Le locandine di Film TV

Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Bande à part

Regia di: Jean-Luc Godard

Titolo originale: Bande à part
Anno: 1964
Genere: Noir
Produzione: Francia
Durata: 97 minuti

Cast: Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Jean-Luc Godard

Una ragazza e una pistola


Mauro Gervasini su Bande à part

Lo scrive Alberto Farassino, massima autorità godardiana: Bande à part è «il Pulp Fiction della nouvelle vague», non a caso Quentin Tarantino ha chiamato la sua casa di produzione come il film. Che è geniale, nonostante il suo autore non lo ami e anzi lo abbia definito «pessimo», forse per il suo scarso successo di pubblico. È il primo autoprodotto, interpretato dalla musa-moglie-attrice Anna Karina che di fatto ne è il fulcro creativo, ispirato a un libro della Série noire di Dolores Hitchens, giallista americana destinata ad avere un certo successo qualche anno dopo con il romanzo Qualcuno ha tradito (Giallo Mondadori n. 1.236). Godard ne acquista i diritti perché ha voglia di omaggiare la serie B, consapevole che per fare un film bastino due cose: «Una ragazza e una pistola» (la battuta è sua ma rubata a Griffith; e comunque in Bande à part la pistola compare solo al minuto 57, tirata fuori da un lavabo, mentre la ragazza è ovunque). Due uomini, Franz (Sami Frey) e Arthur (Claude Brasseur), cugini cinematografici del Belmondo di Fino all’ultimo respiro, conoscono Odile (Karina), eterea fanciulla che suggerisce l’idea di un colpo nella casa dove lo zio ha nascosto un’ingente quantità di denaro, forse per evadere il fisco (in un articolo dei primi anni 50 il Godard critico si domandava come mai a nessun cineasta interessasse fare un film sulla “ripartizione delle imposte”, chissà mai se ne fosse ricordato...). Ma la trama è un puro pretesto, il regista non è neanche interessato, come 21 anni dopo con Detective, al «polar quale mezzo di trasporto». In Bande à part il dispositivo è quello di un cinema liberissimo, dalla narrazione esile e dalle digressioni sempre più predominanti, cariche di senso, la vita che accade tra presunte scene madri, quasi casualmente, con il regista stesso che dialoga, attraverso la voce fuori campo, con lo spettatore. Pochi minuti dopo gli eccentrici titoli di testa Godard si rivolge a chi dovesse essere entrato un po’ più tardi in sala, per fargli il riassunto di quel che è accaduto fino a quel momento (praticamente nulla, sembra anzi che racconti un altro film). Ma il momento capolavoro non è tanto la corsa di pochi istanti dei tre ragazzi tra i corridoi del Louvre, citatissima e scintilla d’ispirazione per The Dreamers - I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003), quanto la sequenza nel bistrot, a metà film. Non sapendo cosa dirsi, Franz propone un minuto di silenzio e Bande à part per 60 secondi diventa completamente muto. Poi i tre vanno a ballare sulle note di uno standard swing - ed è qui, immaginiamo, che Tarantino deve avere perso la testa - mentre, di nuovo, la voce over del regista illustra a parole i loro sentimenti: Arthur (di cognome fa Rimbaud, tanto per gradire) pensa alla bocca di Odile la quale si domanda se le abbiano notato i seni mentre Franz è perso in questioni di filosofia banale (il mondo è diventato sogno?). Nulla porta a definizioni psicologiche precise, i protagonisti di Bande à part sono variabili narrative, cartoni animati come quelli di Pulp Fiction o Le iene, la scena della rapina coi balaclava, che esaltava Samuel Fuller («Vale tutte quelle che uno sceneggiatore o uno scrittore potrebbero immaginare», ebbe a dire), ancorché ispirata a Melville (la morte di Belmondo in Lo spione testualmente omaggiata), è incongrua rispetto alla presunta drammaticità della situazione, come del resto tutta la storia poliziesca. Come le altre opere di Godard degli esordi e degli “anni Karina” (da Fino all’ultimo respiro a Due o tre cose che so di lei), prima del velleitarismo maoista, anche Bande à part conferma oggi una freschezza e un’intuizione cinematografica irraggiungibili.

La controlocandina di Rinaldo Censi

Come nei migliori esempi rintracciabili sui libri o nei film di serie B americani, in Bande à part le cose non vanno come dovrebbero andare; il piano della rapina si complica, si perde tra le stanze dell’abitazione dalle parti di Joinville, sulla Marna, lo stesso luogo dove si trovano i famosi studi cinematografici. Sarà un caso che Godard abbia deciso di girare proprio lì, ma senza metterci piede? Il titolo del film - una banda di estranei - è allora paradigmatico di un nuovo modo di fare cinema, e si addice a questo gruppo di critici dei “Cahiers” che verso la metà degli anni 50 cominciò a girare film, ma al di fuori delle regole del cinema francese dell’epoca, tutto chiuso in studio, letterario nei dialoghi, con vedette riconosciute. La rivoluzione è copernicana. Questi scapestrati fanno a modo loro. Girano per strada, filmano amici, i luoghi che frequentano, gli appartamenti dove alcuni di loro vivono: al limite, se ne potrà affittare uno, giusto per girarci alcune sequenze. Sono film fatti in fretta, con mezzi leggeri. Bande à part ne è un perfetto esempio. Potrebbe sembrare quasi rozzo, primitivo. E forse lo è. La velocità di esecuzione permette di non riflettere troppo sulle cose (nel film si percorre il Louvre in nove minuti e rotti, stabilendo il nuovo record mondiale), si lavora di intuito, magari improvvisando: al montaggio ci sarà modo di lasciare riposare le cose, provare a riflettere su quello che si è filmato. Pensate alla lunga sequenza dentro al bar, dove si divaga flirtando, cercando di pianificare la rapina, stando in silenzio per un minuto, ballando il madison. Proprio la scena del ballo dà modo a Godard di lavorare, montare il suono sulle immagini della danza, alternando il brano musicale, i brusii del locale, la sua voce over di narratore che apre parentesi per spiegare il carattere dei personaggi. Franz «pensa a tutto e a nulla. Si domanda se è il mondo che sta diventando sogno o il sogno che diventa mondo». Qualcuno riconoscerà qui un omaggio al Vincente Minnelli di Spettacolo di varietà. Ma c’è di più. La frase citata arriva dritta dal Novalis di Enrico di Ofterdingen. Stupiti? Godard ha spesso tentato di “romanticizzare” il mondo attraverso i film. Quella specie di idea di non finito, di frammento, che emerge splendida dai suoi lavori lo conferma. E poi basta vedere come egli stacchi dal bar a un’inquadratura della strada, Parigi la notte, una panoramica sul boulevard, per farci capire che, sì, tutto è lì.

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