Il re di Staten Island di Judd Apatow - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 30/2020

Il re di Staten Island


Regia di Judd Apatow

A sette anni Scott ha perso il padre, vigile del fuoco. A 24 non ha elaborato il trauma e vive ancora con la madre, ciondolando con gli amici fra tatuaggi, joint e un insoddisfacente sesso occasionale. Nel 1991, di fronte all’ennesima accusa del giornalista di “NME” sul fatto di farci senza esserci, Richey Edwards dei Manic Street Preachers prese una lametta e incise davanti al reporter due parole sul proprio braccio: «4 REAL». 18 punti di sutura e quattro anni più tardi, Richey è misteriosamente scomparso senza lasciare traccia di sé. Pete Davidson, che del proprio corpo ha fatto un’eclatante lavagna, tatuandosi di tutto, è invece ancora tra noi. Anzi, a giudicare dalle pagine di gossip che lo hanno reso noto anche al pubblico italiano, transita come una celebrità da tabloid qualsiasi dalla compagnia di Ariana Grande a quella di Kate Beckinsale. Ma la sua autobiografia romanzata ci racconta altro, a partire da una disperata - per non dire tragica - smania di autenticità e di empatia. Benché costruito su alcuni dettagli della propria vita, rielaborati con l’aiuto terapeutico di Judd Apatow, Il re di Staten Island non è solo né strettamente l’autobiografia dell’enfant prodige del Saturday Night Live, arrivato giovanissimo a calcare il palcoscenico più ambito dagli stand-up comedian di tutto il mondo. È la trasposizione di un’esistenza che non è mai stata qualsiasi in un racconto di formazione che sa già di andare incontro a un fallimento. La storia di un millennial di periferia, rimasto orfano in seguito a un atto di eroismo, consumatosi l’11 settembre 2001: l’ultimo certificato unanime di autenticità di questa epoca senza storia. Con un’intelligente ellissi, Apatow evita di chiarire se l’incidente occorso al padre di Scott sia lo stesso capitato a quello di Pete. Il confronto invisibile con l’altra parabola generazionale su New York ex post, La 25ª ora, ne ribalta quindi senso e prospettiva. Spike Lee fermava la macchina da presa su quello che non c’era (più), obbligando a trattenere il fiato; Apatow tiene il Ground Zero fuori campo, mentre il suo eroe, in uno dei finali più belli visti di recente, guarda il cielo, in mancanza di altri punti di riferimento che gli permettano di orientarsi. Perché forse è proprio questo il salto quantico occorso negli ultimi 18 anni in quella che è la nostra percezione della realtà e della storia. Il deserto del reale, che nel 2002 ancora poteva contare su vestigia architettoniche evidenti, nel 2020 è diventato uno sguardo carico di speranza, che cerca di portare a termine una classica parabola formativa hollywoodiana senza trovare reali appigli simbolici. Dall’11 settembre l’immagine è «entrata nella nostra realtà e l’ha sconvolta», ci diceva Žižek: ora cosa resta? Forse Apatow e Davidson questo intendono suggerirci: che la via dell’eroe oggi segue percorsi incerti e imprevedibili, in cui la questione riguarda più la semplicità e la purezza di cuore che il coraggio. Chissà se anche Richey Edwards la pensa così, chissà cosa penserebbe di Il re di Staten Island.

I 400 colpi

PMB
9
MSC
7
ADG
6
IF
7
AF
7
RM
8
FM
5
RMO
7
GAN
9
ES
9
GS
7
media
7.4
Il re di Staten Island (2020)
Titolo originale: The King of Staten Island
Regia: Judd Apatow
Genere: Commedia drammatica - Produzione: Usa - Durata: 136'
Cast: Pete Davidson, Marisa Tomei, Maude Apatow, Bel Powley, Bill Burr
Distribuzione: Universal Pictures
Sceneggiatura: udd Apatow, Pete Davidson, Dave Sirus

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