Nomadland di Chloé Zhao - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 17/2021

Nomadland


Regia di Chloé Zhao

Una vedova, sfrattata dalla casa sul deserto, di proprietà della compagnia di cartongesso che l’ha licenziata, getta i ricordi coniugali in un box e gira solitaria, malinconica, introversa e libera col suo camper malandato tra Nevada, Arizona, South Dakota, Nebraska e California. Cita Shakespeare - dava lezioni private per arrotondare il salario -, è indocile alla pietà familiare, non ai ritmi di lavoro Amazon: «Sono houseless, non homeless». Il dolore che porta con sé è la sua casa. Ha forza di spirito e «ogni spirito si costruisce una casa, e oltre la casa un mondo e oltre un mondo un paradiso», ricordano i classici. Trova lavori saltuari, visita musei, non-luoghi e parchi, fa bagni nuda nei ruscelli, si aggira tra luci fioche nelle Badlands e tra pietre preistoriche, fa incontri, effimeri e profondi, attorno al falò, con altre vittime della crisi finanziaria del 2008, anziani pensionati senza reddito, truffati da titoli tossici e prestiti subprime, gettati via dalla vita. L’amica Linda May; la malata terminale Swankie; il coetaneo Dave, che forse la guarirà; il teenager uscito da un poema beat; l’organizzatore radicale Bob Wells che allevia i problemi di chi è costretto a vandwelling (usare il van come abitazione) e workamping (campeggiare lavorando) col baratto e l’aiuto reciproco. Gli attori, tranne due (McDormand e Strathairn), recitano loro stessi, come usciti da Below Sea Level di Rosi o da un John Sayles. «Nomadland è un pellegrinaggio di dolore e guarigione» chiarì Chloé Zhao ai Golden Globe. Cinese esule a New York, ripudiata da Pechino (proibita in tv e sulla rete la notte degli Oscar), trova nell’inchiesta di Jessica Bruder il senso e il ritmo del suo vagabondaggio, altrettanto “differente”: mai avrebbero immaginato di essere nomadi quelle tribù di camper in cerca di parcheggi free che trovano quiete nella saggezza della terra lakota, nella “consanguineità” tra uomo e natura. L’astronomo la spiega ai turisti: «Le stelle esplodono e sparano plasma e atomi nello spazio. A volte atterrano, nutrono la terra, diventano parte di te». L’individualista americano è per definizione solitario. McDormand possiede, tra le sue due sole espressioni (malinconia cupa/sorriso di speranza, ma conta il “tra”) che palleggia come nessun altro mai, l’energia stoica per ribadirlo. Come John Wayne di Il pistolero, con il quale Siegel chiuse il capitolo western classico, risponderebbe al richiamo comunitario: «La mia sola chiesa sono le montagne e la solitudine». Non a caso si chiama Fern, che significa felce, rizoide senza radici. Eppure molto del fascino del pluripremiato Nomadland (Leone d’oro 2020), dalla ritmica asincrona tra melodia sensuale e tonale delle luci (Joshua James Richards) e minimalismo delle musiche, esili quanto epiche (Ludovico Einaudi), è quello di superare la solitudine in un road movie pieno di compassione umana e gelida analisi dei fatti, in continua tensione poetica tra lotta e gioia, sopravvivenza e speranza, collasso e trascendenza, urlo e pietà. Le citazioni cinematografiche abbondano, Aldrich, Malick, Landis... E perfino l’happy end. A differenza del luogo comune, il grande western non termina sempre con l’eroe solitario che punta l’orizzonte.

I 400 colpi

PA
8
AB
7
PMB
5
CBO
8
MC
10
MSC
7
AC
8
ADG
7
SE
9
IF
6
AF
8
RM
5
MM
5
FM
4
RMO
8
GAN
7
LP
5
ES
6
GS
5
RS
9
FT
5
media
6.8
Nomadland (2020)
Titolo originale: Nomadland
Regia: Chloé Zhao
Genere: Drammatico - Produzione: Usa/Germania - Durata: 108'
Cast: Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Swankie, Bob Wells
Distribuzione: Walt Disney
Sceneggiatura: Chloé Zhao

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