Al galoppo verso la fine

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Pier Maria Bocchi dice che Lo scapolo è il film da salvare oggi in TV.
Su Rete4 alle ore 04:45.

Nello stesso giorno, il 12 aprile, partono negli Usa la terza stagione di Killing Eve e la prima della nuova serie in cui è coinvolta Phoebe Waller-Bridge: Run . Quando arriveranno da noi? Nell'attesa, riproponiamo la recensione della seconda stagione della serie incentrata sul rapporto di odio-amore tra Villanelle e Eve Polastri.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«sarà mica la maniera di lavorare… non si lavora così dai… ogni lavoro anche il più banale necessita di un minimo di regia»

scelta da
Andrea Bellavita

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News


31 Gennaio 2020

Al galoppo verso la fine

Fuori(le)Serie #031

L'ultima settimana di streaming di gennaio fa del suo meglio per concludere il mese come se non ci fosse un domani: arrivano le sei puntate finali dell'ultima stagione di BoJack Horseman, accompagnate dal racconto della fine del mondo (la docuserie Pandemia globale), dall'armageddon adolescenziale norvegese (il teen drama Ragnarok) e dalle stregonerie varie ed eventuali di Luna nera e A Discovery of Witches.

 

NETFLIX

Pandemia globale (Usa, 2020) - dal 27/01/2020
Ma in che mondo viviamo? Si chiede molto seriamente quel tuo amico, la cui unica fonte di informazioni è la quotidiana rassegna stampa su Facebook. La risposta, di valore accademico paragonabile a quello della domanda (scarso), è che viviamo in un mondo in cui se vuoi consigliare a qualcuno la serie più sul pezzo del momento, ti tocca segnalare la rassicurante anzichenò PANDEMIA GLOBALE. Una docuserie in sei puntate firmata Zero Point Zero Productions, gli stessi ragazzi e ragazze che in altri due sprazzi di gioia e fiducia nell'umanità hanno prodotto le similari Rotten (“Marcio”), sulle miserie umane che girano attorno al mercato alimentare, e Broken (“Rotto”), sulle miserie umane che girano intorno a... beh, sostanzialmente tutto ciò che viene prodotto e venduto per il consumo e che, anche se non lo sai, potrebbe facilmente ucciderti. Pandemia globale è una serie documentaristica perché, purtroppo, i virus non hanno ancora trovato spazio nel magico mondo della fiction audiovisiva catastrofica che tenta di predire (o scongiurare con riti apotropaici?) la fine del mondo e dell'umanità. Ci sono i mostri giganti radioattivi, i meteoriti, le glaciazioni, la rivolta delle intelligenze artificiali, gli zombi, le scimmie senzienti, i terremoti, gli alieni, le guerre, persino la pizza con i kiwi; ma le epidemie globali di virus letali no, probabilmente perché troppo poco spettacolari. Pandemia globale fa un ottimo lavoro nel farci notare come, a oggi, la rete dei sistemi sanitari nazionali, messa di fronte alla prospettiva del contagio di massa di una nuova patologia virale (qualcuno ha tossito un “polmonite di Wuhan”?) sia tanto preparata quanto lo era, nel 1918, ad affrontare l'influenza spagnola. Che, giusto per la cronaca, fece fra i 50 e i 100 milioni di morti in tutto il mondo, a fronte di una popolazione globale di 2 miliardi di persone. Allegria. 

