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19 Febbraio 2017

#ICancelliDelCielo #6

Del mio grado di conoscenza della lingua inglese non frega giustamente niente a nessuno. Ne parlo solo per cercare di coinvolgervi in una riflessione ardita. Diciamo che secondo gli standard dell’Università di Cambridge sono a un livello superiore al First Certificate e inferiore al Proficiency. Insomma: me la cavo. Come applicare questa conoscenza alla visione dei film in lingua originale (senza sottotitoli: come selezionatore di festival mi capita spesso)? Mi accorgo di quanto l’esperienza sia tutt’altro che omogenea. Per esempio: se vedo un film canadese o statunitense che non sia di Spike Lee o texano, arrivo a comprendere l’80% dei dialoghi. Viceversa ne vedo uno ambientato a Birmingham e si scende drammaticamente sotto il 50%. Chiedo lumi al mio vecchio insegnante originario del Suffolk, il quale mi dice, testualmente: «Negli Stati Uniti le “declinazioni” dell’inglese sono circa dieci, nel Regno Unito ottanta. Per sentire un inglese “puro” bisogna andare nel New England americano più che a Londra». Per non parlare della Scozia o dell’Irlanda, o dell’Australia (film australiani comprensibilità anche intorno al 30%). Ricordo quando nel 2002, a Cannes, Ken Loach presentò Sweet Sixteen (scozzese): un giornalista inglese chiese in conferenza stampa se il film sarebbe uscito in Gran Bretagna con i sottotitoli, e gli attori si arrabbiarono moltissimo. La  visione delle serie mi suggerisce un’altra riflessione ancora. Peaky Blinders (britannica) è molto più difficile da comprendere di Westworld (americana), ma mi accorgo di una cosa. La prima ha una trama assolutamente lineare e accessibile, la seconda è (per me) inutilmente complicata. Solo che proprio Westworld abbonda di “spiegoni” verbali che hanno la funzione di riassumere ogni tot gli eventi e rassicurare gli spettatori a rischio confusione. Quindi: in Peaky Blinders la lingua di una storia tutto sommato semplice abbonda di accenti, dialetti, espressioni verbali intraducibili; in Westworld a una storia molto intricata si accompagna una lingua neutra, sempre comprensibile. Forse è la “sindrome Matrix”. Il geniale produttore di quel film, Joel Silver, si diceva stupito del successo in Usa, dato che «il pubblico americano non riesce a restare concentrato per più di cinque minuti, e quella di Matrix è una storia complicata» ma a ben guardare il furbacchione aveva imposto ai due registi, Larry e Andy Wachowski, un sacco di “spiegoni”. E guarda caso tutti con un linguaggio che capirebbe anche un bambino di dieci anni (o giù di lì). Non so se ci sia una morale anche politica di tutto questo ragionamento, ma pensando a Philip Roth che accusa Donald Trump di usare sempre solo 77 parole, mi verrebbe da pensare di sì. 

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