Panama Papers di Steven Soderbergh - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 42/2019

Panama Papers


Regia di Steven Soderbergh

Nel 1983 Bresson gira L’argent, da Denaro falso di Tolstoj. Film sul denaro, quindi film «di rapporti e di raccordi» (Réne Prédal) tra cose e persone. Ma quali sono, oggi, «rapporti e raccordi», se i soldi sono immateriali, se «il credito è il tempo futuro della lingua del denaro», se i suoi nomi superano quelli del demonio, se etichette come «bond, fondi, future, equity, derivati, titoli, vendita allo scoperto, margin call» e dunque «strumenti finanziari! Parole! Invisibili! Astratte!» han preso il posto delle mucche e delle banane del tempo del baratto? Soderbergh è autore che da tempo, da sempre, s’occupa di rapporti e raccordi tra cose, persone e valore economico, mettendo in scena truffe, illusioni, psicosi allucinatorie, nebulose di tecnicismi, misurando quel che separa i fatti dalla retorica astratta che li governa, la realtà percepita dal singolo dalla realtà economica che lo determina. Prendete i film scritti per lui da Scott Z. Burns: The Informant! (uscito l’anno dopo la crisi del 2008...), storia vera (sì?) di un informatore dell’FBI che denuncia illeciti fraudolenti sullo sfruttamento di derivati (ehm ehm) del mais; Contagion, ricostruzione di una pandemia di SARS in cerca del paziente 0, precipitato allegorico e bignami illustrato della crisi dei mutui subprime; Effetti collaterali, racconto hitchcockiano di una realtà drogata (ma solo per alibi...) che produce effetti concreti (come un MacGuffin...); e, in ultimo, Panama Papers, «basato su veri segreti», tratto da Secrecy World del Pulitzer Jake Berstein, dedicato allo svelamento, da parte di una gola profonda, di 214 mila società offshore create dalla Mossack Fonseca per far eludere il fisco ai propri clienti (l’Italia era rappresentata - secondo i documenti - da Barbara D’Urso, Carlo Verdone, Flavio Briatore)... È un cinema che, per metonimie o sostituzioni, cerca di capire la meccanica dell’economia, il rapporto tra le logiche astratte, illusorie, pandemiche, drogate del mercato e la realtà degli individui. E in fondo dimostrare che il reale non è a misura di uomo, romance e romanticismo: anche la finanza è Antropocene. Ha ragione, Meryl Streep (qui in doppio ruolo, dopo aver scelto da che parte in stare, in tema di dati e giustizia, già in The Post di Spielberg) quando dice che Panama Papers «potevano pensarlo solo Brecht e Soderbergh»: un film saggio a Hollywood, un pamphlet politico (con tanto d’appello) che incontra la commedia a episodi all’italiana (d’altronde è Soderbergh il produttore del remake hollywoodiano di I soliti ignoti, no?), con Oldman & Banderas nel ruolo di Mossack & Fonseca a spiegare in a parte eleganti e sfrontati la logica alla base del loro operato, e poi frammenti di storie e storielle a illustrarne la catena degli effetti, come in un Traffic sull’elusione fiscale. Il primo parente è La grande scommessa di Adam McKay, ma in Soderbergh ogni cosa è vertigine: e il film è anche una verifica incerta (come sempre) del cinema-digitale e delle sue strutture produttive. Che Netflix (che lo produce) abbia dichiarato nei giorni dell’uscita del film di voler pagare le tasse eluse sinora (in Italia) è dato di cronaca.

I 400 colpi

AA
8
PA
8
PMB
7
AC
8
SE
8
IF
8
RM
5
MM
8
RMO
8
EMO
7
GAN
8
LP
7
GS
8
RS
9
FT
7
media
7.6
Panama Papers (2019)
Titolo originale: The Laundromat
Regia: Steven Soderbergh
Genere: Grottesco - Produzione: Usa - Durata: 95'
Cast: Gary Oldman, Antonio Banderas, Meryl Streep, Jeffrey Wright, Sharon Stone, David Schwimmer, Melissa Rauch, James Cromwell, Robert Patrick, Matthias Schoenaerts
Distribuzione: Netflix
Sceneggiatura: Scott Z. Burns, Jake Bernstein

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