Omniscient (Brasile, 2020) - dal 29/01/2020
L'unica, magra consolazione a cui aggrapparsi nei momenti di crisi è che, statisticamente, cinema e televisione reagiscono agli stimoli e creano qualcosa di bello. Dalle macerie del secondo dopoguerra italiano è emerso il Neorealismo, dalla crisi politica e dalle tensioni per la guerra d'Algeria alla fine degli anni '50 in Francia nasce la Nouvelle vague, dal default ellenico di nuovo millennio spunta il Nuovo cinema greco di Lanthimos e Tsangari. Dal Brasile di Bolsonaro, al momento ha fatto capolino Pedro Aguilera, che di mestiere fa il creatore di serie tv fantascientifiche per Netflix. Dopo il successo di 3%, infatti, Aguilera torna a parlare del suo paese a colpi di metaforoni distopici. Se in 3% il tema trattato era quello del divario sempre maggiore tra ricchissimi e poverissimi, e i modi in cui questa differenza potrebbe presumibilmente essere organizzata e istituzionalizzata piuttosto che appianata, in Omniscient si ritorna alla classica ossessione da Grande Fratello. In un futuro prossimo, infatti, il paese è interamente sorvegliato 24/7 da una flotta di droni (messi in commercio dalla Omniscient Systems) in grado di monitorare ogni singola mossa di ogni singolo cittadino. Il numero di reati rasenta ormai lo zero, e grazie al calesse, così come non esistono più crimini lasciati impuniti. Almeno finché Nina, una sera, non scopre il padre morto, riverso in una pozza di sangue sul pavimento di casa sua. La donna contatta immediatamente il reparto emergenze della Omniscient Systems, solo per sentirsi dire che, all'indirizzo incriminato, i droni non hanno rilevato nessuna attività fuori dalla norma. Mistero misterioso.

The Stranger (Gb, 2020) - dal 30/01/2020
Da un romanziere come Harlan Coben non è che ci si possa proprio aspettare la passeggiata di salute sulla ciclabile in fianco al canale. E anche se una sola rondine non fa primavera, l'unico precedente di trasposizione su un qualche schermo di un suo libro è Non dirlo a nessuno, adattamento cinematografico scritto e diretto nel 2006 da Guillaume Canet e che assomiglia più alla corsa disperata per evitare uno tsunami che alla sgambata di piacere al parchetto. The Stranger è una miniserie in otto puntate – sceneggiate dal veteranissimo della tv inglese Danny Brocklehurst (Shameless) adattando l'omonimo romanzo di Coben pubblicato nel 2015 – che inizia con l'inquietante immagine di una ragazzo nudo che si scapicolla disperato in un bosco. Da lì in poi non può che andare peggio, anche se il flashback esplicativo inizia presentando la perfetta famiglia felice Price: padre innamorato ricambiato della madre, entrambi affettuosi genitori di due ragazzi impeccabili. Almeno finché il capofamiglia (Richard Armitage) non viene approcciato da una sconosciuta (la Stranger del titolo) che gli mette un dubbio: possibile che la moglie abbia “falsificato” una delle sue gravidanze? E se davvero l'ha fatto, perché l'ha fatto? Nella mente di Richard Armitage si insinua il dubbio; allo stesso tempo, nell'armadio del figlio primogenito Tom si insinua la testa recisa di un alpaca, il cui resto del corpo decapitato giace in mezzo alla strada principale del paese. Come, prego?

BoJack Horseman (Usa, 2014) - Seconda e ultima parte della sesta stagione dal 31/01/2020
L'ultima stagione di BoJack Horseman, capolavoro animato creato da Raphael Bob-Waksberg, si è rivelata come uno dei migliori strumenti di tortura dell'epoca contemporanea. Ed è stato relativamente semplice: è bastato creare la serie perfetta, in cui personaggi così disastrosamente umani da rendere necessaria la più dolorosa delle empatie navigano a vista lottando contro se stessi, l'anima presa in mezzo a un tiro alla fune lacerante. Da una parte l'abisso, il dolce abbraccio del lasciarsi completamente andare agli impulsi più semplici, disgustosi e autodistruttivi; dall'altra la ripidissima erta di un difficoltoso percorso di auto-miglioramento, di sconfitta dei propri demoni, e di accettazione dei propri limiti. E sta proprio qui la tensione che terrorizza gli spettatori in attesa delle ultime otto puntate della serie. Dopo cinque stagioni di disastri, dolori, lotte ed errori, BoJack e compagnia sembravano aver raggiunto l'omeostasi: Horseman aveva accettato di disintossicarsi, smettere di essere un veleno per le persone che lo amano, tornare lucido e cercare di aggiustare la propria vita e rimediare, per quanto possibile, ai propri errori; Princess Carolyn aveva ottenuto il suo bebè, una ragione di vita al di là del lavoro, fonte di orgoglio proprio perché voluto senza rinunciare alla carriera; Todd aveva ricevuto uno scopo nella vita come talentuoso (ma pur sempre stupido) babysitter; Diane aveva trovato un amore stabile e costruttivo, mentre Mr Peanutbutter aveva la concreta speranza di realizzare il suo sogno e far funzionare un matrimonio. La quiete perfetta prima della tempesta perfetta, con la prima parte della sesta stagione che si chiudeva nel peggiore dei modi, stendendo il tappeto rosso alla promessa che il passato tornerà a chiedere il conto e a riprendersi una serenità così difficilmente guadagnata. 

