The Halt di Lav Diaz - la recensione di FilmTv

Recensione pubblicata su FilmTv 29/2021

The Halt


Regia di Lav Diaz

Piove ininterrottamente sulla città di Manila immersa nelle tenebre, il vulcano dell’isola Sulawesi è esploso in una nuvola di nebbia e cenere, la dark killer, la peste nera, dilaga, rifiuti, giacigli, cadaveri costeggiano le strade, e sui muri, illuminata, la faccia truce del presidente Nirvano Reyes Navarra. Lav Diaz presenta il suo noir politico nell’avvicente versione filippina di Blade Runner spostando l’anno della catastrofe dal 2019 al 2034, senza dimenticare i “replicanti” che qui sono in carne e ossa, “Model 37”, come la ragazza costretta a prostituirsi, corpo ubbidiente al sesso e alla frusta. Droni luccicanti seguono le persone nel buio e chiedono il lasciapassare. In azione, gli squadroni della morte allineano i sospetti e sparano. Il regista, Leone d’oro 2016 con The Woman Who Left, realizza il più temibile concorrente del genere fantascientifico hollywoodiano, immersione in 279’ della storia presente, passata e futura dell’umanità, in veloce sorpasso geo-temporale di Brillante Mendoza e del suo Ma’ Rosa. E va oltre frontiera nella radiografia di una dittatura “eletta dal popolo”. Diaz non rinuncia agli eterni piani fissi e miniaturizza la narrazione, la stilizza in personaggi-simbolo, a cominciare dal tiranno, fotocopia di Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, quello così tanto “comunista” da paragonarsi a Hitler. L’uomo mandato da dio, uno dei tanti “bolsonari”, ingloba anche il citato Ferdinand Marcos, il vecchio despota filippino, nel grottesco Nirvano, detto Nirv dalle sue due procaci guardie del corpo. Piagnucoloso, capriccioso, chiama per nome le sue piantine di cactus, batte i piedi, ordina assassinii, si dispera per la madre svanita, senza più memoria come la maggioranza della popolazione. Nirv ha qualche parentela con il presidente Merkin Muffley/dottor Stranamore, l’umorismo nerissimo del potere. E canta l’inno nazionale davanti a inesistenti telecamere in un vuoto assoluto, tavolino e bandierina, antirealismo raggelante. Diaz si ferma estatico sotto l’acqua e nell’oscurità davanti alla figurina della donna in attesa che l’obiettivo si distolga da lei e insegua gli affamati di “sangue fresco”, i partigiani, protetti da padre Romero, stesso nome dell’arcivescovo salvadoregno anti-dittatura ucciso sull’altare da altri squadroni della morte. Il film (alla Quinzaine 2019) scandisce il tempo nei ricordi delle atrocità passate, nascoste nel cervello delle vittime, e scava nelle emozioni delle devote al sanguinario presidente, Martha e Marissa, colpevoli, pentite, suicide. L’archivio dell’immaginario di Lav Diaz è internazionalista e nel reparto sci-fi, anche se in un purissimo bianco e nero, c’è posto per Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, quando nel finale un ragazzino muove con la forza della mente una scopa simbolica. Spazzar via le forze galattiche e terrestri è anche il compito dei bambini di strada filippini, più di un milione e mezzo, orfani di genitori massacrati dal regime. Uno di loro chiude The Halt trascinando un lungo e pesante pannello di plastica, appena scivolato insieme agli altri dalle facciate delle case. Il dittatore è caduto sui marciapiedi di Manila.

I 400 colpi

MC
10
MSC
8
ADG
8
MG
5
RM
6
MM
8
GAN
8
GS
8
RS
8
FT
8
media
7.7
The Halt (2019)
Titolo originale: Ang hupa
Regia: Lav Diaz
Genere: Drammatico - Produzione: Filippine/Francia - Durata: 279'
Cast: Joel Lamangan, Piolo Pascual, Shaina Magdayao, Pinky Amador, Hazel Orencio
Sceneggiatura: Lav Diaz

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