Intervista a Mahershala Ali

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Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

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La citazione

«Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. (Arthur Schopenhauer)»

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Simone Arcagni

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News


27 Febbraio 2017

Intervista a Mahershala Ali

Californiano, figlio di un ballerino di Broadway, Mahershala Ali ha bazzicato più tv (Luke Cage, House of Cards) che cinema. Ora, con Moonlight (ma è anche nel cast di Il diritto di contare​), ha attirato l’attenzione dell’Academy, che lo ha candidato come miglior attore non protagonista per il ruolo di Juan, donando all’interprete la visibilità necessaria per far sentire la propria voce sul problema della discriminazione razziale a Hollywood.

D. - Come si è avvicinato al suo personaggio in Moonlight
R. - Il fatto che dietro al progetto ci fosse Barry Jenkins​, di cui avevo apprezzato molto Medicine for Melancholy​, mi ha attirato. Ho studiato la figura di Juan e mi ha colpito quanto mi fosse familiare. È uno spacciatore ma, come coloro che abitavano il mio quartiere quando avevo l’età del protagonista, Chiron, è una persona come le altre, con una famiglia che ama, con cui potresti fare due chiacchiere.

D. - Perché è così importante nella vita di Chiron e nel film? 
R. - Juan sa esattamente chi è e questo non lo rende felice; non condurrebbe mai il ragazzo sulle sue orme, però lo supporta, lo ama, gli dà forza. Per questo era importante che a un certo punto sparisse: per mettere in evidenza quanto Chiron si sentisse perso senza una guida.

D. - Lei ha recitato in Luke Cage​, serie su un supereroe nero: le cose stanno migliorando per le minoranze a Hollywood? 
R. - Lavoro da 16 anni in tv e nel cinema, e di solito sono l’unico nero sul set. Se non ti capita una storia come quella di Luke Cage, ambientata ad Harlem, finisci nella solita produzione di bianchi con il protagonista bianco. La tv è più avanti, grazie ad autori come Cheo Hodari Coker​ e Donald Glover​ che raccontano di noi. È assurdo che il cinema non rifletta la società contemporanea, che è mista: bisogna smettere di fare film dove si parla di bianchi o di neri, e cominciare a parlare delle persone in quanto tali.

D. - Perché sembra sia così difficile?
R. - Chi produce ritiene che se non fai parte di una comunità non puoi capirla. Ma non è così: per esempio, uno dei miei film preferiti, Il profeta, è francese, eppure sono un americano cresciuto in California. E una delle mie serie predilette è Peaky Blinders​, i cui personaggi non hanno nulla in comune con me. Non conosco tutto di quella realtà culturale, ma li comprendo perché ciò che li spinge è universale: capisco quando amano, quando odiano, quando tramano. Ed è sufficiente.

[ Lorenza Negri​, su FilmTv n° 07 / 2017 ]

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