Il Paradiso probabilmente di Elia Suleiman - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 49/2019

Il Paradiso probabilmente


Regia di Elia Suleiman

L’andamento è circolare. Comincia e finisce (con una parodia danzante di Kechiche) nella nativa Nazareth, dopo aver fatto il giro del mondo. Nella casa di Elia Suleiman, 59 anni, al quarto lungo, fa capolino l’inquietudine. E il dolore per la perdita della “madre” (quella carrozzella ormai vuota era ancora “viva” in Il tempo che ci rimane, del 2009), della fede religiosa (il rito pasquale ortodosso sabotato) e della “madre patria”. La “disfatta”, la nakba, è presentata in sineddoche, perché il pubblico indovini il tutto di cui non si dà che una parte. «Un grande pianista» diceva Bresson «non applica l’emozione sui tasti. L’aspetta». Il vicino di casa, prepotente ma dal pollice verde, che gli entra in giardino e fa fiorire tutto, chi vi ricorda? L’israeliano, forse, che si insinua con la forza e la scienza dove non dovrebbe? E quei bruti a caccia perenne di nemici da bastonare? Forse Hamas? E l’amico in preda alla follia? «Voi palestinesi siete gli unici che bevono per ricordare, invece che per dimenticare», si dice. Suleiman lavora in sottrazione, in economia. Pochi movimenti di macchina. Le icone del cinema di poesia, ridotte perché non ama separare gli occhi dal corpo, e il direttore tunisino della fotografia Sofian El Fani (collaboratore di Kechiche e Sissako) utilizza pochi obiettivi, per non sembrare sempre pronto a cambiare occhiali. Poi ci si trasferisce a Parigi e a New York, dove Suleiman ha studiato cinema e ha trovato finora sponde produttive amiche. Ed ecco - in una capitale francese svuotata dalla festa del 14 luglio, a parte carri armati, poliziotti e modelle che diventano l’ossessione sessuale dell’arabo frustrato - il boss di Wild Bunch, Vincent Maraval, far la satira dei colleghi “orientalisti” che rifiutano di finanziare il film di Suleiman (quello che vediamo, e che in realtà ha coprodotto) perché solo i francesi «sanno come si fa un film davvero palestinese». A New York, dove tutti girano armati, e in dogana vien voglia di imitare più Jerry Lewis che Jacques Tati, il tassista nero e islamico Kwasi Songui sgrana gli occhi perché non ha mai visto un palestinese in carne e ossa e lo pregusta secondo lo stereotipo dei media, rovesciato nell’adorazione del combattente irriducibile. Mentre Gael García Bernal porta Suleiman da un altro produttore, il tipo “marines”, che per un kolossal sui conquistadores spagnoli non ha dubbi e farà parlare tutti in anglo-americano. Premiato a Cannes 2019 con la Menzione speciale e il FIPRESCI, Il paradiso probabilmente rovescia nel titolo italiano, ma non nella sostanza, l’assunto bressoniano. Il diavolo probabilmente è «il padrone di questo mondo», se diamo retta a San Paolo. “Diabolocentrica”, per un artista palestinese (di famiglia cristiana ortodossa) come Suleiman, è questa realtà da combattere e smontare poeticamente, visto che gli si nega perfino l’identità di esule, non avendo neppure patria da cui distaccarsi. L’Academy nel 2002 respinse la candidatura agli Oscar di Intervento divino perché «la Palestina non è uno stato sovrano». Forse anche questa volta Suleiman sbatterà contro un Muro. Reagendo muto e senza un sorriso, come Buster Keaton.  

I 400 colpi

AA
6
PA
8
PMB
5
MC
10
SE
9
IF
8
MG
5
RM
7
MM
8
FM
7
RMO
7
GAN
9
LP
7
GS
10
RS
10
media
7.7
Il Paradiso probabilmente (2019)
Titolo originale: It Must Be Heaven
Regia: Elia Suleiman
Genere: Comico - Produzione: Francia/Qatar/ Germania/Canada/Turchia/Palestina - Durata: 97'
Cast: Elia Suleiman, Gael García Bernal, Vincent Maraval, Ali Suliman, Gregoire Colin, Holden Wong, Robert Higden, Sebastien Beaulac, François Girard
Distribuzione: Academy Two
Sceneggiatura: Elia Suleiman

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