Happy End di Michael Haneke - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 48/2017

Happy End


Regia di Michael Haneke

La locandina originale coincide con lo schermo di un cellulare, rivolto verso il mare di Calais: uno schermo che inquadra, pronto a riprendere. Happy End si apre su riprese di un cellulare rubate da uno sguardo nascosto (Niente da nascondere...), immagini di un focolare domestico borghese, registrate e commentate in diretta, testo su schermo, tramite il social giovanissimo Snapchat. La madre, alla toilette, è l’oggetto dello sguardo. Il testo della figlia anticipa ogni gesto della genitrice. «Sputare. Gargarismi. Sputare. Sciacquare. Asciugamano. Capelli. Riporre la spazzola. Spalmare la crema. Controllare. Pisciare. Tirare l’acqua. E via. La luce si spegne». Tutto previsto. Inerte, inerme. Anaffettivo. Déjà vu. Poi Eve, 13 anni, riprende un roditore in gabbia che muore per la dieta di farmaci a cui lei l’ha carinamente sottoposto. Funny Games? Ora tocca a mammà! Come sempre, nelle prime scene, c’è già tutto il film. Eve (nomen omen, la prima nuova donna di famiglia, quella 2.0) è solo la minore della stirpe dei Laurent: c’è Georges, il patriarca al principio di un «rincoglionimento» senile, che vorrebbe solo morire ma nessuno aiuta lui come lui aiutò la moglie (vedi alla voce Amour); c’è Thomas, figlio di Georges e padre di Eve, medico e fedifrago via sexting ; c’è Anne, sorella di Thomas, madre e imprenditrice edile, che deve confrontarsi con gli effetti legali del crollo di un cantiere; c’è Pierre, figlio di Anne, che quel cantiere lo gestisce, e che fatica a gestire le proprie colpe di classe. Tutto pre-visto. Non è questione d’essere coerente, di riproporre temi e figure. È che Happy End è proprio un bignami ricercato del cinema di Haneke, il «rincoglionimento» senile ma lucido, il remix sclerotico e superficiale di una poetica, un ricorrente déjà vu a frammenti, autorialismo a vignette, stessi attori, stessi personaggi, stesso cinema di sempre. La forma giusta, probabilmente, per mettere in scena una classe sociale, la bianca borghesia francese, che punta solo a ripetersi e perpetuarsi, che non può che essere il ricalco carnescialesco di se stessa, che no, non vuole morire, e quindi cerca di rimandare la morte, di sopravvivere in una tragicomica agonia. Per questo il film non può sfociare da nessuna parte: non può essere né tragedia né commedia, deve stare in stantio e grottesco equilibrio. Nonno e nipoti sono eccessi distruttivi e autodistruttivi per i medi Anne e Laurent, sono gli estremi, il bisogno di fine, lo sguardo alla toilette, sono il crollo del cantiere, angeli sterminatori da pacificare (l’apice del film è il mortifero dialogo tra Eve e Georges), elementi degenerati che mettono alla prova l’ipocrita equilibrio dei medi, il senso della vergogna (la scena del ballo ubriaco di Pierre sulle note di Sia) e quello di colpa (l’invito ai migranti al pranzo di gala per il fidanzamento di Anne). Una soap opera putrescente e imbellettata, che non riesce a suicidarsi, e di certo non lo fa sul mare di Calais, dove muoiono i migranti, quell’osceno che si tollera solo per dimenticarlo, come da ipocrita copione. Da filmare e rifilmare. Nessuna emozione, nessuna fine: Happy End per sempre.

I 400 colpi

AA
6
PA
5
PMB
7
FDM
7
SE
4
IF
4
RM
8
MM
7
EM
7
FM
5
RMO
8
LP
5
GS
7
RS
7
FT
7
media
6.3
Happy End (2017)
Titolo originale: Happy End
Regia: Michael Haneke
Genere: Drammatico - Produzione: Francia/Austria/Germania - Durata: 107'
Cast: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones, Loubna Abidar, Dominique Besnehard, Nabiha Akkari
Distribuzione: Cinema
Sceneggiatura: Michael Haneke

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