Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 02/2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri


Regia di Martin McDonagh

Quasi un anno prima, a Ebbing, Missouri, un’adolescente è stata violentata e uccisa. Sua madre Mildred, dolorante e furiosa, affitta tre cartelloni pubblicitari su una strada poco trafficata, sui quali fa scrivere, in successione: «Violentata mentre moriva», «Ancora nessun arresto?», «Come mai, sceriffo Willoughby?». In città sale l’indignazione per il pubblico oltraggio a un capo della polizia molto amato, mentre solo pochissimi si schierano a favore della disperata crociata della donna. Se c’è un film che dimostra quanto conti una bella sceneggiatura, questo è Tre manifesti a Ebbing, Missouri, opera terza (al cinema, perché in teatro l’autore è considerato uno dei migliori commediografi irlandesi contemporanei, vincitore di tre Laurence Olivier Award) di Martin McDonagh, il regista di In Bruges - La coscienza dell’assassino e di 7 psicopatici. Non bella: bellissima, una macchina perfetta che si dipana fra trappole e cliché narrativi senza mai cadervi, che in uno dei “luoghi” più abusati del cinema (la piccola città americana, con la main street sonnolenta e pettegola e i rancori e i segreti mal custoditi tra il bar e i porticati delle case) mette in scena personaggi canonici come una madre vendicatrice, uno sceriffo brusco ma comprensivo, un poliziotto razzista, violento, isterico e mammone, senza mai abbandonarli a se stessi e a dinamiche prevedibili, ma invece “lavorandoli” e facendoli crescere come esseri umani. E gli esseri umani, oltre ad avere emozioni e sentimenti stratificati, cambiano, si evolvono, magari maturano o accettano le debolezze altrui. E quando meno te lo aspetti anche il film, con loro, devia: da thriller a forte valenza sociale e politica si fa dark comedy, dallo scontro di caratteri fa emergere un sotterraneo scambio di solidarietà, dalla violenza fa scaturire la comprensione. Senza mai rinnegare le dinamiche e i sentimenti precedenti. Dominato da un’eccezionale Frances McDormand, sempre ficcata dentro una tuta blu da lavoro (anche quando esce a cena con un insolito corteggiatore), con la lingua tagliente e il volto indurito attraversato da guizzi che mescolano disperazione e rabbia, Tre manifesti a Ebbing, Missouri si affida a un cast in stato di grazia. E se Woody Harrelson per il capo Willoughby gioca la carta dell’umanità autoritaria ma paziente, dell’uomo d’ordine che capisce gli altri e conosce i limiti del proprio mestiere («Se cacciassimo tutti quelli con tendenze vagamente razziste», dice a un certo punto, «rimarremmo con tre agenti, che comunque odiano i froci»), è Sam Rockwell, nella parte di Dixon, il poliziotto picchiatore, che conquista a poco a poco la scena: nemico dei neri, nemico di Mildred, nemico di tutti, a partire da se stesso, passa dalla violenza isterica, alla goffa immaturità casalinga, all’abbruttimento alcolico, allo scatto d’orgoglio professionale. E diventa il vero alter ego di Mildred, due caratteri devastati e confusi in un film che non offre soluzioni facili perché, come nella vita vera, nessuno sa come andrà a finire la propria storia.

I 400 colpi

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5
PA
8
PMB
6
MC
6
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8
SE
9
IF
8
AF
8
RM
7
EM
9
FM
6
RMO
9
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6
LP
7
GS
7
RS
8
FT
6
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)
Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Genere: Commedia drammatica - Produzione: Gb/Usa - Durata: 115'
Cast: Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Kerry Condon, Kathryn Newton, Zeljko Ivanek, John Hawkes

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