Qui rido io di Mario Martone - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 37/2021

Qui rido io


Regia di Mario Martone

Il cinema di Mario Martone è attraversato da costanti che, pur evolvendo, di film in film riemergono, tanto da poter costituire un temario di impressionante coerenza. Pensiamo al rapporto padre/figlio che da L’amore molesto passando per Noi credevamo e Il giovane favoloso arriva fino al recente dittico eduardiano composto da Il sindaco del rione Sanità e Qui rido io: in ciascuna di queste tappe (di un percorso coeso e compatto paragonabile, in Italia, soltanto a quello che sta portando avanti Marco Bellocchio) il legame tra genitori (o figure genitoriali) e figli assume le forme di una sindrome di Stoccolma in cui, da un lato, è come se i secondi fossero sequestrati dai primi, ma dall’altro ne sono profondamente innamorati. La storia della famiglia Scarpetta, del suo capostipite, Eduardo, pater familias feroce nel conservare il suo status di maiestas, e dei suoi moltissimi figli, legittimi e illegittimi, visti dal genitore come estensioni (nel futuro) della propria persona (alcuni dei quali destinati anche nel nome a tramandarlo ai posteri) è esemplare da questo punto di vista. Ma in fondo, come scopriamo, è lo stesso patriarca ad aver costruito la sua vita artistica sulla dialettica amore/odio con una figura che rappresenta il padre nobile della tradizione partenopea: il suo Felice Sciosciammocca, come Scarpetta continua a ripetere ai figli, è colui che ha preso il posto, uccidendolo, di Pulcinella (con cui alla fine, però, sarà costretto a rispecchiarsi, ritrovandosi, una volta levata la maschera al cadavere deposto, faccia a faccia con il proprio stesso volto). Questa tensione tra “originale” e “copia” ritorna anche nella battaglia legale che vede Scarpetta difendersi dalle accuse di plagio per aver avuto l’ardire di parodiare La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, vicenda che segnerà l’inizio del declino dell’allora più importante commediografo napoletano. Un processo che Martone ci mostra come l’ultimo grande coup de théâtre di Scarpetta, capace di trasformare la propria arringa in una magistrale prova di recitazione e di oratoria condotta con le armi della Commedia dell’arte, attraverso la quale riuscire a riconquistarsi quel pubblico che stava cominciando a disinnamorarsi di lui. E qui il regista crea uno dei suoi cortocircuiti tra passato e presente: nel vedere l’uomo di spettacolo (che si è abbeverato di realtà per plasmarla in maniera spettacolare) diventare, in un misto d’isteria e cinismo, emotività e menefreghismo, un capopopolo, un attore politico (che aggredisce la realtà per cambiare la consapevolezza degli spettatori) non possiamo non ritrovare una continuità con l’oggi. In apertura abbiamo parlato di questo film come parte di un dittico eduardiano: Eduardo De Filippo è uno dei figli che Scarpetta non ha mai riconosciuto; ha lavorato con il padre, ne ha portato avanti il repertorio servendosene per dar vita a uno proprio considerato uno dei più importanti del Novecento teatrale, non soltanto italiano. La sua foto in chiusura, che compare immediatamente dopo il titolo del film, dà a quelle parole, a quel «qui rido io», tutto un altro senso.

I 400 colpi

PA
7
AB
8
PMB
10
CBO
9
MC
10
MSC
9
ADG
8
SE
9
IF
8
RM
7
MM
9
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8
FM
7
RMO
8
GAN
10
LP
9
GS
9
RS
10
media
8.6
Qui rido io (2021)
Titolo originale: -
Regia: Mario Martone
Genere: Biografico - Produzione: Italia/Spagna - Durata: 133'
Cast: Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell'Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Paolo Pierobon, Lino Musella
Distribuzione: 01 Distribution
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo

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Humour
Ritmo
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Erotismo

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