La storia dei Beastie Boys di Spike Jonze - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 18/2020

La storia dei Beastie Boys


Regia di Spike Jonze

Il documentario musicale è da tempo afflitto da una malattia grave: l’adesione a un cliché facile, redditizio, ma mortifero sul piano della creatività e della libertà artistica. Per semplicità lo si chiama metodo delle “teste parlanti”, in cui interviste a diversi soggetti vengono articolate dal montaggio in una sequenza tesa a costruire così una narrazione coerente e spesso enfatica. Che è sempre, immancabilmente, la stessa, che si tratti di Lou Reed o di Gianni Morandi: ascesa, caduta e risalita-ricomposizione. Dal ritorno della premiata ditta Spike Jonze + Beastie Boys era lecito attendersi qualcosa di completamente diverso, coerentemente con una carriera di incoerenza, di provocazioni e contraddizioni. Specie quando regista e band hanno unito le loro forze in videoclip passati alla storia come Sabotage, un finto poliziesco anni 70 così stereotipato da apparire più vero del vero. Quante band d’altronde sono transitate dall’hardcore punk al rap, da Minor Threat a Kurtis Blow, con un salto quantico impensabile nei primi anni 80? Quindi, come era inevitabile che fosse, con La storia dei Beastie Boys il dispositivo salta. Completamente, senza rimpianti. Quel che Spike Jonze fa è sostanzialmente regalarci la visione, non più esclusiva, delle date newyorkesi del tour teatrale sulla storia del trio. Un palcoscenico, due microfoni e un commento vocale a clip video e foto ricordo, con l’ausilio di qualche occasionale cimelio. Tutto molto essenziale, sfrondato da ogni inutile orpello. Le teste parlanti si arrendono allo storytelling, a una narrazione impressionista e sregolata perché libera, come lo sono i ricordi, così vicini da suscitare dolore e così lontani da permettere di rielaborare. Quindi Licensed to Ill - il debutto dalle uova d’oro, sciocco e sessista, di cui vergognarsi per una vita - è sviscerato con dovizia di aneddotica, mentre gli ultimi due album non sono nemmeno citati. Perché la mente funziona così, con soste poco prevedibili e ancor meno direzionabili. Ma si ricorda di quel che più conta. La presenza in assenza di La storia dei Beastie Boys è infatti quella di Adam “MCA” Yauch, mente e fondatore del trio, che ci ha lasciato nel 2012, decretando la fine del gruppo e avviando un lento e doloroso processo di elaborazione del lutto e storicizzazione di quanto avvenuto. L’attitudine da cazzari, da «Monty Python che incontrano i Black Flag», dei Beastie Boys cede il passo alla malinconia, la comicità da Three Stooges alla consapevolezza, per la prima volta forse, del proprio ruolo di pionieri, di chi la musica non l’ha solo creata ma l’ha cambiata, irreversibilmente. La storia dei Beastie Boys diviene così (anche) un coming of age, una maturazione tardiva, che arriva insieme ai capelli bianchi per Michael “Mike D” Diamond e Adam “Ad-Rock” Horovitz, giullari intristiti nel ricordo del compare. Un altro racconto di New York, e di come la grandezza dei nostri sogni si ridimensioni di fronte alla fragilità della natura umana. Però, che viaggio che è stato. 

I 400 colpi

AB
7
MSC
7
ADG
5
IF
6
MM
8
FM
9
RMO
7
LP
5
ES
9
GS
6
media
6.9
La storia dei Beastie Boys (2020)
Titolo originale: Beastie Boys Story
Regia: Spike Jonze
Genere: Documentario - Produzione: Usa - Durata: 119'
Sceneggiatura: Adam Horovitz, Spike Jonze, Mike D
Fotografia: Autumn Durald

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