Le locandine di Film TV

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Locandine /// Poster memorabili di film imperdibili, dal 1999 ad oggi.

Il mucchio selvaggio

Regia di: Sam Peckinpah

Titolo originale: The Wild Bunch
Anno: 1969
Genere: Western
Produzione: USA
Durata: 134 minuti

Cast: William Holden, Ernest Borgnine, Ben Johnson, Jamie Sanchez

Pistole nel pomeriggio


Gianni Amelio su Il mucchio selvaggio

Tra le tante cose che non so del cinema c'è il perché le scene di morte violenta si filmano spesso al rallentatore. Non so chi è stato a cominciare, ma Peckinpah ha sicuramente fatto la sua parte. Posso dire che da lui non me lo sarei aspettato? Che saltai sulla sedia quel pomeriggio del '69 (primo spettacolo al cinema Royal di Roma, primo spettatore a entrare in sala Sergio Leone... ) quando il film mi si rovesciò addosso con tutta la sua furia? Del regista di La morte cavalca a Rio Bravo e Sfida nell'Alta Sierra m'ero fatto un'idea diversa: i suoi primi western erano controcorrente e contronatura (elegiaci, diceva la critica), con anziani pistaIeri pieni di acciacchi, e puttane in cerca di dignità. Vi si sparava per obbligo di difesa, non per la voglia di ammazzare; e il colpo di pistola che uccideva al tramonto veniva accolto dall'eroe con una smorfia di liberazione, come una sorta di eutanasia: troppo brutto era diventato il mondo per gli ultimi sopravvissuti. Ma torniamo ai ralenti del Mucchio selvaggio, e dimentichiamoli subito. Non chiediamoci se Peckinpah li usa per mitigare la violenza o per esaltarla, non facciamone un discorso moralistico. Restando allo stile, al linguaggio, possiamo solo valutare l'impatto dell'insieme, non isolare questa o quella sequenza come si estrapola una frase da un giornale. E proprio nell'insieme del film, nel suo fervido, appassionato, sporco affastellarsi di inquadrature (quante saranno, centinaia, migliaia?...), persino il discutibile ralenti trova la sua ragione di essere. Dove in altri casi c'è compiacimento, qui c'è come un grido che non vorrebbe finire mai, una scia di sangue che scorre fino alle nostre pupille di spettatori e imbratta la nostra indifferenza. Allora sembrò un film aggressivo fino all'eccesso, con qualche debito alla moda italiana (ma la faccia di Leone all'uscita del cinema era impenetrabile...): ora sembra un film sull'attesa della morte. Ma le definizioni sono semplicistiche e di comodo. Persino quella di western sta stretta a questo film che in realtà mescola i generi e le forme e trova i suoi momenti memorabili quando si è finito di sparare. In cerca di ascendenze letterarie, qualcuno ha parlato di Burnett e di Hemingway, qualcun altro (che non era pazzo) di Ibsen. Può darsi. A me resta nella mente la scena conclusiva, con la faccia stanca di Robert Ryan, uno dei due scampati al massacro collettivo. Non c'è vittoria nella sopravvivenza. C'è l'amarezza di dover combattere ancora, quando la fine è già arrivata da un bel po'.

La controlocandina di Emanuela Martini

La chiamano amicizia virile, quel legame fatto di silenzi scontrosi, di scazzottate, a volte di tradimenti e di estremi gesti di lealtà che il western ha insegnato ad altri generi. Tutto cominciò con le storie del vero West, con le sue leggendarie coppie di malviventi in fuga, e con i cavalleggeri e i pionieri di John Ford. Da Ben Johnson e Harry Carey jr. che cavalcano fianco a fianco nella Carovana dei mormoni, allo sceriffo Wyatt Earp e il giocatore dissoluto Doc Holliday di Sfida infernale (e di Sfida all'O. K. Carral di John Sturges), ai tardi eroi complementari fondatori della civiltà, John Wayne e James Stewart in L'uomo che uccise Liberty Valance, il West di Ford è percorso da coppie maschili che laconicamente si dimostrano la reciproca fedeltà. Meno romantico e più incisivo, Hawks ne rivela le tensioni nascoste, il rapporto padre-figlio tra John Wayne e Montgomery Clift in Il fiume rosso e le gelosie sotterranee che animano Un dollaro d'onore. Leone (in Giù la testa) e Eastwood (che incrocia la strada del suo cowboy solitario con quella di un fattore in Il cavaliere pallido, o gli fa ritrovare l'amico Morgan Freeman in Gli spietati) rinnovano echi classici. Mentre Peckinpah riporta in primo piano coppie fuorilegge e tradimenti. Ma il Mucchio, alla fine, marcia compatto all'alba per andare a vendicare l'amico Angel. Idealmente, di fianco a loro, l magnifici sette di Sturges, l professionisti di Brooks e James Coburn e Gene Hackman che tagliano insieme il traguardo in Stringi i denti e vai di Brooks: è una faccenda di lealtà, forse una faccenda sepolta che solo il western saprebbe resuscitare.

Allen Woody

Manhattan di Woody Allen

«Il meccanismo della comicità di Allen è dato dal fatto che egli si racconta: ricco e celebre è esattamente come i suoi personaggi (o meglio i suoi personaggi sono come lui). sempre in un posto sbagliato. Dice di avere un solo rimpianto: di non...

Gianni Amelio

Odissea morale

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La sindrome di Marnie

Marnie di Alfred Hitchcock

Marnie può suscitare ancora sorprese se la sua lettura supera la superficialità dei fatti rappresentati. La storia è quella di Marnie (Tippi Hedren) che guarirà dalla sua frigidità e dalla compulsione a rubare, oltre che dai suoi incubi...

Rita Manfredi

C’est la vie!

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