Le locandine di Film TV

Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Sicario

Regia di: Denis Villeneuve

Titolo originale: Sicario
Anno: 2015
Genere: Thriller
Produzione: Usa
Durata: 121 minuti

Cast: Emily Blunt, Benicio Del Toro, Josh Brolin, Victor Garber, Jon Bernthal, Daniel Kaluuya, Jeffrey Donovan, Raoul Max Trujillo, Julio Cedillo, Hank Rogerson

Nel mezzo del cammin


Mauro Gervasini su Sicario

Bel tipo Taylor Sheridan, già attore, noto soprattutto per la serie Sons of Anarchy dove interpreta il vice capo della polizia di Charming, David Hale, detto Capitan America. Classe 1970, a 40 anni decide di scrivere una sceneggiatura, la sua prima in assoluto. È quella di Sicario. Originario del Texas, Sheridan ha partecipato come volontario ad alcune operazioni di soccorso di migranti messicani nel deserto di Chihuahua, dove ha avuto occasione di ascoltare le loro storie terribili e comprendere come i trafficanti di esseri umani e di droga riescano a farsi beffe delle frontiere (e dei muri). Scavando. Il tunnel tra El Paso (Texas) e Ciudad Juárez (Messico) è la chiave di volta anche narrativa del film, che ha una genesi esemplare. Sheridan vende il copione alla Thunder Road Pictures di Hollywood il cui fondatore, Basil Iwanyk, ha appena visto, al Telluride Film Festival 2013, Prisoners di Denis Villeneuve restandone impressionato. Contatta il regista canadese proponendogli la regia e lui accetta, a sua volta attratto dalla sceneggiatura. Villeneuve lavora con il suo direttore della fotografia di fiducia, il britannico Roger Deakins, e con l’altro suo collaboratore abituale, il compositore islandese Jóhann Jóhannsson. Il risultato è un film molto personale, benché “su commissione”, primo capitolo di un dittico che comprende anche il successivo Arrival (2016). In entrambi è protagonista una donna chiamata a una sorta di iniziazione fisicamente o emotivamente violenta. In Sicario l’agente dell’FBI Emily Blunt è reclutata dallo scaltro spione della CIA Josh Brolin per aggirare la legge Usa, che vieta agli uomini di Langley di operare su suolo statunitense se non in presenza di un funzionario di agenzia federale. Costretta a “condividere” l’azione con un truce Virgilio, l’assassino colombiano interpretato da Benicio Del Toro, assetato di vendetta verso i narcos messicani che gli hanno massacrato moglie e figlia, prende coscienza di una realtà decifrabile solo attraverso i codici della violenza. La sua è, letteralmente (si pensi all’impressionante sequenza nel tunnel, con i visori a infrarossi), una discesa agli inferi. Viceversa, in Arrival una donna che ha subìto un grosso trauma personale, interpretata da Amy Adams, è chiamata a decrittare il linguaggio di visitatori alieni e, letteralmente, “ascende al cielo”, verso una sorta di Paradiso (soprattutto interiore) dove trovare anche il senso della tragedia nell’ordine delle cose (senso che invece, nell’universo burocratizzato di Sicario, dove persino un assassino ti fa firmare delle carte, non si trova proprio). In Sicario e Arrival, quindi, due figure femminili complementari, sole, vanno in cerca di strumenti logici (la giurisprudenza nel primo caso, la linguistica nel secondo) per decifrare il mondo e rivelare la verità. La differenza è tutta negli esiti di questa ricerca/iniziazione: dove è possibile recuperare una sorta di grazia attraverso l’intercessione di alieni/angeli in Arrival, è invece impossibile se a guidarti è un demone che alla fine ti chiede addirittura di suggellare, con il tuo sangue, il più classico dei patti mefistofelici. Quindi bravo Taylor Sheridan a raccontarci con meticolosità giornalistica i traffici del confine, le operazioni occulte o meno delle forze di sicurezza; ma bravissimo soprattutto Denis Villeneuve a trasformare un poliziesco texano in un noir esistenziale come non se ne vedono praticamente mai fuori dal solco produttivo di Michael Mann. Quest’idea della specularità Sicario/Arrival rende il cineasta québécois tra i migliori, e più consapevoli, della sua generazione. P.S. Il sequel di Sicario, intitolato Soldado, è diretto da Stefano Sollima e uscirà a fine 2018.

La controlocandina di Rinaldo Censi

John Divola è un fotografo americano. All’inizio degli anni 90 ha scattato una serie di magnifiche fotografie, esposte in una mostra intitolata Four Landscapes: paesaggi “abitati” nello Yosemite National Park, case isolate nel deserto, cani randagi a Los Angeles, barche sull’oceano Pacifico. Per le serie ha utilizzato pellicola 35mm ultrasensibile, in un bianco e nero granuloso. Le case isolate sono state immortalate nei pressi di Twentynine Palms, a est di Los Angeles. Proprio a partire da quegli scatti, Divola ha deciso di proseguire la sua ispezione della zona desertica, continuando a scattare immagini di case isolate - questa volta a colori. La serie prenderà il titolo di Isolated Houses. Che cosa lo ha attratto? La luce nel deserto, il modo in cui il cielo, la sua mutevolezza atmosferica, modellava lo spazio, donando un tono pittoresco all’immagine. Pittoresco? Qualcosa ci tocca, nella solitudine di quella che non troppo tempo fa ritenevamo wilderness. Lo spazio sconosciuto del West. Terreno arido e selvaggio a perdita d’occhio. Ralph Waldo Emerson considerava il cielo pane quotidiano per gli occhi. Io mi sono fatto l’idea che questo valga anche per Denis Villeneuve. Anche se oggi la wilderness è solo suolo mappato, monitorato dall’alto grazie ai satelliti. Qualcosa di ben poco avventuroso. Eppure, ci sono alcuni momenti in Sicario che sfiorano questo pittoresco: le inquadrature aeree sul paesaggio, un’automobile risucchiata nel nero di una perturbazione temporalesca in lontananza. Brevi istanti, perché non c’è più tempo per romanticismi o idealismi. O per perdersi nel panorama. «Trasferisciti in una città piccola, dove le leggi hanno ancora un senso» sibila Benicio del Toro a Emily Blunt. Siamo alla fine del film. Tutto sembra saldarsi intorno a questa frase. Così è, se vi va. Eppure, se c’è una cosa che Villeneuve riesce a fare, nel film, è far interagire i due registri che abbiamo nominato: il paesaggio pittoresco e le azioni brutali degli esseri umani. Guardate l’inizio della sequenza in cui un gruppo di militari si appresta a giocare la partita definitiva nel tunnel, in mezzo al nulla. Si muovono nella semioscurità. La parte alta dell’inquadratura è dominata dalle tonalità del cielo al tramonto. La parte bassa è nascosta dal nero del terreno. I soldati camminano contro questo sfondo luminoso fino a sprofondare nel nero. Per un istante non resta che lo splendore del cielo. Questa inquadratura dice tutto. E toglie il fiato. 

Lo sguardo di Cabiria

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