Luna nera (Italia, 2020) - dal 31/01/2020
La terza serie italiana prodotta da Netflix, dopo l'ottima Suburra e la meno ottima Baby, si prospetta interessante per una serie di buoni motivi. Per primo, è tratta da un romanzo storico, ma venato di magia e fantasy, ambientato nella campagna laziale del 1600, luoghi e tempi raramente esplorati nella narrativa di genere italiana. Si tratta di Le città perdute, primo capitolo della trilogia Luna nera e opera d'esordio di Tiziana Triana. Secondo poi, è una serie che parla di donne, sia letteralmente sia metaforicamente, che è realizzata interamente da donne. Luna nera racconta della 16enne Adelaide, detta Ade, in fuga (insieme al fratellino Valente) dal paese in cui è cresciuta perché accusata di stregoneria, una sciocchezza che a quei tempi prevedeva il rogo; la giovane viene accolta nei boschi da un gruppo di donne che salvano e proteggono ragazze come lei, reclutandole alla misteriosa causa predetta dalla grande Profezia. La comunità clandestina, però, è minacciata dai Benandanti, una spietata congrega tutta al maschile votata alla caccia alle streghe e supportata dalla simpatica Chiesa cattolica apostolica. L'adattamento seriale di Luna nera è stato curato dalla stessa Triana, con la collaborazione di Francesca Manieri, Laura Paolucci (già coinvolta nella trasposizione di L'amica geniale) e Vanessa Picciarelli; mentre a dividersi la regia dei sei episodi della prima stagione sono state Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi. 

Ragnarok (Norvegia, 2020) - dal 31/01/2020
La fine del mondo. Che già di per sé non è un'idea troppo carina, uno di quegli argomenti che tiri fuori solamente agli eventi sociali che intendi punire con una buona dose di mestizia. Ma se uno se la deve proprio immaginare, questa benedetta fine del mondo, almeno che sia un blockbuster pieno di esplosioni, teste che saltano, lupi che mangiano il sole e la luna, alberi cosmici che scatenano terremoti e alluvioni, giganti di fuoco che sbriciolano ponti arcobaleno, serpenti giganti, cani infernali e il mondo in fiamme; va bene tutto, basta che non si realizzi il probabile epilogo immaginato da T.S. Eliot (Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Così il mondo finisce / Non con uno schianto ma con un lamento). Appurato che il modo più divertente di pensare alla fine del mondo è indubbiamente il Ragnarok, la lotta finale tra luce e oscurità descritta dalla mitologia norrena, i creatori dell'omonima serie norvegese che sta per debuttare su Netflix hanno deciso di raddoppiare la posta, usando la mitologica battaglia che porrà fine alla Terra come grosso metaforone dell'adolescenza. Il trucco sta nel prendere una manica di ragazzi (metà dei quali reduci dal successo internazionale di SKAM) e piazzarli in un teen drama ambientato nel liceo di una fittizia cittadina di nome Edda – che nella vita vera è il titolo della coppia di testi islandesi, uno in prosa e l'altro in poesia, su cui si fonda la mitologia norrena – in cui gli studentelli arroganti e bulletti incarnano i giganti oscuri, e gli outsider occhialuti e con problemi a socializzare ospitano la luce degli dèi che si sacrificheranno in nome del bene durante la battaglia finale. Il tutto per ricordarci, ancora una volta, che l'adolescenza fa schifo. 

