Addio e grazie per tutte le news #070

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Simone Emiliani dice che La dominatrice è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 05:20.

Uno dei film più amati di Albertone, uno dei suoi personaggi più indimenticabili. La locandina è di Emanuela Martini.

Il 28 febbraio comincia in prima assoluta su Joi la terza stagione di una serie che abbiamo molto amato. Dove eravamo rimasti?

Il vincitore della Berlinale69 è Nadav Lapid, nostra vecchia conoscenza, con il film Synonymes . Vi ricordate quando presentammo Policeman su FilmtVOD?

Ricordiamo il grande cineasta francese, autore del monumentale Shoah , che ha dedicato la vita a indagare il possibile ruolo dell’immagine nella rappresentazione della storia.

Se fossi una donna sarei scandalizzata dal dibattito sulle quote rosa. Molto probabilmente non amerei essere identificata con un colore appiccicoso, infantile e nauseante come il rosa. Quando un uomo politico o un giornalista usa quel colore per identificare la presenza femminile non lo fa solo per scarsa fantasia, ma per tranquillizzarsi con l’immagine di una signorina dal grembiulino color confetto, tutta pizzi, trine, boccoli e totalmente inoffensiva. Se fossi una donna avrei preferito spaziare dal rosso incandescente al grigio glaciale.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

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Simone Arcagni

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News


6 Febbraio 2019

Addio e grazie per tutte le news #070

Febbre da pelato
Lungo tutto lo spettro umano: c'è chi guarda la serata degli Oscar con sincero entusiasmo, avendo visto tutti i film in gara (compresi i corti documentari) e con l'onesta speranza che vinca il migliore e trionfi l'amicizia; poi ci sono quelli che assistono per commentare sui social e dire le cose buffe o le cose arrabbiate o le cose acide con la possibilità che il loro tweet venga letto da Gianni Canova. C'è chi lo fa per noia e chi per professione. Ci sono quelli che lo usano come drinking game e bevono uno shottino tutte le volte che viene citata Meryl Streep. E infine quelli che guardano gli Oscar perché ci hanno scommesso dei soldi. Va bene scommettere sugli eventi sportivi, dove rimane una quota di arbitrio e contano le conoscenze e l'approccio statistico. Ma gli Oscar? Se devo scommettere sui capricci di un gruppo di anziani arricchiti, mi guardo le qualificazioni del torneo alla bocciofila e poi punto sulla finale. In tutto questo, da qualche giorno sono uscite le quote ufficiali di tutti i maggiori bookmakers, e gli esperti danno Alfonso Cuarón e Roma favoriti in maniera bulgara in tutte le categorie in cui sono nominati, a parte quelle delle interpretazioni. E se vincete forte scommettendo su Christian Bale, dato per sfavorito rispetto a Rami Malek, vedete di fare cose ignoranti con le vincite e tenete incrociate le dita: magari Hollywood si ispirerà a voi per un sequel reboot di The Wolf of Wall Street (su Rai 2 alle 21.05).

Cento di questi cancelli del cielo
La United Artists è quella compagnia di produzione e distribuzione cinematografica che fu fondata da D. W. Griffith, Charlie Chaplin, Mary Pickford e Douglas Fairbanks al preciso scopo di creare uno studio che accomodasse le esigenze artistiche degli autori senza l'ossessione, o comunque la priorità, del successo commerciale a tutti i costi. È andato quasi tutto bene fino al 1980, quando il bagno di sangue di I cancelli del cielo costrinse la società ad accettare l'offerta ed essere rilevata da MGM, perdendo l'indipendenza produttiva. L'utopia di quattro persone molto ricche e molto ottimiste compie in questi giorni 100 anni e sta abbastanza bene, tenuto conto che dopo anni di limbo (e un passaggio nelle mani a volte rischiose di Tom Cruise) oggi, invece di osservare i cantieri o produrre fiction, va a braccetto con i giovani sempre sul pezzo di Annapurna Pictures, quelli che non si perdono un'edizione del Sundance, hanno una coscienza politica e acquistano solo Apple per coerenza estetica. Il nuovo assetto, per cui è stata coniata l'egida United Artists Releasing, esiste dalla fine del 2017, ma da qui in avanti avrà un ruolo ancora più centrale, venendo collegata sia alla distribuzione del prossimo film di James Bond, sia al nuovo progetto di Richard Linklater, sia al reboot della saga horror La bambola assassina.

