Soul di Pete Docter, Kemp Powers - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 51/2020

Soul


Regia di Pete Docter, Kemp Powers

1995: il cinema d’animazione inaugura con Toy Story una nuova era dopo l’età d’oro disneyana e muove i personaggi al “passo uno” digitale. La favola classica si rigenera nella stanza di Woody. Ma vent’anni dopo la Pixar/Disney sembra capovolgere il senso del fantastico, e lo disloca in un aldilà metafisico. La mente diretta da una consolle di emozioni disciplinate (Inside Out), o dominata dagli arcigni trapassati il Día de muertos (Coco). A dominare è l’”anima”, che scende all’inferno o sale in paradiso nella più macabra delle sequenze di Soul, quando Joe Gardner, il nostro eroe, ridotto a cellula luminescente, è spinto in alto nel buio cosmico, intrappolato in una fila di umani deceduti. Pete Docter, a capo della major dopo l’allontanamento di Lasseter, per l’ideazione del jazzista black affianca alla regia e allo script il drammaturgo afroamericano Kemp Powers, autore della pièce One Night in Miami, dedicata a Cassius Clay campione in tempi di segregazione. Anche Gardner vuole vincere il suo match e attraversa baldanzoso una Manhattan dai toni caldi alla Radio Days, fotocopiata nei dettagli di strade, botteghe e lampioni, secondo quel realismo già visto in altre recenti produzioni dello studio. Lontane le astrazioni di Docter in Monster & Co. e Up. Joe è un materico ragazzo americano, né sovrumano né subumano, secondo le categorie d’obbligo per un cartoon di Erwin Panofsky, critico d’arte filo-disneyano. Ma. Dal documentaristico si passa al cubismo. Lo shock iconografico è vertiginoso quando entra in campo l’anima con l’aspetto di un pupazzetto gommoso, attorniato da una miriade di animucce elementari come gocce d’acqua. L’informe è funzionale al limbo e ai suoi precettori, sagome tracciate col gessetto da Picasso, che sollecitano le giocose entità spirituali a darsi uno scopo, a strutturarsi nelle passioni, prima di lanciarsi sulla Terra nel corpo tenero di un neonato. L’imperativo è nascere già “motivati”. Altrimenti che si vive a fare? È quel che pensa l’anima n. 22, alter ego di Joe Gardner, suicida ancor prima di nascere. Il film si infila pericolosamente in un labirinto ultraterreno, dimensione astrale del You Seminar, l’ante-mondo, l’inconscio pre-natale che detta le ragioni dell’esistenza. Lezione filosofica per la critica solitamente scettica di fronte al “cinema per bambini”, e che fa salire il titolo in testa al gradimento, mentre si appresta al successo via streaming per gli abbonati Disney+. E c’è un buon motivo per abbonarsi, a parte le meraviglie dell’archivio, perché, alla fine, Soul sfugge all’inquadramento aziendale delle anime, e perfino alla moda del gender fluid. Jazz. Libero e imprevedibile come sa Herbie Hancock che durante un concerto con Miles Davis suonò una nota “tecnicamente sbagliata”. Una magnifica nota fuori spartito e senza motivo che ha convinto Docter a cambiare l’“uomo d’affari” inizialmente protagonista in un pianista jazz voglioso di suonare al club Half Note, nome dell’etichetta discografica live del vero, leggendario Blue Note del Village. E di stonare, con disappunto, si immagina, dei guardiani celesti dei sogni.

I 400 colpi

AA
7
PA
8
MC
6
MSC
6
AC
8
ADG
6
FDM
6
SE
9
IF
8
AF
8
MG
4
RM
6
FM
6
RMO
7
LP
8
ES
6
GS
7
RS
6
FT
8
media
6.8
Soul (2020)
Titolo originale: Soul
Regia: Pete Docter, Kemp Powers
Genere: Animazione - Produzione: Usa - Durata: 100'
Distribuzione: Disney+
Sceneggiatura: Pete Docter, Mike Jones, Kemp Powers
Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross, Jonathan Batiste

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