L'isola dei cani di Wes Anderson - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 17/2018

L'isola dei cani


Regia di Wes Anderson

«L’arcipelago giapponese, tra vent’anni»: Wes Anderson è arrivato nel futuro. Ed è sbarcato in Giappone. Il suo cinema, da Moonrise Kingdom in poi, sta riconquistando lo spazio e il tempo, coordinate negate alle sue prime opere: più la sua messa in scena si fa stilizzata, più, con sapido paradosso, i personaggi fanno i conti con la realtà. Anzi; combattono per cambiarla. La lotta di classe in plastilina di Fantastic Mr. Fox è elevata a potenza in questo suo secondo film in stop motion, dove un sindaco tiranno bandisce i cani dalla metropoli di Megasaki: il pretesto è un’epidemia, il risultato è un’isola-discarica dove i quadrupedi sono confinati e dove la tavolozza di Anderson si asciuga nei toni sabbiosi e plumbei di un’apocalisse in miniatura. La rivolta parte dagli ultimi, dai senza famiglia: come Sam in Moonrise Kingdom, come Zero in Grand Budapest Hotel, qui sono un randagio e un orfanello a rifiutare l’autorità e a mettere in scacco la dittatura. E lo fanno col potere delle parole, del linguaggio che produce senso: in questo Giappone, che in controluce mostra il profilo dell’America di Trump, l’intelligenza e la ricerca sono bandite in favore della violenza degli slogan, e il mite scienziato che scopre un antidoto all’influenza canina è messo a tacere, come in una distopia no vax. La sua compagna Yoko Ono (di nome e di fatto: sua la voce del personaggio) è coinvolta nella ribellione, e pare di sentire l’inno all’inclusione Imagine applicato a uomini & bestie (anche se stavolta di pop rock britannico non c’è traccia: solo un pezzo dai Sixties si insinua nella colonna sonora tambureggiante di Alexandre Desplat, la bellissima I Won’t Hurt You dei californiani West Coast Pop Art Experimental Band). Non sarà una canzone, ma un haiku a cambiare il mondo, perché le parole sono importanti, e questo i personaggi di Anderson lo sanno benissimo: sono drammaturghi, grafomani, giornalisti, autori di romanzi e di racconti, e L’isola dei cani, col suo tripudio di didascalie, cartelli, sottopancia e ideogrammi, è l’apice del cinema “tipografico” del regista. Mai come in questo film la questione del linguaggio è rilevante: solo i cagnolini (e una studentessa americana ospite a Megasaki) parlano inglese, mentre i personaggi giapponesi si esprimono unicamente nella loro lingua madre, senza sottotitoli. A fungere da mediatori intervengono interpreti, traduttori automatici e altri mezzi diegetici, che preservano l’autenticità di questo Giappone di plastilina e cotone, iperdettagliato, tanto fittizio quanto accurato: dei testi in lungua natia si è occupato il coautore del soggetto Kunichi Nomura, costellandoli di riferimenti alla tv e alla cultura pop comprensibili quasi esclusivamente a un pubblico giapponese. Ma il continuo slittamento linguistico è anche il modo di Anderson di confessare la sua eterna natura di turista (di giapponese non sa una parola), di privilegiato visitatore del mondo, e di omaggiare quella cultura e quella lingua dichiarando l’impossibilità di appropriarsene: «La traduzione è sacra», si tatuava addosso un personaggio di Okja, col quale L’isola dei cani ha più di un’assonanza (a partire dal piccolo protagonista che tenta di salvare la sua bestiola da una sorta di campo di concentramento animale). La traduzione è una questione di rispetto: la rivoluzione, nel film più politico di Anderson, parte da qui.

I 400 colpi

PA
8
PMB
7
MC
10
FDM
8
SE
8
IF
8
AF
8
RM
8
MM
8
EM
8
FM
5
RMO
8
GAN
8
LP
9
GS
8
RS
8
media
7.9
L'isola dei cani (2018)
Titolo originale: Isle of Dogs
Regia: Wes Anderson
Genere: Animazione - Produzione: Usa/Germania - Durata: 90'
Voci: Scarlett Johansson, Greta Gerwig, Frances McDormand, Bryan Cranston, Tilda Swinton, Edward Norton, Liev Schreiber, Bill Murray, Jeff Goldblum, Kara Hayward
Distribuzione: 20th Century Fox
Sceneggiatura: Wes Anderson
Musiche: Alexandre Desplat
Montaggio: Edward Bursch, Ralph Foster
Fotografia: Tristan Oliver

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