Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 40/2020

Il processo ai Chicago 7


Regia di Aaron Sorkin

«I pigs ricevettero l’ordine di cacciarci e, mentre le luci abbaglianti delle tv trasformavano la strada buia in una Broadway mondiale, i poliziotti spararono gas, bastonarono giornalisti, spinsero vecchie signore dentro le vetrine dei negozi, schiacciarono facce e cercarono di distruggerci. Gli yippies costruirono barricate, appiccarono fuoco, rovesciarono camion e dettero il via al saccheggio». I disordini scoppiarono alla fine di agosto del 1968, quando in più di 15 mila dimostrarono contro Lyndon Johnson e la Guerra del Vietnam, a Chicago, durante la convention democratica per nominare il candidato alle presidenziali. Parole di uno che c’era: Jerry Rubin (nel libro Fallo!, Mimesis), uno degli esponenti della controcultura accusati di cospirazione e incitamento alla rivolta e processati nel 1969, sotto la presidenza Nixon. Gli altri erano Abbie Hoffman, Tom Hayden, David Dellinger, Rennie Davis, John Froines, Lee Weiner. Più l’ottavo, Bobby Seale, co-fondatore dei Black Panther, che era rimasto in città poche ore, aveva un avvocato diverso e, per le sue proteste, fu legato e imbavagliato in aula e, infine, disgiunto dal processo. Le vite nere, allora come ora, contavano poco e servivano soprattutto per spaventare una giuria di bianchi ultraconservatori. Aaron Sorkin, dopo un rapido montaggio di news a tempo di rock (il sorteggio della data di nascita per spedire i giovani in Vietnam, l’assassinio di Martin Luther King e quello di Bobby Kennedy), racconta questo processo, iniziato il 26 settembre 1969 e durato più di sei mesi, come una farsa condotta da un giudice più che parziale (ritratto dal grande Frank Langella come uno stizzoso bastardo), il cui verdetto di colpevolezza fu ribaltato nel 1972 dalla Corte d’appello. «Ci sono i processi civili e i processi penali, non esiste una cosa come un processo politico», dice all’inizio l’avvocato dei sette, William Kunstler (Mark Rylance), la cui apparenza mite contrasta con la lingua acuminata e combattiva. Fu, invece, un processo politico, contro “l’aria del tempo” e i suoi rappresentanti più visibili, contro l’America radicale, ma anche contro quella liberal e i suoi diritti civili. Film di parola, com’è nelle corde di Sorkin, uno scrittore maledettamente bravo che riesce a creare tensione attraverso battute secche, sguardi taglienti e rapidi flashback. Ma anche un film di esplicita e ragionata passione politica, che emerge dagli scambi di opinioni tra Hayden il moderato, Dellinger il pacifista e Hoffman il radicale (Eddie Redmayne, John Carroll Lynch e Sasha Baron Cohen, forse il migliore in un cast eccezionale) e dal loro comune sbattere contro il muro eretto da un potere spudorato. Il potere parla, non ascolta e va avanti impunito. Troppo lucido per essere solo un film sul passato, Il processo ai Chicago 7, e troppo scevro da effetti nostalgia. La parola, presa e troncata, riafferrata con un gran coup de théâtre finale, va assorbita e meditata. Sperando che al pubblico americano non basti un faccione da Grande fratello sbraitante dalla tv per affossare ancora e ancora la democrazia.

I 400 colpi

PA
8
AB
7
PMB
6
AC
7
ADG
7
FDM
7
SE
6
IF
7
AF
6
MG
6
RM
7
EM
7
FM
6
RMO
7
GAN
7
GS
7
media
6.8
Il processo ai Chicago 7 (2020)
Titolo originale: The Trial of the Chicago 7
Regia: Aaron Sorkin
Genere: Biografico - Produzione: Usa/Gb/India - Durata: 129'
Cast: Mark Rylance, Eddie Redmayne, Alex Sharp, Sacha Baron Cohen, Frank Langella, John Carroll Lynch, Jeremy Strong, Yahya Abdul-Mateen II, Joseph Gordon-Levitt, Ben Shenkman, J.C. MacKenzie
Distribuzione: Netflix/Lucky Red
Sceneggiatura: Aaron Sorkin

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