La terra dell'abbastanza di Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 23/2018

La terra dell'abbastanza


Regia di Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo

Sento già gli sbuffi impazienti: «Un altro film sulle periferie… Il disagio sociale come garanzia di impegno… Siamo ancora succubi del neorealismo!». Bene, non è così. A Hong Kong, negli anni 90, si facevano decine di film ambientati negli stessi quartieri e nessuno si lamentava. Non può capitare lo stesso nella Roma di oggi? E anche se La terra dell’abbastanza degli esordienti fratelli D’Innocenzo (Damiano e Fabio) inizia come Non essere cattivo di Claudio Caligari - due ragazzi in macchina che parlano, e quasi non si capisce quello che dicono -, è molto diverso. Il film di Caligari parlava del passato, dell’impossibilità di integrarsi e di evadere. Il film dei due fratelli parla del presente, di quella terra di nessuno che è diventata Roma capitale e di cui spesso parlano le cronache - anche se questo film non insegue la cronaca. Non c’è più nessuna società cui integrarsi, non c’è più nessun luogo dove evadere: tutto è esploso e appiattito. Dopo avere impostato il lato sociologico-documentale, La terra dell’abbastanza diventa però un noir e un’educazione criminale, per citare il sottotitolo di La-bas di Guido Lombardi, ma con una radicalità maggiore. Fare la «svorta», per i due protagonisti Mirko e Manolo, significa investire un malcapitato nottetempo, fuggire, scoprire che era un infame e quindi accreditarsi con il boss locale ed entrare a far parte della sua manovalanza: con incarichi eccitanti (ammazzare altri infami) e meno (distribuire preservativi e bottigliette d’acqua alle prostitute). La banalità del male: il tipo impegnato a cuocere il «sughetto» accanto a quelli che tagliano la roba. Il genere viene evocato con competenza e funziona come di rado succede nel cinema italiano, spesso timido e moralista (volete un nome? Perez.). Ma non c’è solo quello. C’è anche una consapevolezza linguistica precisa. Nulla di “neorealistico” (anche se non ci sarebbe nulla di male, eh). La terra dell’abbastanza è un film di primi piani strettissimi e di campi lunghissimi. La sequenza dell’omicidio nelle baracche, dall’alto, sembra venire da Sonatine di Takeshi Kitano. L’hanno visto i due fratelli? E chi se ne importa: è una scelta spiazzante, ben assimilata, funzionale e coerente col resto. E i primissimi piani con le luci strane, nella sequenza della scuola alberghiera - un MasterChef da incubo - hai visto mai che le hanno prese da Matteo Garrone? Ancora una volta: chi se ne importa. Qui non c’è nessun citazionismo. Lo stile si adegua al racconto. Nessuno sfoggio. E non c’è un pianosequenza che non sia giustificato. Terrificante, per tensione e violenza, quello di Mirko e della madre che si menano (che direzione di attori, tra parentesi). Ogni pianosequenza è questione di economia (materiale e linguistica), e forse anche di morale. Ma evitiamo le pippe. Verrebbe voglia di riferire ancora di alcune sequenze, come il finale sui tatuaggi con Max Tortora e Milena Mancini, che è bellissimo e imprevisto. Così bello che non lo posso rovinare qui. 

I 400 colpi

AA
7
PA
8
PMB
6
FDM
8
SE
6
IF
7
MG
7
RM
7
RMO
7
EMO
8
GAN
7
LP
7
ES
7
GS
7
RS
5
media
6.9
La terra dell'abbastanza (2018)
Titolo originale: -
Regia: Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo
Genere: Drammatico - Produzione: Italia - Durata: 95'
Cast: Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Luca Zingaretti, Massimiliano Tortora, Michela De Rossi, Demetra Bellina, Giordano De Plano, Walter Toschi
Distribuzione: Adler Entertainment
Sceneggiatura: Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo

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