La tenerezza di Gianni Amelio - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 17/2017

La tenerezza


Regia di Gianni Amelio

Un film di padri senza figli. E di figli senza padri. All’apparenza. Un film di donne che «possono sopportare tutto» (e questa non è solo apparenza). Un film di fantasmi, immaginati o ricordati. Un film di gente che non cresce, e quando cresce non cambia, si nasconde, s’impunta, finché non s’incrina. Un film di bambini, soprattutto, che scoprono a mano a mano il mondo, fatto di immagini, parole complicate, persone alle quali affidarsi, luoghi e oggetti sconosciuti da esplorare (in due scene magnifiche). Un film che cammina, ansima, si guarda intorno, ricorda, si sottrae e, talvolta, s’intenerisce con il passo, il ritmo, lo sguardo di un gigantesco Renato Carpentieri, tempo e anima del nuovo film di Gianni Amelio: appunto, La tenerezza. Sentimento strano, la tenerezza. Più che un sentimento, una maniera di essere verso gli altri, proverbialmente (e, credo, erroneamente) considerata più femminile che maschile, per quel gusto sdolcinato che si tende ad attribuirle. Invece, “tenerezza” è un’occhiata, un gesto, un sartù cucinato insieme, un sorriso. Tenerezza è “esserci” per qualcun altro. Che poi significa esserci per se stessi. Ed è proprio qui che spesso, nel corso della vita, perdiamo la strada. È quello che è successo al protagonista del film, Lorenzo, e ai suoi figli grandi (con i quali non parla), come agli altri personaggi, una giovane coppia del nord con due bambini che si è appena trasferita nell’appartamento di fianco al suo e che pure vive, all’apparenza, in armonia. Ma anche Michela e Fabio (lei svagata e spontanea, lui nervoso e giocoso) hanno una storia, un passato, ricordi che riaffiorano all’improvviso, per esempio alla scoperta di una vecchia autopompa giocattolo. È proprio il passato, insieme al futuro rappresentato dai bambini, che (come nella vita di ogni giorno) compone il presente della storia raccontata da Amelio, senza il bisogno di flashback o di troppe spiegazioni, nelle frasi buttate là con sorridente imbarazzo da Micaela Ramazzotti e nell’ansiosa sollecitudine di Elio Germano, nei primi piani silenziosi e talvolta corrucciati di Carpentieri e nel controllato distacco dietro il quale non si dà pace Giovanna Mezzogiorno (che è sua figlia). Il mélo (che è la passione dell’autore) lavora sottotraccia, aiutato da una Napoli vitale e turgida (tranne che nell’ultima scena, ambientata in uno scorcio della città che appare, per un momento, futuribile) e alimentato dalla forte presenza e pazienza femminile (compresa Greta Scacchi, in un ruolo di dolente madre-padrona che ricorda Laura Betti in Il piccolo Archimede): il mélo che tesseva Così ridevano e Colpire al cuore, che questo film richiama. È come se quel padre e quel figlio, invece di scontrarsi, avessero smesso di parlarsi e ascoltarsi e fossero cresciuti distanti: forse sarebbero diventati come Lorenzo e Fabio, che padre e figlio non sono ma forse vorrebbero esserlo, e che forse sono entrambi (e non solo Carpentieri, nonostante la ovvia vicinanza anagrafica) l’alter ego dell’autore.

I 400 colpi

AA
6
PMB
5
MG
7
RM
6
MM
6
EM
8
FM
7
GS
8
FT
9
La tenerezza (2017)
Titolo originale: -
Regia: Gianni Amelio
Genere: Drammatico - Produzione: - Durata: 103'
Cast: Renato Carpentieri, Enzo Casertano, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Maria Nazionale, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi

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I commenti dei lettori

" E' anzitutto un film DELICATO, fatto di UMANITA' e SENTIMENTI. Renato Carpentieri meriterebbe solo per questa sua interpretazione un DAVID (il c.d. Oscar de Noantri) alla Carriera "
maurizio rossetti (noventano)
Gio, 11/05/2017 - 18:14

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