L'albero dei frutti selvatici di Nuri Bilge Ceylan - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 40/2018

L'albero dei frutti selvatici


Regia di Nuri Bilge Ceylan

Un tempo Nuri Bilge Ceylan l’avremmo chiamato “maestro”, o forse anche solo “autore”, ma con un senso di solenne riverenza. Oggi tendiamo a considerare con sospetto entrambe le definizioni, con il pensiero rivolto più al cinema e ai suoi meccanismi che non al pensiero da cui prende vita. Di fronte però a L’albero dei frutti selvatici è difficile non riprendere categorie sorpassate eppure necessarie a decifrare un metodo fondato sulla pura soggettività del suo creatore. Quello di Ceylan resta un cinema personale fatto di riflessioni e contrasti (fra uomini e donne, uomo e natura, passato e presente), con lunghe scene di dialoghi cariche di un senso misterioso o da attendere come un’epifania. Da C’era una volta in Anatolia in poi, i suoi film sono diventati meno ermetici e più aderenti alla realtà ostica dei loro personaggi e della Turchia moderna. Ceylan non si affida più, come in Il piacere e l’amore e Le tre scimmie, al potere divinatorio delle immagini, al loro senso unico e interpretabile; piuttosto, grazie anche all’insostituibile aiuto della moglie Ebru, scrive i suoi film a partire dalle contraddizioni e dalle incomprensioni di cui è piena la vita, a costo di prolungarne la durata e aumentarne la densità. È un modernista, un regista che richiede paragoni con i grandi del passato, con Antonioni, Beckett, Cechov, Dostoevskij, e conoscenze approfondite della cultura turca; le sue opere - soprattutto Il regno d’inverno - Winter Sleep e quest’ultima - sono universali, sintesi di conflitti interiori e relazioni esterne, quadri personali, familiari, sociali. In L’albero dei frutti selvatici torna la parte occidentale della Turchia delle sue origini e già sfondo di Nuvole di maggio, film da cui è ripreso il tema della creazione artistica; a Uzak rimanda invece il rapporto fra giovinezza ed età adulta, declinato nello scontro tra il protagonista Sinan, aspirante scrittore da poco laureato e tornato nella città natale di Çanakkale, e il padre maestro di scuola e giocatore d’azzardo disprezzato da tutti. Niente silenzi, però, e nemmeno inquadrature sospese o incroci tra cinema e realtà. L’albero dei frutti selvatici è costruito come un mosaico, un quadratino, come diceva Joyce di Finnegans Wake, pezzo su pezzo, dialogo dopo dialogo, con il sogno che confonde la vita e l’incertezza del protagonista sulla direzione da dare alla proprio destino che genera l’episodicità del racconto. «Ho sempre pensato che quell’albero fosse come me, come te, come il nonno» dice Sinan al padre, di fronte alla pianta dei frutti selvatici: è lei, come nella poesia di Yunus Emre citata, a celare l’impenetrabile segreto dell’esistenza. È lei a farsi protagonista della scena più bella di un film stranamente - ma inevitabilmente, vista la contraddizione delle forze in campo - sospeso fra estrema cura e varietà stilistica. Nel corso delle tre ore del film, l’albero è il solo elemento fermo, unico; tutto il resto, anche il destino di Sinan, è vario, molteplice, talvolta fallimentare. Come la vita, come il cinema.

I 400 colpi

PA
7
SE
6
MG
5
RM
9
MM
9
EM
7
FM
8
RMO
7
EMO
8
LP
9
GS
9
RS
6
media
7.5
L'albero dei frutti selvatici (2018)
Titolo originale: Ahlat Agaci
Regia: Nuri Bilge Ceylan
Genere: Drammatico - Produzione: Francia/Germania/Svezia/Bulgaria/Macedonia/Turchia/Bosnia-Erzegovina - Durata: 188'
Cast: Serkan Keskin, Dogu Demirkol, Hazar Ergüçlü, Ahmet Rifat Sungar, Murat Cemcir
Distribuzione: Parthénos
Sceneggiatura: Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan, Akin Aksu

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