La mia vita con John F. Donovan di Xavier Dolan - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 26/2019

La mia vita con John F. Donovan


Regia di Xavier Dolan

Quando comincia la corrispondenza epistolare con un giovane interprete in ascesa (Harington), l’attore bambino Rupert Turner (Tremblay) ha cinque anni. Intorno a quell’età, Xavier Dolan inviava missive all’adorato DiCaprio. Quando muore per overdose, il giovane interprete ormai in declino ne ha 29. Come Dolan nel periodo in cui termina il suo film più travagliato: concepito nel 2014, girato nel 2016, negato a Cannes e demolito a Toronto nel 2018, esce nel 2019 ma, per il momento, solo in Francia e in Italia. Una sorte malaugurata, la stessa del suo protagonista. Morto viene prima di vivo, il titolo originale è chiaro: un’immagine fallita prima di essersi espressa. L’esistenza di John F. Donovan, a partire da quel nome appariscente, è una costruzione, una forma fittizia, una bugia che cancella la verità interiore e l’identità (non soltanto sessuale), e che annulla quel rivendicarsi, quel pronunciarsi gioioso ed esplosivo che è proprio il carattere principale del cinema dolaniano. Un cinema autoterapeutico e liberatorio («non una rivolta: una rivoluzione»), sempre eccedente nella forma, esaltato dal trambusto che fanno i suoi personaggi per scriversi nel mondo, in maiuscolo e grassetto. Dolan si inebria da sempre di quella verità, ne dichiara la politica e la poesia, trasformandola in una festa di primissimi piani invas(at)i da sguardi e musica, impossessandosi dei corpi degli attori e assemblando il loro privato (Harington, come John, arriva al successo grazie alla tv; Tremblay, come Rupert e Xavier, è un enfant prodige) al proprio (Schnetzer, Rupert adulto, è una maschera esatta di Dolan, dal look ai tic). I suoi personaggi non appartengono allo stesso universo ma sono lo stesso universo, in fondo la stessa persona (e la stessa proiezione materna, a riguardare i film precedenti: Sarandon/Dorval/Baye, Portman/Clément). Donovan, però, rappresenta per Dolan una battuta d’arresto: qui l’imbragatura estetica non apre, ma chiude, l’accesso al vissuto dei protagonisti, il continuo ritorno delle sue marche stilistiche ha l’effetto di un’auto-exploitation, e l’ultra-verbosità dell’intervista/confessionale non raggiunge l’alchimia tra parola e sfogo visivo di Laurence Anyways. Soprattutto, a rimanere sfocato è il rapporto tra Rupert e John, un rapporto che forse esiste forse no, ma che comunque non sentiamo mai, e nemmeno ne percipiamo l’eventuale ambiguità. Come se - citando Lettere a un giovane poeta di Rilke, che ha ispirato Donovan - per la prima volta Dolan non riuscisse a «penetrare in se stesso», prendendo male la mira e le misure della storia, dei personaggi, del proprio cinema. Eppure, a tratti l’inchiostro verde delle lettere di John pare sovrapporsi a quello blu con cui, nel cupo Tom à la ferme, Tom/Dolan comunicava la necessità di «rimpiazzare» l’amore, un’immagine, per perpetuarne il ricordo. Ecco. Forse sono proprio quel personaggio e quella scena a essere la chiave con cui leggere Donovan: perché raccontano il tentativo di ritrovarsi dentro qualcun altro per capire qualcosa di noi. Anche a costo di scoprire che l’altro non ci corrisponde. Anche a costo, forse, di girare un film sbagliato. 

I 400 colpi

FDM
5
IF
6
MM
5
EM
5
FM
4
RMO
6
EMO
6
LP
8
GS
5
media
5.6
La mia vita con John F. Donovan (2018)
Titolo originale: The Death and Life of John F. Donovan
Regia: Xavier Dolan
Genere: Drammatico - Produzione: Canada/Gb - Durata: 123'
Cast: Kit Harington, Jacob Tremblay, Ben Schnetzer, Natalie Portman, Susan Sarandon, Sam Taylor Buck, Thandie Newton, Emily Hampshire, Sarah Gadon, Jared Keeso, Michael Gambon
Distribuzione: Lucky Red
Sceneggiatura: Xavier Dolan, Jacob Tierney

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