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Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Quando chiesero a Marx cos’è la dittatura del proletariato rispose: ”la Comune di Parigi, perché ha abolito l’esercito e la polizia”. Poi vennero i Soviet e Solidarnosc. Questo è il movimento. Non nacquero per caso. (C.L.R. James)»

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News


6 Febbraio 2020

Addio a Kirk Douglas

Addio e grazie per tutte le news #223

Se n'è andato anche l'ultimo vero divo di una Hollywood che non c'è più, quella del cinema classico che sullo sterrato del secondo dopoguerra ha costruito una strada lastricata d'oro che porta fino all'industria cinematografica contemporanea. Contemporaneamente, ci lascia anche una persona che è fra i più grandi beneficiari di un sogno americano che forse non esiste più. Kirk Douglas, scomparso nella notte italiana a 103 anni, era nato nel dicembre del 1916 ad Amsterdam (ma nello stato di New York), battezzato Issur Danielovitch dal padre, squattrinato commerciante di cavalli bielorusso di origine ebrea, scappato dall'Impero russo e dalla coscrizione nell'esercito dello zar. Il nome, per adeguarsi alla famiglia dello zio arrivata in America appena prima della sua, cambia in Isadore (Izzy) Demsky e rimane tale fin quando non viene arruolato in marina per combattere la Seconda guerra mondiale: nasce, quantomeno legalmente e anagraficamente, Kirk Douglas. Uno che si è sempre fatto interamente da solo, partendo come figlio dello straccivendolo del quartiere più povero della città e fratello di sei sorelle, costretto a lavorare quattro volte tanto (sia d'ingegno sia di olio di gomito) per contribuire al sostentamento della famiglia e per inseguire un sogno d'attore che nasce molto presto, dopo aver recitato con discreto successo una poesia all'asilo. Studia, sia all'università (la St. Lawrence) sia alla American Academy of Dramatic Arts di New York (insieme a Lauren Bacall) senza avere un centesimo per pagarne le rette, ma semplicemente convincendo i reclutatori a dargli una possibilità con una borsa di studio. Dopo tre anni di guerra, Douglas riprende la sua ascesa, trovando lavoro in radiodrammi, pubblicità e teatro. A suo dire, sarebbe rimasto per sempre a calcare le assi del palcoscenico se l'amica Bacall non avesse insistito con i produttori di Lo strano amore di Marta Ivers per fargli avere un ruolo. È il 1946 e Douglas, già trentenne, debutta al cinema nel ruolo più bizzarro della sua carriera, quello di un uomo debole e insicuro, dominato da una moglie spietata e roso dalla gelosia. Non succederà mai più: da quel momento, l'attore di origine bielorussa comanderà solamente ruoli che rispecchiano la sua forte personalità. Per dirla con parole sue: “Mi descriverei come un figlio di buona donna. Probabilmente sono l'attore di Hollywood meno amato dai colleghi. E la cosa mi dà molta soddisfazione. Perché sono così... sono nato aggressivo, e immagino che morirò aggressivo”. La carriera di Douglas ha attraversato sette decadi di Hollywood. Lo ha visto candidato all'Oscar, senza vincerlo, per tre volte grazie alle sue interpretazioni in Il grande campione, Il bruto e la bella e Brama di vivere. La Academy rimedierà all'assenza di statuette sugli scaffali di Douglas con un Oscar alla carriera nel '96. È stato L'asso nella manica per Billy Wilder, Ulisse per Mario Camerini, Spartacus (e prima Orizzonti di gloria) per Kubrick, L'uomo senza paura per King Vidor e Doc Holliday in Sfida all'O.K. Corral di John Sturges, è andato 20.000 leghe sotto i mari ed è stato fra I vichinghi agli ordini di Richard Fleischer. Nemmeno un incidente in elicottero nel 1991, né l'ictus che l'ha colpito nel 1996 e ne ha limitato la capacità di parlare lo hanno fatto desistere dal continuare a recitare e lavorare. Appare per le ultime volte sul grande schermo, quasi centenario, nel nuovo millennio: nel 2003 – in Vizio di famiglia, a fianco del figlio Michael e del nipote Cameron – e infine nel 2004 nell'indipendente Illusion, vestendo i panni di un celebre regista che al termine della sua vita ripercorre i suoi sbagli, i suoi successi e la sua carriera. Ad annunciare la scomparsa di Kirk Douglas è stato il figlio Michael, che ha scritto: “[...] Per il mondo era una leggenda, un attore dell'età dell'oro di Hollywood che ha vissuto per lungo tempo la sua età dell'oro, un filantropo il cui impegno nei confronti della giustizia e verso le cause in cui credeva ha creato uno standard a cui tutti aspiriamo. Ma per me e i miei fratelli Joel e Peter era semplicemente Papà, per Catherine un magnifico suocero, per i suoi nipoti e bis-nipoti un nonno affettuoso, e per sua moglie Anne un magnifico marito. La vita di Kirk è stata ben vissuta, lascia un'eredità cinematografica che resterà intatta per le generazioni a venire, oltre a un record da riconosciuto filantropo, che ha lavorato per aiutare la gente e portare pace nel mondo. Lasciatemi concludere con le parole che gli ho detto il giorno del suo ultimo compleanno e che rimarranno vere per sempre: papà, ti voglio un bene dell'anima e sono orgoglioso di essere tuo figlio”. 

 

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