Marketing costoso
Tra i tanti problemi che comporta gestire un regime – soffocare i dissidenti, decidere tutto su tutto quanto in ogni momento, gestire le noiose ingerenze esterne di queste persone agitate che blaterano di diritti umani, o qualcosa del genere – uno dei più fastidiosi e onerosi, al giorno d'oggi, è quello dell'immagine. Anche se, comunque, costa ancora meno far sembrare di essere virtuosi piuttosto che esserlo veramente. Ecco perché in Cina si sono tuffati con grande entusiasmo, nonostante il rischio d'impresa, sulla produzione cinematografica e sul controllo della distribuzione, picchiando duro sui grossi finanziamenti a blockbuster che ottimisticamente sono solo neutri, ma idealmente sono in perfetta linea con la retorica del partito: il cinema popolare come arma per ricordare che la società cinese e coloro che ne fanno parte sono superiori agli altri. È il miglior momento possibile per essere registi con un folto pelo sullo stomaco e andare in Cina a chiedere una manciata di paperdollari per produrre un film, basta che i toni siano trionfali il giusto. Ne sa qualcosa Dante Lam, che dopo anni passati a Hong Kong a dirigere polizieschi da battaglia (tra cui l'indimenticabile Beast Cops) condividendo il set con altri quattro film, ha deciso che i soldi sono meglio e ha salutato la compagnia dei poveri. Pochi anni dopo ed eccolo pronto a dirigere The Rescue, il primo film cinese che non sia fantasy o storico, racconterà gli eroismi di una squadra di salvataggio della guardia costiera, a ricevere un budget vicino ai cento milioni di dollari per fornire allo spettatore obnubilato dai 110 ai 140 minuti di esplosioni e discorsi gonfi di retorica nazionalista. Insomma, Le quattro piume (su Cine Sony alle 23.50) ma ambientato su un elicottero. 

In breve: 
Il cast di Dune, quell'adattamento dall'omonimo classico della fantascienza che una volta ha rischiato di togliere la serenità a David Lynch e che adesso viene affrontato con invidiabile coraggio da Denis Villeneuve, si fa sempre più ridicolo. Legendary annuncia che dovrebbe fare presto il suo ingresso ufficiale anche Javier Bardem, che si aggiunge a Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Dave Bautista, Stellan Skarsgård e Charlotte Rampling, oltre alla possibilità ancora aperta di avere anche un Oscar Isaac. Peccato Daniel Day-Lewis sia in pensione, ma ci si può sempre consolare con L'ultimo dei Mohicani (su Nove alle 21.25).

Altri casting di altri film che presumibilmente non lasceranno alcun segno sulla storia del cinema, ma comunque faranno girare l'economia e produrranno almeno una manciata di filippiche non richieste sui social. Gary Oldman, Armie Hammer e Evangeline Lilly sono stati infatti annunciati come i protagonisti di Dreamland (le cui riprese inizieranno nei prossimi giorni), secondo lungometraggio da regista di Nicholas Jarecki, che dopo l'esordio di La frode in denuncia dei finanzieri cattivi, continua a indignarsi con questo thriller che parlerà della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti.

Il contributo video di oggi è la canzone di Cassandra: quando da queste parti si era parlato della pubblicità natalizia per le aggeggerie domotiche di Google in cui Macaulay Culkin – o meglio, Macaulay Macaulay Culkin Culkin – tornava ai bei tempi di Mamma, ho perso l'aereo, si tirava anche un sospiro di sollievo notando l'assenza dallo spot di Joe Pesci. Joe è meglio di così, non si abbassa a guadagnare una montagna di soldi per mezza mattinata di lavoro. Ha fatto i films con Martin Scorsese. Come Robert De Niro. Ops.

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