 

AMAZON PRIME VIDEO

Ted Bundy: Falling for a Killer (Usa, 2020) - dal 31/01/2020
Gli americani hanno questa strana fascinazione per i loro serial killer, un rapporto collettivo che sfiora il parossismo. Ne parlano continuamente, sentono costante il bisogno di discuterne, approfondire l'argomento, scendere nei dettagli più truculenti e grufolare nelle statistiche più aberranti – quante persone ha ucciso quello, quante ne ha mangiate quell'altro – elencandole come si fa per i grandi atleti. Li condannano senza mezzi termini e li biasimano, ma allo stesso tempo li innalzano insistendo a sviscerarne vite e motivazioni. Ted Bundy, su tutti, è l'assassino seriale che più ha titillato le fantasie oscene degli americani. Dal 2000 a oggi, la storia (dal suo punto di vista o da quello delle sue vittime) del killer è già stata raccontata tramite opere di finzione, in tv o al cinema, ben sette volte: Ted Bundy, The Stranger Beside Me, The Riverman, Bundy: An American Icon (tardivamente ri-sottotitolato A Legacy of Evil), The Capture of the Green River Killer e la vetrina per gli addominali di Zac Efron Ted Bundy - Fascino criminale. Un'enormità, roba che nemmeno tutti i papi di nuovo millennio hanno avuto lo stesso trattamento di favore da piccolo e grande schermo. I documentari sull'argomento, poi, non si contano nemmeno. Cosa c'è di diverso, dunque, in questa docuserie distribuita da Amazon? C'è il punto di vista di Elizabeth Kendall, detta Liz, che nel 1969 (da poco divorziata) conosce Bundy, se ne innamora a prima vista e gli rimane accanto, ignara delle orrende azioni del compagno e nonostante sia stata lei stessa a segnalarne i comportamenti sospetti alle autorità, per quasi dieci anni. Anche qui, però, la promessa sembra essere quella di esplorare il dolore dei sopravvissuti, ma anche di tentare di decifrare (perché?) il fascino che un uomo così malvagio riusciva a esercitare sulle donne.

 

NOW TV

Room 104 (Usa, 2017) – Terza stagione dal 28/01/2020
Il fascino delle serie antologiche sta nella libertà e nella varietà – si sceglie un tema, un genere, un'ambientazione, una fonte letteraria o semplicemente un pretesto e da lì in avanti, con i soli paletti che ci si è auto-imposti, sono campi di pannocchie in cui correre spensierati. Laddove il loro rischio, altra faccia della stessa medaglia, sta nella difficoltà nel mantenere un'omogeneità di toni, una coerenza di intenti e di qualità. In tal senso se la cavano meglio le serie antologiche su base stagionale, come True Detective, Fargo o American Horror Story; diventa più complicato, invece, per le serie antologiche episodiche: o sei Ai confini della realtà e Black Mirror, oppure fai la furbata di adattare per il piccolo schermo una serie di racconti scritti da un genio come Philip K. Dick (Electric Dreams). Per tutti gli altri membri del club antologico, la sfida è quella di andare oltre al trucco iniziale e dare sostanza alle loro serie, per non abbandonarle nel limbo degli esercizi di stile fini a se stessi. Ed è proprio quello il filo del rasoio su cui, programmaticamente, si muove Room 104, serie/esperimento fortemente voluta dai fratelli Duplass – aspiranti eredi di Cassavetes e campioni del genere indipendente mumblecore, in cui trentenni borbottanti si lamentano di quanto sia complicata l'esistenza – e arrivata alla terza stagione per un semplice motivo: costa poco. Il quid della serie, infatti, è quello di ambientare ogni puntata – che a HBO costa più o meno un quarto rispetto alla media dei singoli episodi di altre serie – nella stessa stanza d'albergo, esplorando di volta in volta generi diversi, lasciando di volta in volta la regia (ma non la sceneggiatura) a un cineasta differente, incentivando riprese di getto e scene improvvisate. Un metodo produttivo curioso, che non lascia ai registi il controllo sul montaggio finale, che resta nelle mani dei produttori e creatori della serie.

