autore del bellissimo Medeas, sa che il cinema non è sulla lucente superficie dell’immagine, ma è solo nel lavorio dello spettatore. Questione di estetica, non mera cosmetica. Così chiude lo sguardo intorno a Hannah, e fa sì che lo spettatore scopra le cose con lei. Lo pone vicinissimo, ma comunque un passo indietro: perché Hannah sa un numero maggiore di cose di chi guarda, esiste da un possibile sempre, comunque da prima. E perché il viso di Hannah dice e non dice, cerca di annullare quel che prova, recita. Ed è proprio lì, in quel passo indietro, la meravigliosa fatica dello spettatore, il thrilling del film, il senso di questo cinema: nello spazio e nel tempo che Pallaoro crea per lo spettatore. Nel chiedersi cosa Hannah stia provando, nel cercare sul viso opaco e sofferto di Rampling un segno per capirla, nell’interrogare la sua postura, il suo movimento, come fosse una guida, nel finire per guardare ogni cosa come simbolo, perché non ci sono parole, o didascalie. Nel non poter che ridurre tutto a lei, come se lo sfogo di una donna in metropolitana fosse il suo teatro interiore, come se una balena spiaggiata non potesse che un’allegoria, guardata da tutti, annichilita dallo stigma, uccisa dalla colpa, come se ogni oggetto fosse una metafora. La qualità di Hannah è tutta nel paesaggio psicologico, in tensione, dello spettatore: nell’arrancare nel suo ruolo, nel dover decrittare i segni, nell’orientarsi tra realismo e immagine onirica, nello slancio con cui è chiamato a condividere un momento emotivo del personaggio, a preoccuparsi per esso, a pensarsi in sua vece. Il cinema è tutto lì, in questo luogo fatto per noi, ritagliato in un’opera che parte dalla cronaca nera e dal film per signora per ripensare Antonioni, Tsai Ming-Liang, Alonso, scolpendo le attese, le pretese di chi guarda, come fossero pietra. Arte finemente e fieramente manipolatoria, cinema che si muove solo perché si lascia riempire dall’occhio che guarda. È un film da difendere. È un autore da preservare.

I 400 colpi

AA
5
PA
6
PMB
4
MC
6
SE
5
IF
7
RM
6
MM
7
RMO
5
LP
8
GS
8
RS
5
Hannah (2017)
Titolo originale: -
Regia: Andrea Pallaoro
Genere: Drammatico - Produzione: Italia/Belgio/Francia - Durata: 95'
Cast: Charlotte Rampling, André Wilms, Stéphanie Van Vyve, Simon Bisschop, JeanMichel Balthazar, Fatou Traoré

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