Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 35/2020

Sto pensando di finirla qui


Regia di Charlie Kaufman

«Non puoi fingere un pensiero», si dice in Sto pensando di finirla qui, romanzo d’esordio di Iain Reid (ispirato da Kaufman?). «Un pensiero può essere più reale, più vero, di un’azione». Ed è di questo che Kaufman tratta, sempre. La macchina da presa nel cervello, il cinema come psiche, l’io come pellicola e prigione, unico scenario possibile: la parte è sempre il tutto, Synecdoche, New York, tutti sono John Malkovich e John Malkovich è tutti. «Non puoi fingere un pensiero», per Kaufman, significa che la fiction è il pensiero. Che ogni film è un rifacimento di Providence di Resnais. Che il cinema è comico perché il reale è sempre fuori (da quel) luogo, e mélo perché l’io è separato dal mondo, l’io è il solo mondo. Patologia e tragedia del narcisismo: una realtà che si perde, smangiata da ipotesi e paradossi, sogni e bisogni, sliding doors e what if. Così sta pensando di finirla qui, Lucy (Louisa? Ames? Amy?), in auto, mentre Jake la porta a conoscere i suoi genitori. Non sa perché. Seguiamo i suoi pensieri mentre sciorina parole, ascoltiamo i suoi dubbi mentre recita un placido amore, assistiamo a un film tra il mumblecore, i prima di Linklater, Baumbach che omaggia Bergman, ma con l’acume nichilista che è solo e soltanto di Kaufman, con la sua allucinata e allucinante lucidità sui sentimenti: due persone (Jessie Buckley e Jesse Plemons, che è un fantasma di Philip Seymour Hoffman, suo figlio in The Master, nuovo Caden Cotard) che parlano, parole che nascondono, gesti che rivelano, un Kammerspiel in movimento. Lui però sembra sentirlo, il lavorio in voce off dei pensieri di lei. Perché? E perché finge che non sia così? Lui è biologo, ingegnere genetico, lei è poetessa, pittrice, gerontologa, critica cinematografica... Sembrano poter essere tutto, possibile che non siano niente. E poi, a casa, nella casa dei genitori di lui, l’Amarcord è inquietante, i genitori (David Thewlis e una Toni Collette nel sequel di Hereditary) oltre la caricatura e verso il grottesco post-Polanski di madre!, a un passo dagli stereotipi del film dell’orrore. Il tempo comincia a traballare, ogni camera è come l’ultima di 2001: Odissea nello spazio, ma nell’inconscio di un’America triste, frustrata, profonda, in cui Zemeckis gira sciocche commedie. E chi è quel custode che il montaggio alterna ai protagonisti? E la voce che chiama, dal suo stesso numero, Lucy, Louisa, Ames, Amy? «Niente è più raro in un uomo di un’azione che sia tutta sua» dice Jake citando Emerson, mentre in auto, al ritorno, sono attraversati dalle parole di Pauline Kael che stronca Una moglie, dalle riflessioni di David Foster Wallace sulla tv, da La società dello spettacolo di Guy Debord, da testi che si chiedono perché pensiamo cosa pensiamo, da dove vengono i nostri pensieri, quelli che non si possono fingere, quelli che sono tutto il film. Da dove nascono, le immagini? Di chi sono, se non sono sue, se non sono loro? La commedia è già diventata un delirio, l’orrore un musical, il vero un cartoon, il realismo un palinsesto post-Inland Empire, l’immaginario una depressione. Sto pensando di finirla qui: ma cosa? Un amore immaginato, una vita mai avuta, la fiction di un pensiero, il film.

I 400 colpi

CBO
8
MSC
7
AC
8
IF
8
MG
4
FM
10
RMO
6
GS
9
media
7.5
Sto pensando di finirla qui (2020)
Titolo originale: I'm Thinking of Ending Things
Regia: Charlie Kaufman
Genere: Grottesco - Produzione: Usa - Durata: 134'
Cast: Jessie Buckley, Jesse Plemons, Toni Collette, David Thewlis, Guy Boyd, Colby Minifie, Jason Ralph, Abby Quinn, Hadley Robinson, Ashlyn Alessi
Distribuzione: Netflix
Sceneggiatura: Charlie Kaufman, Iain Reid

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