Tre volti di Jafar Panahi - la recensione di FilmTv

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Recensione pubblicata su FilmTv 48/2018

Tre volti


Regia di Jafar Panahi

Tre volti è il quarto film che Jafar Panahi ha girato in clandestinità e questa volta, anziché essere protagonista, è solo un testimone: uno sguardo leggermente decentrato, che lascia le prigioni domestiche (in cui erano ambientati This Is Not a Film, 2011, e Closed Courtain, 2013) e la metropoli di Taxi Teheran (2015), per immergersi in una remota provincia rurale dove non si parla nemmeno il farsi. E da cui una ragazza, Marziyeh, ha mandato alla nota attrice Behnaz Jafari un video selfie girato col cellulare, in cui la si vede impiccarsi. Behnaz si fa accompagnare da Panahi per verificare cosa sia successo davvero («No, non sto andando a girare un film», assicura lui telefonando alla madre preoccupata, in una rara allusione alla sua condizione di condannato). Presto è chiaro che il suicidio è simulato, che le immagini iniziali, per quanto crude e verosimili, sono state manipolate - anche se Panahi si meraviglia della professionalità del trucco. Ma il gioco autoriflessivo, costante nel cinema iraniano dai tempi di Close-up (1990) di Kiarostami e aggiornato ai nuovi media, finisce qui. Perché Tre volti parla sì di cinema, ma nei suoi risvolti sociali per quanto concerne le donne. La giovane Marziyeh è ostracizzata nel villaggio perché vuol fare l’attrice - o meglio l’«intrattenitrice», come si dice laggiù. E va a nascondersi a casa di Shahrzad, un’attrice-cantante attiva ai tempi dello scià e che ora vive in solitudine ai margini del villaggio, dopo esser stata perseguitata. Ma appena Behnaz Jafari arriva nel villaggio, tutti la riconoscono come protagonista di una serie tv, la blandiscono, e c’è chi le affida un pacchetto col prepuzio del figlio, da seppellire a Teheran per assicurargli un futuro migliore. Tre volti femminili in cui si specchia l’ipocrisia di una società che reprime le donne prima ancora degli artisti, e che al tempo stesso è profondamente mediatizzata («Qui ci sono più parabole che uomini», dice un abitante del villaggio; e il tormentone ricorrente è: «C’è campo?»). Panahi rappresenta con abbondanza di metafore la crisi della mascolinità di una società patriarcale (c’è anche un toro da monta che sta morendo). E con passo sereno e contemplativo, con fiducia commovente nella forza del pianosequenza e dell’ellissi, apre nel racconto tanti piccoli misteri. A un certo punto il buio cala di colpo - prodigio digitale? Poco oltre, nelle tenebre, si intravede la fossa in cui sappiamo che una vecchia aspetta la morte, e pare insanguinata. Perché? E dei tre volti, quello di Shahrzad non si vede mai. Si sente solo la sua voce, in un cd di poesie, e la si vede di spalle, mentre dipinge un quadro en plein air. Dopo il cinema, la pittura. È un’altra metafora? Chissà. Intanto Panahi sta per tutto il film in macchina, come in un film di Kiarostami, e ci dorme pure, quasi avesse paura di entrare nelle case (come Bulle Ogier appena uscita di prigione in Le Pont du Nord di Rivette). E sotto l’elusiva semplicità ha girato uno dei suoi film più liberi, densi e - miracolo - ottimisti. 

I 400 colpi

PA
8
RM
7
EM
7
FM
10
RMO
8
EMO
8
GAN
8
LP
6
ES
8
GS
7
FT
7
media
7.6
Tre volti (2018)
Titolo originale: Se rokh
Regia: Jafar Panahi
Genere: Drammatico - Produzione: Iran - Durata: 100'
Cast: Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Del Aram
Distribuzione: Cinema
Sceneggiatura: Jafar Panahi, Nader Saeivar

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