 

SKY GO

Prodigal Son (Usa, 2019) - dal 28/01/2020
Il caro vecchio topos narrativo del genitore irresponsabile le cui azioni si ripercuotono sulla prole, i peccati dei padri che ricadono sui figli e da loro vengono scontati: quante soddisfazioni che ci ha dato come lettori e spettatori, quanta catarsi ci ha portato e quante scuse ci ha fornito per non affrontare gli stessi problemi nella vita vera. Lo stesso onesto tentativo che fa Malcolm, uno che nella vita si occupava di profilazione criminale per l'FBI prima di finire in disgrazia e doversi accontentare di qualche collaborazione con il dipartimento di polizia di New York. Prima ancora infatti, il Malcolm bambino faceva il figlio di Michael Sheen, medico e serial killer (noto come Il chirurgo) responsabile di almeno 23 omicidi. È stato Malcolm a denunciare il padre alla polizia e a permettere che venisse imprigionato, scegliendo poi di non vederlo mai più per non dover affrontare la temibile eredità genetica e gli antipatici lasciti psicologici dell'essere stato cresciuto da un assassino seriale – il talento da profilatore di Malcolm deriva dalla sua capacità (la stessa di Will Graham, prima nemesi di Hannibal Lecter) di vedere i crimini dal punto di vista di chi li perpetra. Ma la vita, si sa, è simpatica proprio per quella sua pungente ironia. Succede, dunque, che il ventre molle di New York venga preso a coltellate da un nuovo serial killer, il cui modus operandi è esattamente quello del Chirurgo. Malcolm è costretto a indagare su un assassino che omaggia l'infausta arte del padre, oltre a dover collaborare con quest'ultimo per consegnare alla giustizia il suo emulo. 

A Discovery of Witches (Gb, 2018) - dal 29/01/2020
Questa serie rappresenta, simbolicamente, la vittoria schiacciante della scienza sull'arte. Se un artista comincia a trovare noioso il suo mestiere, non è che si mette a fare lo scienziato per distrarsi. Se un accademico comincia a trovare noioso il suo mestiere, può invece capitare che si metta a scrivere libri e abbia discreto successo (lo stimato chimico Isaac Asimov fa ciao con la manina). A Discovery of Witches è l'adattamento seriale del romanzo d'esordio – Il libro della vita e della morte, primo capitolo della trilogia All Souls che comprende anche L'ombra della notte e Il bacio delle tenebre – di Deborah Harkness. Deborah Harkness è una signora americana che di mestiere fa la docente di storia europea e storia della scienza presso la University of South California. Un'accademica di tutto rispetto, che in passato ha pubblicato tomi scientifici dai titoli molto lunghi come John Dee's Conversations with Angels: Cabala, Alchemy and the End of Nature o The Jewel House: Elizabethan London and the Scientific Revolution. A un certo punto, era il 2011, decide di dare una spruzzata di nonsoché alla routine della sua vita da studiosa e, nei panni di una versione più avventurosa di sé stessa, diventa la protagonista di un romanzo fantasy. Diane Bishop, infatti, è una storica che lavora all'università di Yale; ma, al contempo, è anche una strega che nega la sua natura, essendosi sempre rifiutata di imparare le arti magiche e avendo ridotto al minimo i contatti con i suoi simili. Destino vuole che, durante una ricerca di routine presso una delle biblioteche di Oxford, Diane si imbatta in un raro manoscritto ritenuto perduto, il quale risveglia la magia che è in lei e richiama l'attenzione di altre creature, da secoli alla ricerca di quel libro e non con buone intenzioni. E beccami gallina se Diana non sarà costretta a venire a patti con la sua natura di strega per proteggere se stessa e il mondo, accettando anche l'aiuto (e, perché no, l'amore) del fascino genetista (e vampiro) Matthew Clairmont. 

 

- questa rubrica settimanale esce il venerdì per consigliarvi come distruggervi di binge watching intensivo durante il fine settimana -

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